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Progettare una struttura per il crowdosurcing, così come per qualsiasi altra piattaforma che sfrutti le cosiddette “intelligenze collettive”, sembra un’impresa molto più difficile di quanto non sia in realtà.

Navigando sul blog “news.noahraford.com“, ho trovato alcune semplici istruzioni che possono essere utili a chiunque voglia intraprendere un progetto che sfrutti il crowdsourcing o altri approcci all’innovazione/creazione collaborativa. L’articolo è stato scritto dal Dr. Noha Raford, esperto di strategia e studioso di crowdsourcing ed intelligenze collettive.

Il Dr. Raford cita, nel suo articolo, una ricerca svolta dall’autorevole “MIT center for collective intelligence”, che ha pubblicato un interessante report dal titolo ““Harnessing Crowds: Mapping the Genome of Collective Intelligence“, il quale presenta e confronta alcuni illustri casi di applicazione di sistemi per le intelligenze collettive quali Wikipedia, Threadless ed Innocentive. Secondo lo studio del Massachussetts Institute of Technology, questi modelli possono essere applicati in maniera relativamente semplice anche per progetti di portata minore.

Raford chiama questo approccio “MIT approach to collective intelligence”. Eccone i punti chiave.

Scelte strategiche

In primo luogo è bene avere chiari alcuni concetti. Può sembrare pleonastico, ma avere chiari questi punti può essere di importanza cruciale durante la fase di pianificazione e risparmiare dolorose e successive modifiche.

  1. Obiettivi: sono riferiti al risultato che si vuole raggiungere. Si vuole che il crowd “crei” qualcosa o che “decida” qualcosa? Ai “collaboratori” si può richiedere un contributo sostanziale, come quello di inviare un progetto, un design, un’idea, oppure si può domandare di partecipare ad un processo di scelta (es: dovremmo includere questa caratteristica nel prodotto X?)
  2. Incentivi da offrire ai “collaboratori”: benefici psicologici (socializzazione, contributo ad una causa, amore per un brand) e/ o economici.
  3. Struttura e processi necessari a raggiungere gli obiettivi.
  4. Staffing, riferito alle persone necessarie a sostenere la struttura e il modello di business. Ciò si riferisce sia alla gerarchia aziendale che al crowd. In questa fase è bene anche stabilire i compiti e le decisioni delegate alle risorse esterne all’impresa (crowd) e quelle svolte internamente.

Questi quattro punti possono essere visti anche come quattro domande:

  1. Dove dobbiamo arrivare? Cosa vogliamo fare?
  2. Perché qualcuno dovrebbe essere interessato ad aiutarci?
  3. In che modo i partecipanti dovrebbero collaborare?
  4. Chi fa cosa?

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Sviluppare un dettagliato albero delle decisioni

Per fare ciò, può essere utile rispondere ad alcune domande:

  1. Le attività possono essere divise? Le risorse necessarie sono “sparpagliate” o in località sconosciute?
  2. Il sistema di incentivazione è adeguato?
  3. Che attività devono essere portate a termine?
  4. Le attività possono essere suddivise in attività più piccole ed indipendenti?
  5. Sono necessarie solo alcune soluzioni?
  6. Il gruppo intero deve obbedire alle decisioni?
  7. Servono delle risorse (anche economiche) per facilitare scambi/condivisioni o motivare le decisioni?

Un’esempio di albero delle decisioni è scaricabile qui.

Il diagramma di flusso deve considerare tutti i possibili scenari, individuando con precisione: chi fa cosa, perchè, come e con quale incentivo. Sostanzialmente, lo schema deve rispondere alle domande viste sopra in maniera esauriente.

Il modello applicato nella realtà

Nella tabella sottostante si può notare un chiaro esempio di due modelli che utilizzano il crowdsourcing nel loro modello di business. Si è già fatto riferimento ad Innocentive qualche mese fa, per cui spiegherò brevemente cos’è Threadless. In poche parole si tratta di una piattaforma tramite la quale chiunque può inviare il design di una T-shirt, che dovrà passare attraverso una selezione successiva da parte del Crowd (il quale voterà quale sono le migliori) e poi del management, che deciderà quali mettere in produzione.

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Ringrazio il Dr. Raford per aver condiviso i le sue ricerche, segnalo inoltre altri link interessanti riferiti ad alcuni suoi studi in merito. In particolare consiglio la lettura di “Large Scale Participatory Futures Systems: a Comparative Study of Online Scenario Planning Approaches”.

Ecco una citazione dall’abstract della ricerca:

This dissertation explores the role that participatory online collective intelligence systems might play in urban planning research. Specifically, it examines methodological and practical issues raised by the design and use of such systems in long-term policy formulation, with a focus on their potential as data collection instruments and analytical platforms for qualitative scenario planning.

A presto,

Massimiliano

Vari ricercatori, negli anni passati, hanno cercato di indagare quali sono le motivazioni che spingono i consumatori a partecipare ai progetti di co-creazione. Alcuni sostengono che il bisogno di co-creare sia dovuto ad un mutamento nelle abitudini di consumo, spinto anche da Internet, dai Social e dalle nuove tecnologie in genere. Altri ricercatori sostengono che questo bisogno sia incoraggiato dalle imprese, che hanno la necessità di instaurare “un dialogo” con i propri clienti, con l’obiettivo di massimizzare il valore per il cliente e per l’azienda, qualora questa abbia adottato un approccio relazionale al Marketing. Per altre realtà invece, come dimostrato dal “caso Innocentive“, la co-creazione rappresenta semplicemente un risparmio di tempo e denaro.

Sono convinto, però, che ancora molto ci sia da dire riguardo alle motivazioni che spingono i consumatori a co-creare. In particolare, credo che per ora si sia solamente “grattato la superficie” e non si sia andati ancora in profondità a riguardo.

Un nobile sforzo in questo senso arriva da una studentessa dell’Università Commerciale Luigi Bocconi, Giulia Tievoli, che ha scelto, come argomento della sua Relazione Finale del terzo anno, di indagare proprio quali sono le motivazioni che spingono i consumatori a co-creare. Come metodo di ricerca ha deciso di avvalersi di un questionario, che esorto tutti a compilare per rendere il campione della ricerca il più robusto possibile, in modo da ottenere un risultato quantitativamente e qualitativamente significativo. Il questionario è in forma anonima e richiede solamente uno-due minuti di tempo per essere compilato.

Il link per partecipare alla ricerca è il seguente: https://qtrial.qualtrics.com/SE/?SID=SV_aXhaeejp4dj2gfi

Non serve essere esperti per rispondere alle domande, quindi, una volta compilato, potete segnalarlo anche ai vostri amici tramite e-mail o social. I risultati della ricerca saranno pubblicati non appena i dati saranno analizzati. Nel frattempo ringrazio tutti anticipatamente per la collaborazione e faccio un “in bocca al lupo” a Giulia per la sua tesi.

A presto,

Massimiliano

Ieri mi è stata segnalata una piattaforma per l’innovazione incredibilmente interessante e, devo dire, sorprendentemente poco nota nel nostro Paese.

Si tratta di Innocentive, un sito Web attraverso il quale imprese di ogni tipo pubblicano dei “challenge”, ovvero delle sfide riguardanti innovazioni di prodotto/processo di cui hanno bisogno, ma per le quali non riescono (o non hanno convenienza) a trovare una soluzione tramite la loro funzione R&S.

In sostanza, Innocentive potrebbe essere definito come un “intermediario dell’innovazione”, che mette in contatto potenziali innovatori con aziende che hanno bisogno di particolari soluzioni. Come payoff, gli innovatori (o “solver”, come vengono definiti) possono guadagnare premi in denaro anche considerevoli (da decine o centinaia di migliaia di dollari fino ad un milione di dollari).

Grazie a questa piattaforma, le aziende partecipanti sono in grado di:

  • Risparmiare tempo
  • Risparmiare denaro (il “solver” viene ricompensato alla risoluzione del problema, senza bisogno di sostenere tutti quegli investimenti in R&S che sarebbero altrimenti necessari)
  • Trovare soluzioni a problemi che non riescono ad affrontare internamente
  • Avere accesso ad una partecipazione diffusa riguardo ai “challenge” posti in essere.
  • Risolvere possibili problemi di comunicazione interna

I “solver”, d’altro canto, possono:

  • Lavorare quando, quanto e come preferiscono
  • Scegliere i “challenge” che più preferiscono
  • Sviluppare la loro creatività
  • Guadagnare fama e reputazione
  • Essere notati dalle imprese che pubblicano i “challenge”
  • Ottenere premi in denaro al momento della soluzione del “challenge”.

Innocentive, a mio avviso, rappresenta una delle migliori espressioni della potenza delle tecniche di Open Innovation e del Crowsourcing. Più in generale, grazie ai meccanismi di Open Innovation e Crowdsourcing, ora resi facilmente implementabili grazie ad una digitalizzazione che sta crescendo a ritmi incessanti ovunque nel mondo, le aziende stanno decentrando sempre più attività all’esterno, coinvolgendo un numero sempre più alto di soggetti, in attività sempre più complesse e “delicate”.

Internet e la “Open Source Way” stanno velocemente cambiando la società in cui viviamo. Con essa, sta cambiando anche il modo di fare impresa. Questo cambiamento è visibile soprattutto nelle start-up e nelle imprese di recente costituzione, ma anche nei “vecchi giganti” che si stanno aprendo a queste filosofie, comprendendo che rappresentano un’occasione per aumentare il proprio valore e condividerlo con gli stakeholders (e la società in genere).

Se andiamo a cercare i partner di Innocentive spiccano infatti Roche, Accenture, NASA: un segno che questo cambiamento viene ormai percepito anche da grandi player, che un tempo facevano della segretezza delle proprie strategie e dei brevetti uno dei punti cardine del proprio vantaggio competitivo.

A presto,

Massimiliano