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L’Open Hardware pare essere la “Next Big Thing” del prossimo decennio. Dopo la rivoluzione di Linux e dell’Open Source degli anni ’90, alcuni sostengono già che il futuro dello sviluppo dell’hardware passerà anche da iniziative derivate da imprese o enti che metteranno a disposizione i disegni e i progetti delle proprie invenzioni, in modo che chiunque possa utilizzarli per riprodurre o modificare liberamente gli oggetti in questione. Secondo i sostenitori del movimento, questo tipo di filosofia può contribuire ad abbattere i costi di ricerca sviluppo e velocizzare i processi di innovazione delle imprese.

La recente notizia dell’entrata in scena di Novena, una piattaforma per un computer portatile con hardware Open Source, sta però facendo risorgere gli interrogativi riguardo alla sostenibilità di progetti simili o eventualmente più ambiziosi.

Come avevo già scritto in un precedente post, uno dei migliori esempi della sostenibilità dei progetti di Open Hardware è Arduino, una “schedina” nata da un esperimento tutto Italiano, ma che ha già fatto scuola a livello mondiale.

In questo post invece affronterò l’argomento in maniera più ampia, cercando di capire se e come un progetto che prevede l’adozione di hardware Open Source può essere sostenuto da uno o più modelli di business.

Un’idea folle?

Inizio col citare una frase di Massimo Banzi (uno dei creatori di Arduino), il quale, in una vecchia intervista per la rivista Wired affermava: “se ci pensate, rendere disponibili i progetti dei vostri prodotti è come invitare i vostri concorrenti ad eliminarvi“.

A onor del vero, ci sono diverse criticità insite nello sviluppo di prodotti con harware Open Source:

  • Qualsiasi concorrente può facilmente copiare il prodotto e distribuirlo ad un costo inferiore
  • Produrre prototipi o piccoli lotti, come avviene spesso per prodotti di questo genere, è più costoso che svilupparli, brevettarli ed avviare successivamente una produzione di massa, perché difficilmente si beneficia di economie di scala.
  • Se il progetto viene sviluppato con il contributo di una comunità di “makers”, c’è il rischio che il progetto si trasformi in un “giochino per geeks”, perdendo l’opportunità di svilupparsi in direzione del “mercato di massa”. Le comunità che supportano questi progetti sono infatti composte solitamente da individui con competenze tecniche di gran lunga superiori alla media, che difficilmente presentano esigenze di utilizzo simili alla maggioranza delle persone. Una persona comune, quando compra uno smartphone vuole che sia bello e che funzioni sempre, mentre un supporter di OpenMoko, ad esempio, vuole invece che il suo smartphone sia completamente modificabile, perché per lui, trascorrere ore a fare nuove prove è un divertimento ed è pronto a sobbarcarsi il rischio di guasti e malfunzionamenti.
  • Il progetto deve presentare un certo appeal per una nicchia di potenziali appassionati sufficientemente numerosa: come Linux era una soluzione al problema del costoso software proprietario, Arduino ha rappresentato una soluzione per coloro che cercavano un microcontroller duttile ed economico. È infatti difficile o impossibile che un numero sufficiente di persone dedichi tempo prezioso ad un progetto senza ottenere dei benefici che vadano al di là di quelli psicologici e sociali.
  • Alcuni produttori sono riluttanti a produrre hardware con specifiche Open Source, anche “conto terzi”. Questo succede perché produrre componenti i cui progetti sono liberamente disponibili può essere rivelatore di preziosi segreti industriali.

Anche nel 1991 però, quando Linus Torvalds iniziò il suo progetto per un sistema operativo Open Source, nessuno credeva che dei volontari che lavoravano part-time potessero creare qualcosa di rivoluzionario. Al contrario, Linux fu di fatto tra i maggiori responsabili dell’esplosione della Web economy e diede inizio, oltretutto, alla filosofia che ora chiamiamo “Open Source Way”. Ad oggi, Linux costituisce le fondamenta di Android, sistema che viene utilizzato da milioni di smartphones e tablet ed è installato sui server delle più importanti aziende del mondo. Niente male per un progetto nato da una piccola comunità di programmatori!

C’è però una differenza fondamentale tra software ed hardware Open Source: il software può essere ormai prodotto e diffuso ad un costo prossimo a zero, mentre l’hardware non può liberarsi dai costi di produzione. Senza un brevetto, inoltre, è difficile o impossibile ottenere profitti consistenti dalla vendita diretta di prodotti dotati di hardware Open Source.

In ogni caso, per quanto l’idea di sviluppare e produrre hardware Open Source possa essere folle, Novena ed Arduino non sono gli unici progetti di questo tipo. In Italia e nel mondo non mancano gli esempi di altri produttori di hardware che mettono a disposizione i progetti delle proprie creazioni alla collettività. Già durante la hacker-conference del 2010 fu mostrata una breve presentazione in cui si nominavano 13 aziende che superavano il milione di dollari di ricavi grazie a modelli di business fondati su prodotti dotati di hardware Open Source.

Open source hardware $1m and beyond – foo camp east 2010 from adafruit industries on Vimeo.

Tra i progetti che citavo prima ad esempio c’è anche OpenMoko, uno smartphone con hardware e sistema operativo Open Source, che proprio dall’apertura dei propri progetti può beneficiare, per il suo sviluppo, del contributo e dei consigli di un fedele gruppo di “makers”, grazie ai quali sono state introdotte novità importanti ed è stata addirittura ampliata la gamma dei prodotti.

I modelli di business

Come riescono ad essere sostenibili i progetti citati sopra? Il classico modello fondato sulle donazioni non è certamente sufficiente per sostenere lo sviluppo di progetti su larga scala. Nel corso degli anni, i creativi e gli inventori che hanno iniziato a disegnare prodotti basati sulla filosofia Open hanno trovato diverse modalità per finanziare le proprie iniziative. I modelli di business che verranno descritti di seguito sono chiaramente molto diversi da quelli classici, perché il produttore, in questo caso, non può porre un mark-up giustificato dalla presenza di un brevetto.

I modelli di business che sono stati individuati sono:

  • Vendita del prodotto: in questo caso, il team che sviluppa il prodotto e rende pubblici i relativi progetti mette i consumatori di fronte a una triplice scelta. Comprare l’originale, comprare i cloni prodotti dai concorrenti o costruire il prodotto autonomamente. Le leve per rendere l’acquisto del proprio prodotto la soluzione preferibile sono spesso il fatto che esso sia di maggiore qualità rispetto alla concorrenza, abbia un’assistenza e una documentazione migliori, sia sviluppato in maniera continuativa anche nella parte software o che la sua costruzione DIY (Do it Yourself) risulti complessa e costosa. Inoltre, i produttori di hardware Open Source possono utilizzare la propria community come una leva di marketing per fidelizzare la clientela e sviluppare il passaparola. Il fatto che vi siano altri fabbricanti che producono dispositivi simili non rappresenta necessariamente un problema. Infatti, se gli inventori del prodotto originale riescono, grazie anche al contributo della propria community, ad introdurre continue innovazioni incrementali o a espandere velocemente la gamma, i prodotti venduti dalla concorrenza contribuiranno ad accrescere la notorietà della tecnologia in questione, ma il punto di riferimento per coloro che vorranno i dispositivi migliori e più aggiornati sarà sempre il team responsabile dell’invenzione.
  • Utilizzare un marchio registrato: il produttore registra un marchio, per il quale richiede il pagamento dei diritti ogni volta che viene utilizzato. È un sistema già sperimentato da diversi progetti, tra i quali Arduino.
  • Crowdfunding: si tratta di uno strumento che, come abbiamo visto, è molto potente e può essere sfruttato in maniera sapiente come parte di strategie di marketing virale. Come scrivevo in un precedente post, finanziare progetti altamente creativi tramite crowdfunding è un’opzione che può catalizzare l’attenzione di tante persone, portando alla ribalta anche progetti che prima erano rivolti a delle nicchie.
  • Vendita di prodotti complementari coperti da brevetto
  • Vendita di prodotti brevettati ma basati su componenti con hardware Open Source
  • Vendita di software proprietario per lo sviluppo dei dispositivi con hardware Open Source
  • Vendita di manuali, libri o guide, utili per utilizzare al meglio il prodotto
  • Vendita di servizi legati all’utilizzo del prodotto: formazione e consulenza

Ci sono poi benefici intrinseci nell’adozione di meccanismi Open Surce per lo sviluppo dei prodotti, che si sostanziano solitamente in un abbattimento dei costi di ricerca e sviluppo (spalmati in tutto o in parte su coloro che decidono di contribuire con le proprie ore-lavoro).

È poi interessante notare come lo sviluppo di prodotti dotati di hardware Open Source non si leghi solamente a dei modelli di business veri e propri, ma che possa fungere anche da “business driver”, ovvero da “catalizzatore per il business”, per creare altri prodotti o progetti che portino gli inventori ad avere fonti di guadagno. Ciò è particolarmente interessante, perché i progetti nati con una filosofia Open spesso sono legati a comunità di creazione che possono fungere da volano per portare alla ribalta prodotti che, se sviluppati secondo metodologie convenzionali, difficilmente otterrebbero l’attenzione del mercato.

Interessante è anche il parere di coloro che sostengono che i prodotti basati su hardware Open Source non potranno mai essere sostenuti da veri modelli di business, ma che potranno fungere principalmente da “catalizzatori per il business”.

Ovviamente è impossibile sintetizzare in pieno il dibattito a riguardo in questo post, ma la mia speranza è quella di aver sintetizzato tutte le tematiche principali riguardanti la sostenibilità dei modelli di business legati a prodotti dotati di hardware Open Source.

Per chi desiderasse approfondire l’argomento ho raccolto qui sotto alcuni link utili, da cui ho peraltro attinto per scrivere l’articolo.

Business models for Open Hardware: http://www.openp2pdesign.org/2011/open-design/business-models-for-open-hardware/
Is Open Source Hardware IT’s Next Big Thing?: http://www.informationweek.com/global-cio/interviews/is-open-source-hardware-its-next-big-thi/240000260
A business model for open source hardware: http://www.longtail.com/the_long_tail/2009/01/a-business-mode.html
Open sesame: http://www.economist.com/node/11482589

A presto,

Massimiliano

Le storie che riguardano nuove idee di giovani imprenditori italiani sono quelle che scrivo sempre con più orgoglio ed entusiasmo. Nell’articolo di oggi parlerò di “Fattelo!“, un progetto di impresa basato su due dei modelli di business collaborativi più importanti del momento: i meccanismi Open Source e il Crowdfunding. Fattelo! è la traduzione inglese di “Do-It-Yourself!”, ovvero, “fattelo da solo!”, e non è altro che un progetto d’impresa basato sul concetto di “design Open Source”, in cui i designer, oltre a poter vendere il prodotto, mettono a disposizione i progetti affinchè essi possano essere costantemente migliorati.

Il primo prodotto nato da questo progetto è una lampada (chiamata 01LAMP), costruita con un semplice cartone della pizza, un cavo e dei led, che si può costruire autonomamente o “comprare” tramite una donazione su Eppela. Grazie a questa si contribuirà inoltre a sostenere il progetto d’impresa concepito dai quattro giovani designer italiani, ideatori del progetto. Si chiamano Mattia, Andrea, Antonio, Federico ed hanno tutti meno di 30 anni, tanto talento e un passato di studio e lavoro nel mondo del design e della progettazione.

Il modello di business che i ragazzi vogliono sfruttare è particolarmente interessante, perché, come tutti i progetti del suo genere, fa leva sulla partecipazione dei contributor e dei fan al progetto stesso. Fattelo! ha però qualche caratteristica che lo rende radicalmente innovativo, perché Il meccanismo che prevede la partecipazione è basato su di una strategia di marketing virale molto ingegnosa. Per scaricare i disegni e le istruzioni necessari per costruire i progetti ci si deve infatti “loggare” con le credenziali di Twitter o Facebook.

In questo modo, sia che si compri il prodotto finito sia che si scarichino i disegni per costruirsi il prodotto autonomamente, si contribuisce alla crescita del progetto. Nel primo modo infatti lo si sostiene “economicamente”, nel secondo invece si contribuisce diffondendo le creazioni ed i progetti dei designer presso la propria rete sociale. Il meccanismo è, in sostanza, un sistema per sostenere un’efficace strategia di comunicazione virale.

I ragazzi hanno dimostrato di essere, oltre che ottimi designer, anche abilissimi strateghi. Nel video di presentazione, infatti, annunciano che sia se il progetto di finanziamento su Eppela abbia successo sia che non ne abbia, scriveranno un report contenente la descrizione della loro esperienza e dei consigli per altri ragazzi che vorranno finanziare i propri progetti tramite crowdfunding. Anche in questo caso i giovani designer cercano di ispirare la propria audience esortandola a contribuire tramite le donazioni su Eppela, in modo che la storia che il report descriva un grande successo e non un fallimento.

Termino complimentandomi con i ragazzi per il loro approccio innovativo all’imprenditoria: non solo hanno ben sfruttato un modello di business innovativo, ma hanno anche saputo pianificare una strategia di marketing basata su tre elementi molto interessanti:

  • Ispirazione: la campagna di comunicazione è incentrata sull’appello ad aiutare questi giovani designer a coronare il loro sogno di diventare imprenditori (argomento che, soprattutto in questi mesi risulta particolarmente “sensibile”).
  • Viralità: grazie al meccanismo “scarica e condividi” i ragazzi possono contare su una comunicazione innovativa, efficace e a costo zero.
  • Partecipazione: il progetto non avrà successo se non otterrà la partecipazione di un buon numero di persone, sia che esse comprino il prodotto sia che lo condividano. L’obiettivo del team di Fattelo! è infatti quello di costruire il proprio progetto e crescere attraverso la partecipazione della propria fan base. In questo contesto, “il crowd” è la leva più importante sulla quale si regge il progetto.

Devo ammettere che sono sicuro che Fattelo! riscuoterà il successo che merita su Eppela, ma, anche se malauguratamente non dovesse, i ragazzi avranno avuto la possibilità di far apprezzare il proprio ingegno e la propria creatività e, non da ultimo, di scrivere un report che sarà utile ai molti altri che verranno dopo di loro. In ogni caso auguro loro un in bocca al lupo!

A presto,

Massimiliano

Il caso della console Ouya sta interessando da mesi diverse categorie di appassionati, diventando una storia di interesse per i cultori dei sistemi Open Source, del Crowdsourcing, del Crowdfunding e del Marketing, per non citare tutti gli appassionati dei gadget tecnologici, quei “pionieri” che per le aziende ormai rappresentano una delle risorse principali per penetrare i propri mercati obiettivo.

La console Ouya, se ancora non ne avete sentito parlare, è un piccolo cubo che utilizza come sistema operativo Android e che principalmente svolge la funzione di console per la TV, proprio come le classiche Playstation e Nintendo. La console può però svolgere anche altre funzioni, come riprodurre contenuti multimediali e connettersi con WebTV e presenta, inoltre, una connettività e caratteristiche hardware di ottimo livello. Il team dietro alla console ha saputo concentrare tutta questa potenza in una piccola scatola dal design e dal prezzo accattivante. Per ottenere una Ouya, infatti, si dovranno spendere solamente 99 dollari. Un prezzo modesto, soprattutto considerando il costo limitato dei tanti giochi presenti sulla piattaforma Android.

Grande successo o possibile fallimento?

Le caratteristiche tecnico-fisiche del prodotto non sono le uniche che rendono Ouya un caso interessante. Ouya si è guadagnata la sua fama grazie alla campagna-record di crowdfunding svolta sulla ben nota piattaforma Kickstarter. Con più di 8,5 milioni di dollari raccolti, entra di diritto tra i progetti di maggior successo finanziati tramite crowdfunding, tanto che la stampa specializzata si è persino chiesta se questa enorme quantità di finanziamenti raccolti non si possa trasformare in un boomerang, vista la grande quantitadà di ordini che il team dietro Ouya ha ricevuto grazie a Kickstarter. In effetti, anche la rivista Forbes, in un recente articolo, ha rimarcato le innumerevoli criticità che il team dovrà affrontare per consegnare a tutti i backers una Ouya nelle modalità e nei tempi promessi. Il team di Ouya, dal canto suo, ha sempre risposto con chiarezza ai critici e agli scettici, comunicando sempre in maniera puntuale le fasi di sviluppo del progetto. Come ben ricordato da Julie Uhrman, CEO di Ouya, il Crowdfunding è un meccanismo basato sulla fiducia, e Ouya, posizionandosi come un prodotto radicalmente innovativo (quindi ad elevata complessità e rischio percepito per il consumatore), non può che avere come obiettivo quello di costruire, in prima istanza, una forte brand trust. Gli errori non sono consentiti quindi, ma aldilà dei protagonisti, anche tutti coloro che si interessano di Crowdfunding stanno ora osservando il caso, aspettando di vedere se Ouya rappresenterà l’ennesimo successo o il primo grande fallimento di Kickstarter.

Quando Marketing fa rima con Hacking

Si era già potuto notare, nell’articolo riguardante il lancio di Pebble Watch, quanto le strategie di marketing non convenzionale giochino un ruolo di rilievo nel lancio di prodotti mediante approcci quali Crowdfunding e Crowdsourcing. Ouya è interessante anche perché non solo utilizza un sistema Open Source, ma anche perché permetterà, anzi, incoraggerà i propri utenti più esperti a smontare la console per modificarla o potenziarla. L’hacking della console non inficerà infatti la garanzia, che rimarrà intatta nonostante gli interventi dei più “smanettoni”. Ouya, nella sua versione finale, sarà dotata inoltre di un SDK (Software Developer Kit), che darà la possibilità agli sviluppatori amatoriali di creare dei giochi in maniera relativamente semplice. Mosse che differenziano decisamente Ouya dalla concorrenza, da sempre nascosta dietro brevetti e sistemi anti-hacking. La scelta è tesa a colpire, in primis, quella fascia critica di utilizzatori (pionieri ed early adopters) che saranno la testa di ponte per la diffusione della console presso la maggioranza anticipatrice e quella ritardataria. Tutte queste caratteristiche, radicalmente innovative per una console, instilleranno un DNA virale nel prodotto, favorendo la creazione di communities di appassionati ed esperti. Come sostengono gli studiosi di marketing non convenzionale, questa è una strategia volta a creare non solo legami con il brand, ma anche tra utenti e soprattutto tra i makers, gli hackers e gli sviluppatori amatoriali di giochi per console che decideranno di acquistare Ouya. In effetti, la scelta di favorire l’hacking pare perfetta per questo tipo di console, specialmente perché rivolta ad un target che da sempre ha dimostrato una grande fantasia e creatività, nonché una precisa volontà di condividere le proprie creazioni. Un’altra decisione tesa ad una veloce penetrazione del mercato è che i giochi, anche quelli a pagamento, saranno disponibili nella modalità free-to-play. Ciò permetterà ai giocatori di provare qualsiasi gioco prima di comprarlo, oppure di scaricarlo e di decidere di comprare espansioni, armi o altri add-on, sulla falsariga dei giochi scaricabili su Android e iOS. Anche questa caratteristica, comunque, rappresenta un inedito per una console “da tavolo”.

La triplice sfida

Ouya attualmente si trova di fronte a diverse sfide. La prima riguarda il concetto stesso di console da televisione. In un mondo che si sta muovendo sempre più verso l’utilizzo (anche videoludico) di periferiche portatili (tablets e smartphones in primis), alcuni addetti ai lavori ritengono che lanciare una console di questo tipo sul mercato sia una scelta azzardata. A mio avviso l’obiezione è legittima, ma sono certo che nei piani del CEO di Ouya non ci sarà solo una console, ma probabilmente una linea di prodotti pensati sulla falsariga della console originaria. Non da ultimo, altri dubbi riguardano la capacità della start-up californiana di penetrare un mercato già maturo e presidiato prepotentemente da colossi come Sony e Nintendo. Per alcuni, a conti fatti, 99 dollari per console sono un prezzo che non consentirà margini tali da sostenere il prodotto in un mercato così difficile e che, allo stesso modo, i margini dei giochi che saranno scaricabili dallo store saranno troppo ridotti per permettere ad Ouya di creare grattacapi ai big players. Infine, anche produttori come Samsung (forti della propria expertise sulla piattaforma Android) potrebbero inserirsi nel mercato con una console tutta loro, con un prezzo inferiore ad Ouya o con caratteristiche hardware migliori.

Nonostante tutto, la console Ouya rimane un caso interessante non solo per la sua natura “Open”, non solo perché il suo management sta adottando strategie di marketing particolarmente creative, ma anche perché ci troviamo di fronte ad un prodotto che ha la possibilità di dimostrare quanto il Crowdfunding, condito da adeguate strategie di marketing, possa essere uno strumento sufficientemente potente da sfidare multinazionali che presidiano da anni un mercato maturo. A questo proposito sarà interessante seguire le prossime mosse del team di Ouya, soprattutto riguardo ai tempi e ai modi in cui riusciranno a soddisfare la domanda iniziale e sostenere una successiva penetrazione del mercato. Se Ouya riuscirà ad adempiere ai suoi impegni e stimolare velocemente la creazione di comunità di appassionati intorno al prodotto, facendo contestualmente crescere il proprio brand, avrà buone possibilità di sfidare (e forse diventare essa stessa) un big player nel settore del gaming.

Per chi volesse approfondire l’argomento, segnalo due interessanti articoli di Forbes a riguardo:

Articolo 1: With Ouya’s Kickstarter Funded, What Should Its ‘Investors’ Expect?

Articolo 2: This Is Ouya’s Fatal Flaw

A presto,

Massimiliano

Ecco un caso che gli appassionati di marketing apprezzeranno certamente: si tratta di “Heineken Ideas Brewery”, una piattaforma di Open Innovation lanciata dal famoso brand olandese per sostenere l’innovazione di un prodotto, la birra non artigianale, che ormai può considerarsi quasi una commodity. Se pensiamo infatti a brand simili ad Heineken, le innovazioni introdotte negli ultimi anni sono tutt’altro che numerose, con investimenti che si sono focalizzati specialmente in comunicazione di tipo convenzionale e sponsorizzazioni.

Un mercato sempre più competitivo

Se da un lato i consumatori sono sempre più impermeabili alla comunicazione convenzionale, dall’altro, i grandi produttori di birra hanno recentemente dovuto fare i conti con i tanti birrifici artigianali entrati sul mercato negli ultimi anni, i quali hanno dimostrato di muoversi molto bene sia nel campo del marketing che dell’innovazione. Inoltre, questi produttori sono stati dei pionieri sia nel campo dell’Open Innovation che del Crowdsourcing e la birra è stata uno dei primi prodotti ad ottenere dei successi grazie a progetti di questo tipo. Sono innumerevoli, infatti, i casi in cui birrifici artigianali hanno collaborato con community di esperti ed appassionati di birra per affinare le proprie ricette, introdurre prodotti nuovi o integrare e perfezionare la propria offerta. Questi piccoli produttori, spesso già ben inseriti come influencers nelle predette comunità, hanno presto saputo creare engagement ed instaurare una proficua relazione con i consumatori di birra artigianale, un segmento peraltro particolarmente smaliziato e attento a tutte le innovazioni che vengono introdotte sul mercato.

Il funzionamento della piattaforma

Tornando a parlare della birra prodotta su scala industriale, in un contesto in cui la comunicazione mono-direzionale è prevalente, Heineken ha iniziato un percorso che punta al coinvolgimento dei fan del marchio nella gestione dell’innovazione dei prodotti e delle pratiche riguardanti il loro consumo. Ideas Brewery è una piattaforma tramite la quale, previa registrazione, gli utenti possono postare le proprie idee per proporre delle innovazioni, a seconda dei contest lanciati dall’impresa. Il sistema funziona come ogni classica piattaforma di Crowdsourcing, in cui le idee vengono prima presentate e poi votate dalla community, la quale decreterà i vincitori del concorso. In questa iniziativa di Heineken è forte anche la componente social: ovviamente, per ottenere più voti si è incentivati a condividere la propria idea su Facebook e Twitter presso le proprie cerchie.
Attualmente, il contest introdotto da Heineken chiede ai propri fan di trovare idee per innovare il modo di consumare la birra alla spina, mentre quello precedente chiedeva di ideare nuovi packaging ecosostenibili. Fino ad ora quindi, le innovazioni non riguardano la formula della birra o l’introduzione di nuove ricette per nuovi prodotti, ma solo elementi accessori dell’offerta di Henieken. Alcune idee possono certamente essere considerate folli o divertenti, ma altre sono interessanti ed ingegnose, eccone alcuni esempi:

Gli obiettivi dell’iniziativa

Una delle motivazioni (anche se a mio avviso non la principale) per cui Heineken ha introdotto “Ideas Brewery” è trovare nuove idee a costi relativamente contenuti: questaè una delle classiche prerogative dei sistemi di Open Innovation, nonché una delle ragioni principali per cui vengono sempre più spesso introdotti progetti analoghi a quello del produttore di birra olandese. Nonostante ciò, gli studiosi di marketing hanno presto capito quanto il valore partecipativo possa influire positivamente su innumerevoli aspetti legati allo sviluppo ed al consumo dei prodotti.

Da questo punto di vista, gli obiettivi che la funzione marketing di Heineken potrà raggiungere tramite questo progetto sono:

  • Capire ed anticipare i trend del mercato grazie al meccanismo dei contest
  • Instaurare un dialogo e valorizzare i contributi dei propri evangelizzatori
  • Ottenere brand awareness
  • Creare brand fidelity e lovemark
  • Differenziare la percezione del proprio brand rispetto alla concorrenza (iniziative di questo genere aumentano la percezione, specialmente presso i giovani consumatori, di Heineken come brand “innovatore”).
  • Innescare meccanismi virali grazie ai social network, con un notevole risparmio di costi in comunicazione.

Se gli storici produttori di birra che competono sul mercato si sono fermati al lancio di pagine Facebook e strategie basate su Social Media, Heineken ha avuto il merito di andare aldilà degli strumenti che vengono utilizzati (spesso senza alcuna originalità) da tutti i maggiori brand. Sono curioso di capire come risponderanno i competitor di Heineken ad una iniziativa così innovativa. Certamente, “Ideas Brewery” sta spostando l’asticella del confronto un pò più in alto, in un mercato in cui non è così frequente apprezzare innovazioni così sofisticate, anche a livello di marketing.

A presto,

Massimiliano

Quante volte, mentre stiamo mangiando, prima di andare a letto, mentre guidiamo, siamo stati folgorati da un’idea geniale? Un’idea che, siamo sicuri, risolverebbe i problemi di molte persone o ne migliorerebbe la qualità della vita? Perché non esiste una piattaforma che permetta a tutti di trasformare in realtà la propria idea e guadagnarci?

Questo deve aver pensato Ben Kaufman, quando si accingeva a creare Quirky.com. Quirky è una start-up fondata solo pochi mesi fa, e rappresenta la prima piattaforma di “Social Product Development” del mondo.
Secondo i propri creatori, Quirky rappresenta il modo più semplice per trasformare in realtà le proprie “idee geniali” e farle conoscere al mercato. Questo avviene grazie al supporto di una comunità di co-creatori che collaborano attraverso il sito Web Quirky.com e partecipano alla “curation” (o perfezionamento) e valutazione dell’idea. Ogni persona appartenente alla comunità che partecipi al perfezionamento di un determinato progetto viene definita “influencer” e il suo livello di impegno in quel progetto viene misurato attraverso un sistema di metriche. Perfezionata l’idea, il prodotto passa attraverso tutte le classiche fasi di sviluppo: ricerca, design, branding, igenierizzazione, produzione e, infine, commercializzazione.

Il sistema su cui si basa Quirky è, in buona sostanza, riassumibile in questo schema:

Una volta che il prodotto è pronto per il mercato, Quirky lo mette in commercio con il nome dell’inventore, trattenendo il 70% dei ricavi dalle vendite. Il resto viene destinato alla comunità di co-creatori e all’inventore, che trattiene circa il 10% dei ricavi del prodotto.
Il prodotto viene distribuito sia grazie ad una rete di partner (tra cui figurano anche Amazon.com, Target, Toys ‘R’ Us) sia attraverso la vendita diretta sul sito Quirky.com.
La caratteristica più interessante è però il meccanismo definito dalla start-up “social sales”, attraverso il quale ogni inventore è incentivato a promuovere in prima persona la vendita del “suo” prodotto, in diversi modi:

  • Condividendo la pagina in cui viene commercializzato il proprio prodotto sui maggiori social network
  • Creare dei banner per il proprio blog o sito Web
  • Creando mini-siti
  • Creando video virali
  • Collaborando con altre comunità di inventori per promuoverne la vendita in maniera congiunta

Tutto è permesso, perché l’interesse di vendere il prodotto è comune: maggiori saranno le vendite infatti, maggiori saranno i guadagni di Quirky, dei co-creatori e dell’inventore. Per guadagnare dalla vendita del prodotto ricordiamo infatti che non si deve essere per forza degli “inventori”, ma è sufficiente far parte della comunità di co-creatori che ha partecipato allo sviluppo del prodotto stesso.

Grazie a questo meccanismo, che io definirei “viral-incentivante”, tutti i soggetti coinvolti sono interessati a promuovere e a collaborare per aumentare le vendite del prodotto.

L’obiettivo di Quirky è quindi quello di creare, per ogni prodotto, un effetto buzz veloce e intenso, volto a fornire a questo ampia visibilità presso i maggiori social network.
Un sistema geniale, che, secondo Kaufman, porterà la start-up a raggiungere 20 milioni di dollari di ricavi nel 2012. Un meccanismo fondato su tre punti:

  • Il sistema “viral-incentivante”, basato su un’efficace sistema di metriche per misurare la partecipazione dei co-creatori, unito ad un meccanismo di incentivazione economica.
  • La collaborazione dei co-creatori ai vari progetti, che funge da efficace test “pre-commercializzazione”, dando in maniera preventiva un’idea dei punti di forza e debolezza del prodotto, decidendone “vita” o “morte”.
  • Lo sviluppo di una comunità di creativi e makers, che condividono la stessa passione, e che, messi insieme, possono moltiplicare all’infinito le possibilità offerte dalla piattaforma. Quirky è infatti progettata con il fine di essere flessibile ed aperta all’esterno.

A mio avviso Quirky rappresenta, in maniera concreta, la ridefinizione della teoria della “organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor, dove il concetto di efficienza dello sfruttamento delle risorse interne viene addirittura ribaltato, ponendo, come nuovo punto focale, la massimizzazione dello sfruttamento delle risorse esterne all’impresa.

Come tendenza degli ultimi anni, si può notare quanto l’evoluzione tecnologica e delle discipline economico-aziendali siano responsabili del sorgere di start-up sempre più “Open” o “Social”.

La voglia di partecipazione del consumatore 2.0 ha quindi definitivamente sancito la morte delle grandi imprese che decidevano per lui, aprendo la strada a nuovi modelli di impresa, più adatti alla mutevolezza delle sue esigenze e maggiormente aperti al suo ascolto e coinvolgimento.
Grazie a pionieri quali i sistemi Open Source e le comunità di creazione, una nuova rivoluzione industriale pare profilarsi, in cui, finalmente, il protagonista è il consumatore.

Se avete una grande idea o tanta voglia di partecipare, vi consiglio di fare un giro su Quirky.com, sono curioso di sapere cosa ne pensate! Se invece volete capirne di più e avete poco tempo, ecco Quirky spiegato in 50 secondi:

A presto,

Massimiliano

Volevo parlarvi di Nike Plus, il servizio di Nike rivolto ai “runner” amatoriali e no. Si tratta, in buona sostanza, di un vero e proprio “social network per corridori”, dove, collegandosi al sito, gli appassionati di corsa possono caricare (grazie ad appositi strumenti) tutti i dati relativi alle loro ultime corse. Non solo, ma possono anche condividere le loro esperienze, i loro tempi, i loro itinerari con i propri “amici”.

Il social network, perfettamente integrato con Facebook e Twitter, è stato creato per aggiungere valore alla classica offerta Nike. Con Nike Plus, l’azienda di Beaverton non offre ai consumatori solamente il classico paio di scarpe, ma una piattaforma collaborativa, che è in grado di aumentare il valore del prodotto, stimolando la creazione di un network relazionale tra i “runner” stessi, ma soprattutto relazioni di lungo periodo con Nike stessa. In questo social network per corridori infatti, co-creation e marketing relazionale paiono fondersi in una sinergia perfetta.

Conformemente alle più moderne teorie di marketing, la volontà di Nike è proprio quella di trasformare il rapporto con la propria clientela da un modello di tipo transazionale (aquisto puro e semplice di un paio di scarpe da corsa) ad uno di tipo relazionale (stimolare relazioni di lungo periodo per aumentare il valore della relazione con il cliente). Per raggiungere l’obiettivo, Nike si è focalizzata molto anche sulla creazione di legami tra i corridori stessi, stimolando la competizione e il confronto tra questi ultimi.

Si tratta, in poche parole, di un modello win-win. I “runner” ricevono una piattaforma gratuita, con servizi dedicati alla loro passione, mentre Nike riceve in cambio preziosissime informazioni sulla propria clientela, facilitando operazioni come:

  • progettazione di nuovi prodotti/servizi;
  • upselling;
  • trading up;
  • cross selling.

Se volete farvi un’idea di come funziona Nike Plus, vi posto il video di presentazione andato in onda al ” Grand Prix Cyber Cannes Lions 2007″

A presto,

Massimiliano