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Quante volte, mentre stiamo mangiando, prima di andare a letto, mentre guidiamo, siamo stati folgorati da un’idea geniale? Un’idea che, siamo sicuri, risolverebbe i problemi di molte persone o ne migliorerebbe la qualità della vita? Perché non esiste una piattaforma che permetta a tutti di trasformare in realtà la propria idea e guadagnarci?

Questo deve aver pensato Ben Kaufman, quando si accingeva a creare Quirky.com. Quirky è una start-up fondata solo pochi mesi fa, e rappresenta la prima piattaforma di “Social Product Development” del mondo.
Secondo i propri creatori, Quirky rappresenta il modo più semplice per trasformare in realtà le proprie “idee geniali” e farle conoscere al mercato. Questo avviene grazie al supporto di una comunità di co-creatori che collaborano attraverso il sito Web Quirky.com e partecipano alla “curation” (o perfezionamento) e valutazione dell’idea. Ogni persona appartenente alla comunità che partecipi al perfezionamento di un determinato progetto viene definita “influencer” e il suo livello di impegno in quel progetto viene misurato attraverso un sistema di metriche. Perfezionata l’idea, il prodotto passa attraverso tutte le classiche fasi di sviluppo: ricerca, design, branding, igenierizzazione, produzione e, infine, commercializzazione.

Il sistema su cui si basa Quirky è, in buona sostanza, riassumibile in questo schema:

Una volta che il prodotto è pronto per il mercato, Quirky lo mette in commercio con il nome dell’inventore, trattenendo il 70% dei ricavi dalle vendite. Il resto viene destinato alla comunità di co-creatori e all’inventore, che trattiene circa il 10% dei ricavi del prodotto.
Il prodotto viene distribuito sia grazie ad una rete di partner (tra cui figurano anche Amazon.com, Target, Toys ‘R’ Us) sia attraverso la vendita diretta sul sito Quirky.com.
La caratteristica più interessante è però il meccanismo definito dalla start-up “social sales”, attraverso il quale ogni inventore è incentivato a promuovere in prima persona la vendita del “suo” prodotto, in diversi modi:

  • Condividendo la pagina in cui viene commercializzato il proprio prodotto sui maggiori social network
  • Creare dei banner per il proprio blog o sito Web
  • Creando mini-siti
  • Creando video virali
  • Collaborando con altre comunità di inventori per promuoverne la vendita in maniera congiunta

Tutto è permesso, perché l’interesse di vendere il prodotto è comune: maggiori saranno le vendite infatti, maggiori saranno i guadagni di Quirky, dei co-creatori e dell’inventore. Per guadagnare dalla vendita del prodotto ricordiamo infatti che non si deve essere per forza degli “inventori”, ma è sufficiente far parte della comunità di co-creatori che ha partecipato allo sviluppo del prodotto stesso.

Grazie a questo meccanismo, che io definirei “viral-incentivante”, tutti i soggetti coinvolti sono interessati a promuovere e a collaborare per aumentare le vendite del prodotto.

L’obiettivo di Quirky è quindi quello di creare, per ogni prodotto, un effetto buzz veloce e intenso, volto a fornire a questo ampia visibilità presso i maggiori social network.
Un sistema geniale, che, secondo Kaufman, porterà la start-up a raggiungere 20 milioni di dollari di ricavi nel 2012. Un meccanismo fondato su tre punti:

  • Il sistema “viral-incentivante”, basato su un’efficace sistema di metriche per misurare la partecipazione dei co-creatori, unito ad un meccanismo di incentivazione economica.
  • La collaborazione dei co-creatori ai vari progetti, che funge da efficace test “pre-commercializzazione”, dando in maniera preventiva un’idea dei punti di forza e debolezza del prodotto, decidendone “vita” o “morte”.
  • Lo sviluppo di una comunità di creativi e makers, che condividono la stessa passione, e che, messi insieme, possono moltiplicare all’infinito le possibilità offerte dalla piattaforma. Quirky è infatti progettata con il fine di essere flessibile ed aperta all’esterno.

A mio avviso Quirky rappresenta, in maniera concreta, la ridefinizione della teoria della “organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor, dove il concetto di efficienza dello sfruttamento delle risorse interne viene addirittura ribaltato, ponendo, come nuovo punto focale, la massimizzazione dello sfruttamento delle risorse esterne all’impresa.

Come tendenza degli ultimi anni, si può notare quanto l’evoluzione tecnologica e delle discipline economico-aziendali siano responsabili del sorgere di start-up sempre più “Open” o “Social”.

La voglia di partecipazione del consumatore 2.0 ha quindi definitivamente sancito la morte delle grandi imprese che decidevano per lui, aprendo la strada a nuovi modelli di impresa, più adatti alla mutevolezza delle sue esigenze e maggiormente aperti al suo ascolto e coinvolgimento.
Grazie a pionieri quali i sistemi Open Source e le comunità di creazione, una nuova rivoluzione industriale pare profilarsi, in cui, finalmente, il protagonista è il consumatore.

Se avete una grande idea o tanta voglia di partecipare, vi consiglio di fare un giro su Quirky.com, sono curioso di sapere cosa ne pensate! Se invece volete capirne di più e avete poco tempo, ecco Quirky spiegato in 50 secondi:

A presto,

Massimiliano

Sempre riguardo ad Arduino, Made in Italy ed elettronica Open Source, volevo segnalarvi un’iniziativa estremamente interessante della rivista “Elettronica Open Source“, in collaborazione con “Elettronica In“. Si tratta di Make4Cash, un concorso per inventori e makers, specialmente (ma non esclusivamente) rivolto ad appassionati di Arduino.

Il concorso mette in palio 1000 euro, più la possibilità di veder pubblicato il proprio progetto sulle due riviste, che rappresentano una importantissima vetrina per tutti gli addetti ai lavori del settore dell’elettronica.

La caratteristica più importante del concorso è che sarà proprio la comunità di appassionati che ruota attorno alle due riviste a votare il progetto migliore tramite i social network, determinando così il vincitore del premio. Quando l’articolo sarà inserito sulla rivista on-line “Elettronica Open Source”, i membri della community potranno votarlo a suon di “mi piace”, “retweet”, condivisioni su Linkedin e Google +. La somma delle menzioni su ognuno dei social network rappresenterà il mezzo con cui verranno espresse le preferenze.

Make4Cash, oltre che essere un’iniziativa volta a stimolare l’interesse e la partecipazione a progetti di elettronica Open Source nel nostro Paese (si tratta della prima iniziativa del suo genere), è anche l’esempio perfetto di come si possono utilizzare al meglio i social network per una strategia di marketing virale, in maniera semplice ed efficace.

Se desiderate maggiori informazioni o partecipare al concorso vi consiglio di visitare la pagina ufficiale di Make4Cash.

Ringrazio Emanuele Bonanni, fondatore di “Elettronica Open Source”, per la segnalazione.

A presto,

Massimiliano

Qualche giorno fa ho scoperto per caso Diaspora, un social network Open Source. Il fatto che il codice sorgente del social network sia aperto, significa che tutti coloro che vogliono contribuire a migliorare Diaspora possono farlo in vari modi:

  • contribuendo al miglioramento del codice del social network;
  • aiutando il “Translation Group”;
  • fornendo supporto ad altri utenti o ad altri partecipanti;
  • installando un “Community Pod”. Diaspora infatti funziona grazie a una rete di server messi a disposizione dalla comunità, che permettono il funzionamento del social network.

Ecco, in poche parole cos’è Diaspora per il team fondatore del progetto:

Open source is about individuality, transparency, creativity, and destiny. It is about having an idea, and making it reality. Diaspora* was founded to fulfill a passion for fun, and for making the Internet a better place. Open source is what enables us to change the world, for ourselves, and let our friends across the web benefit from our exploration.

Open source communities are amazing things. At Diaspora*, we believe that people should be valued for what they do. It does not matter if you have contributed to a project before, or are an elite open source hacker. Contributing to Diaspora* means that you get to work on hard problems, with a focus on solutions that work for users. This is why if you contribute something meaningful to Diaspora*, we will give you core commit access. We are in this together, so giving excited people the chance to make huge changes always trumps keeping control sacred.

La caratteristica più rivoluzionaria di Diaspora è proprio questa struttura basata su “Community Pod” – una vera novità per i social network – che permette ai suoi utenti di mantenere la proprietà di tutti i propri dati. Ciò significa in sostanza una maggiore privacy, e soprattutto che tutti i dati non possono essere ceduti a terzi.

Le informazioni, come contenuti e aggiornamento degli status sono infatti salvate in un “seed”, un web server personale che può essere condiviso. Oltre a poter gestire un proprio seed, gli utenti possono avere in gestione l’hosting dei propri dati in modo simile a quanto avviene su WordPress. In sostanza Diaspora può essere installato in locale, ma anche utilizzato attraverso una terza parte.

Il social network, ancora nella sua versione Alpha, sta comunque riscuotendo un buon successo. E’ infatti già tra i progetti Open Source più seguiti, dal progetto originale sono già derivate 1000 “forks”, ed ha già più di 5000 followers.

Ringrazio il blog Naicamine per avermi fatto conoscere questo innovativo social network!

A presto,

Massimiliano

Volevo parlarvi di Nike Plus, il servizio di Nike rivolto ai “runner” amatoriali e no. Si tratta, in buona sostanza, di un vero e proprio “social network per corridori”, dove, collegandosi al sito, gli appassionati di corsa possono caricare (grazie ad appositi strumenti) tutti i dati relativi alle loro ultime corse. Non solo, ma possono anche condividere le loro esperienze, i loro tempi, i loro itinerari con i propri “amici”.

Il social network, perfettamente integrato con Facebook e Twitter, è stato creato per aggiungere valore alla classica offerta Nike. Con Nike Plus, l’azienda di Beaverton non offre ai consumatori solamente il classico paio di scarpe, ma una piattaforma collaborativa, che è in grado di aumentare il valore del prodotto, stimolando la creazione di un network relazionale tra i “runner” stessi, ma soprattutto relazioni di lungo periodo con Nike stessa. In questo social network per corridori infatti, co-creation e marketing relazionale paiono fondersi in una sinergia perfetta.

Conformemente alle più moderne teorie di marketing, la volontà di Nike è proprio quella di trasformare il rapporto con la propria clientela da un modello di tipo transazionale (aquisto puro e semplice di un paio di scarpe da corsa) ad uno di tipo relazionale (stimolare relazioni di lungo periodo per aumentare il valore della relazione con il cliente). Per raggiungere l’obiettivo, Nike si è focalizzata molto anche sulla creazione di legami tra i corridori stessi, stimolando la competizione e il confronto tra questi ultimi.

Si tratta, in poche parole, di un modello win-win. I “runner” ricevono una piattaforma gratuita, con servizi dedicati alla loro passione, mentre Nike riceve in cambio preziosissime informazioni sulla propria clientela, facilitando operazioni come:

  • progettazione di nuovi prodotti/servizi;
  • upselling;
  • trading up;
  • cross selling.

Se volete farvi un’idea di come funziona Nike Plus, vi posto il video di presentazione andato in onda al ” Grand Prix Cyber Cannes Lions 2007″

A presto,

Massimiliano

Se tutto, intorno a noi, sta diventando sempre più social, anche la buona vecchia televisione non può esimersi dall’attraversare questo processo di “socializzazione”. Fino a pochi anni fa la televisione era il mezzo “non interattivo” per eccellenza, ma i rapidi cambiamenti nelle tecnologie e nelle abitudini dei telespettatori (anche loro consumatori 2.0) stanno favorendo format televisivi sempre più partecipativi e ricchi di user generated contents (UGC).

Il fenomeno della co-creation quindi non risparmia nemmeno la TV; basta un’occhiata distratta al teleschermo per capire che il cambiamento è in atto. In una recente intervista ad “affaritaliani.it”, Bruno Pellegrini, esperto di digital media e CEO di TheBlogTv, afferma che nel futuro, sempre più programmi chiederanno il coinvolgimento di fan e telespettatori, tramite modalità più o meno creative.

Secondo Pellegrini, per uscire dalla monotonia e rinnovarsi, la televisione sarà sempre più ricca di UGC, di programmi basati su co-creation e crowdsourcing. L’esempio migliore è proprio Top5, programma televisivo in onda su Rai5, in cui i partecipanti, videomaker in erba – e non solo – stilano la propria personalissima Top5 in merito ai temi più disparati. Il programma trae spunto dal romanzo “High Fidelity” di Nick Hornbyin cui, tramite una classifica, ogni personaggio esternava la sua visione della realtà.

Il sistema di funzionamento di Top5 è semplice, spiega Pellegrini: “una volta chiuso il contratto con il network viene aperta una call for video su Userfarm definendo cosa stiamo cercando e quanto viene retribuito. I videomaker caricano i loro video e il nostro staff autoriale seleziona ciò che ci è utile alla realizzazione dei programmi o, se necessario, chiede delle modifiche. In quel momento il videomaker riceve il compenso sul suo portafoglio elettronico. Quindi elaboriamo i video costruendo il programma per la tv e consegniamo la puntata al network”.

Se volete darvi un’idea di come funziona Top5, vi consiglio questo divertentissimo video della Iena Pif:

La partecipazione ai contenuti dei programmi non è però l’unica modalità per rendere la televisione “interattiva” e partecipativa. Grazie ai social network e ad un’attenta attività di marketing, rivolta al coinvolgimento dei telespettatori, anche i programmi meno interattivi o le serie televisive hanno l’opportunità di stringere un forte legame con le persone. Gli autori di una serie TV quindi, possono già, attraverso una attenta attività di “listening in” sul Web e i social network, trarre degli spunti importanti per i futuri sviluppi delle future stagioni.

Ma c’è molto di più: i social network (che stanno gradualmente sostituendo i siti aziendali) sono diventati così potenti da poter diventare essi stessi il soggetto principale di una trasmissione televisiva. In programmi come Xtra Factor, Terzo Tempo (in diretta con noi) di Sky Sport, per esempio, i “Tweet” dei telespettatori, i collegamenti tramite Skype ecc.. rappresentano il perno centrale della trasmissione, che si sviluppa intorno a questi commenti e contributi.

A onor del vero, credo che questo processo di “socializzazione” e co-creazione dei programmi TV sia iniziato molto prima dell’esistenza dei social network. Penso ai vecchi programmi sportivi di “serie b” sulle reti private, dove ben prima di Twitter e Facebook venivano dedicati degli spazi a contributi telefonici dei telespettatori (che spesso si rivelavano divertentissimi), o alle trasmissioni radiofoniche in cui si chiede ai radioascoltatori di “dire la loro” riguardo a un determinato argomento (si pensi al programma televisivo e radiofonico “Stalk Radio”).

Se la partecipazione ai programmi televisivi e radiofonici non è una cosa nuova, sono altresì convinto che il contributo dei social network e il diffondersi della cultura in merito agli UGC e alla co-creation stia determinante nel dare nuovi importanti stimoli agli autori delle trasmissioni, e stia creando, per i telespettatori, un modello che migliori la loro esperienza emotiva e che ampli il valore dei programmi.

Per saperne di più, consiglio la lettura dell’intervista completa a Bruno Pellegrini e un interessantissimo articolo pubblicato recentemente su ninjamarketing.it, che parla proprio di TV 2.0 e Social TV.

A presto,

Massimiliano