Archivi per Incentivi

Sul Web si legge sempre più spesso di case histories in cui Crowdsourcing o Open Source hanno contribuito al successo di un’azienda, di un brand o di un prodotto. Ancora poco pubblicizzati, però, sono i rischi connessi all’utilizzo di questi approcci all’innovazione: in particolare, per scrivere questo post ho tratto ispirazione dall’articolo “Tom Tom: Rischioso fidarsi delle mappe Open Source”. Nel pezzo – che come potrete immaginare ha subito sollevato ampie polemiche – si riporta una comunicazione in cui Tom Tom avvisa la clientela di non porre troppo affidamento alle mappe Open Source, perché potrebbero essere errate o non adeguatamente aggiornate.

Nonostante molti sostenitori della “Open Source Way” siano subito insorti, Tom Tom ha sollevato uno dei problemi che – a ragion veduta – rendono ancora insidioso l’utilizzo, da parte delle aziende, di meccanismi che richiedano un’ampia partecipazione da parte delle cosiddette “intelligenze collettive”.

Ecco quindi una breve lista dei punti chiave da tenere sempre presenti per qualsiasi organizzazione che voglia sfruttare in maniera proficua i meccanismi di innovazione e creazione collaborativa:

  1. Controllo: Open Source e Crowdsourcing non significano anarchia. Nonostante spesso si richieda alla massa una democratica partecipazione ad alcune decisioni, l’azienda dovrebbe mantenere un certo controllo, per evitare un indesiderato “effetto boomerang”. Le collettività chiamate a partecipare potrebbero prendere decisioni poco lungimiranti o addirittura dannose per l’azienda, contrarie ad alcune scelte strategiche o alla visione del management. Oppure, una decisione o una richiesta da parte della comunità potrebbe essere non cattiva di per sè, ma comunque cogliere impreparata l’impresa. Un’apertura all’esterno potrebbe anche rivelarsi un’ottima occasione per i competitor per cogliere dei punti deboli, o addirittura danneggiare direttamente l’azienda.
  2. Expertise:qualora si decidesse di intraprendere un progetto che preveda il contributo di risorse esterne all’impresa, si deve sempre tenere presente il grado di expertise richiesto alle risorse stesse. Essere “Open” non significa accettare passivamente il contributo di tutti, ma anche e soprattutto saper selezionare o premiare “i talenti” e i contributi di qualità. Un buon bilancio tra “diversità ed expertise” è necessario per non rischiare che la situazione possa sfuggire di mano, o che l’azienda sprechi tempo e risorse a ricevere e considerare contributi inutili o di scarsa qualità. La necessità di selezionare soggetti con un’alta expertise è stata la scintilla che ha creato i cosiddetti Crowdsourcing di nicchia, ovvero il Curated Crowdsourcing e l’Expert Crowdsourcing.
  3. Incentivi:questo rappresenta, a mio avviso, un punto focale. I partecipanti ad un progetto di creazione o innovazione aperta devono essere adeguatamente incentivati. Nulla è più frustrante, per una persona che partecipa attivamente ad un progetto, del sentirsi sfruttata o non valorizzata. Molto spesso, i benefici psicologici derivanti dall’appartenenza ad una comunità di creazione, dove i partecipanti possono condividere le proprie passioni ed i propri interessi non sono sufficienti, o per lo meno perdono di efficacia con l’andare del tempo. Ancora poche sono le realtà che riconoscono dei veri benefici economici a coloro che danno il proprio contributo. Gli incentivi devono generare quindi un giusto mix di benefici psicologici e sociali, sostenuti (ove la situazione lo renda opportuno) da benefici di carattere economico. Condizione fondamentale è però che essi siano costanti nel tempo. Un sistema incentivante ben strutturato deve trattenere i “migliori talenti”, farli crescere e, qualora necessario, attrarre nuove partecipazioni.
  4. Regole: un equo set di regole, soprattutto se condiviso dalla comunità di co-creatori o partecipanti è necessario a mantenere l’ordine. Le regole non devono però essere nè troppo stringenti nè troppo permissive. Nel primo caso si rischia di soffocare la creatività dei partecipanti, mentre nel secondo di trasformare i progetti in anarchia.

Lo sfruttamento e la corretta gestione delle “intelligenze collettive” è un argomento molto più delicato di quanto non appaia. Il difficile compito è sempre più delegato ai cosiddetti “Community Managers”, figure professionali che stanno ricoprendo un ruolo sempre più importante nelle moderne strategie di marketing. Qualora si voglia approfondire l’argomento, raccomando l’articolo “Community Manager: ruoli e responsabilità” comparso recentemente su ninjamarketing.

Quanto sia difficile gestire delle comunità è dimostrato dalla “guerra” tra due sistemi operativi Linux-based, ovvero Ubuntu e Linux Mint (una distribuzione derivata proprio dalla stessa Ubuntu). I creatori di Linux Mint hanno avuto strada facile nell’accrescere la propria popolarità grazie ad un attenzione ed un ascolto più attento delle volontà e dei desideri degli utenti. Mentre Ubuntu deve sottostare a troppe regole, derivanti dal fatto che è “sponsorizzata” da Canonical, Mint ha intercettato quella grande fetta di Ubuntu-users che chiedeva a gran voce una distribuzione facile e stabile come Ubuntu, ma che potesse evolvere secondo le loro necessità e non secondo le imposizioni di un’impresa.

Pur essendo Ubuntu una distribuzione che “vive” dei contributi della comunità, Canonical, l’azienda che sostiene Ubuntu, ha dovuto compiere alcune scelte di carattere strategico, per permettere un futuro supporto anche su tablet, televisioni e dispositivi mobili. Una di queste scelte è stata l’adozione dell’interfaccia Unity, criticatissima da molti utenti. Nonostante queste decisioni siano chiaramente lungimiranti, Ubuntu si è trovata proprio nella situazione in cui la linea strategica del management non era condivisa da una larga fetta degli utenti. L’incapacità di parte della comunità di comprendere l’importanza della scelta di Canonical ha causato la veloce ascesa del primo concorrente di Ubuntu, ovvero Linux Mint. Se desiderate comprendere meglio come questa “guerra” sia iniziata, vi consiglio di leggere l’articolo “Linux Mint, the new Ubuntu“.

Con questo articolo spero di aver sintetizzato ed esemplificato brevemente le maggiori criticità che l’adozione di approcci di creazione ed innovazione collaborativa possono presentare.

Ritenete che vi siano altri importanti punti da tenere presente prima di intraprendere un progetto che coinvolge risorse esterne all’impresa?

Aspetto i vostri commenti!

A presto,

Massimiliano

Quante volte, mentre stiamo mangiando, prima di andare a letto, mentre guidiamo, siamo stati folgorati da un’idea geniale? Un’idea che, siamo sicuri, risolverebbe i problemi di molte persone o ne migliorerebbe la qualità della vita? Perché non esiste una piattaforma che permetta a tutti di trasformare in realtà la propria idea e guadagnarci?

Questo deve aver pensato Ben Kaufman, quando si accingeva a creare Quirky.com. Quirky è una start-up fondata solo pochi mesi fa, e rappresenta la prima piattaforma di “Social Product Development” del mondo.
Secondo i propri creatori, Quirky rappresenta il modo più semplice per trasformare in realtà le proprie “idee geniali” e farle conoscere al mercato. Questo avviene grazie al supporto di una comunità di co-creatori che collaborano attraverso il sito Web Quirky.com e partecipano alla “curation” (o perfezionamento) e valutazione dell’idea. Ogni persona appartenente alla comunità che partecipi al perfezionamento di un determinato progetto viene definita “influencer” e il suo livello di impegno in quel progetto viene misurato attraverso un sistema di metriche. Perfezionata l’idea, il prodotto passa attraverso tutte le classiche fasi di sviluppo: ricerca, design, branding, igenierizzazione, produzione e, infine, commercializzazione.

Il sistema su cui si basa Quirky è, in buona sostanza, riassumibile in questo schema:

Una volta che il prodotto è pronto per il mercato, Quirky lo mette in commercio con il nome dell’inventore, trattenendo il 70% dei ricavi dalle vendite. Il resto viene destinato alla comunità di co-creatori e all’inventore, che trattiene circa il 10% dei ricavi del prodotto.
Il prodotto viene distribuito sia grazie ad una rete di partner (tra cui figurano anche Amazon.com, Target, Toys ‘R’ Us) sia attraverso la vendita diretta sul sito Quirky.com.
La caratteristica più interessante è però il meccanismo definito dalla start-up “social sales”, attraverso il quale ogni inventore è incentivato a promuovere in prima persona la vendita del “suo” prodotto, in diversi modi:

  • Condividendo la pagina in cui viene commercializzato il proprio prodotto sui maggiori social network
  • Creare dei banner per il proprio blog o sito Web
  • Creando mini-siti
  • Creando video virali
  • Collaborando con altre comunità di inventori per promuoverne la vendita in maniera congiunta

Tutto è permesso, perché l’interesse di vendere il prodotto è comune: maggiori saranno le vendite infatti, maggiori saranno i guadagni di Quirky, dei co-creatori e dell’inventore. Per guadagnare dalla vendita del prodotto ricordiamo infatti che non si deve essere per forza degli “inventori”, ma è sufficiente far parte della comunità di co-creatori che ha partecipato allo sviluppo del prodotto stesso.

Grazie a questo meccanismo, che io definirei “viral-incentivante”, tutti i soggetti coinvolti sono interessati a promuovere e a collaborare per aumentare le vendite del prodotto.

L’obiettivo di Quirky è quindi quello di creare, per ogni prodotto, un effetto buzz veloce e intenso, volto a fornire a questo ampia visibilità presso i maggiori social network.
Un sistema geniale, che, secondo Kaufman, porterà la start-up a raggiungere 20 milioni di dollari di ricavi nel 2012. Un meccanismo fondato su tre punti:

  • Il sistema “viral-incentivante”, basato su un’efficace sistema di metriche per misurare la partecipazione dei co-creatori, unito ad un meccanismo di incentivazione economica.
  • La collaborazione dei co-creatori ai vari progetti, che funge da efficace test “pre-commercializzazione”, dando in maniera preventiva un’idea dei punti di forza e debolezza del prodotto, decidendone “vita” o “morte”.
  • Lo sviluppo di una comunità di creativi e makers, che condividono la stessa passione, e che, messi insieme, possono moltiplicare all’infinito le possibilità offerte dalla piattaforma. Quirky è infatti progettata con il fine di essere flessibile ed aperta all’esterno.

A mio avviso Quirky rappresenta, in maniera concreta, la ridefinizione della teoria della “organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor, dove il concetto di efficienza dello sfruttamento delle risorse interne viene addirittura ribaltato, ponendo, come nuovo punto focale, la massimizzazione dello sfruttamento delle risorse esterne all’impresa.

Come tendenza degli ultimi anni, si può notare quanto l’evoluzione tecnologica e delle discipline economico-aziendali siano responsabili del sorgere di start-up sempre più “Open” o “Social”.

La voglia di partecipazione del consumatore 2.0 ha quindi definitivamente sancito la morte delle grandi imprese che decidevano per lui, aprendo la strada a nuovi modelli di impresa, più adatti alla mutevolezza delle sue esigenze e maggiormente aperti al suo ascolto e coinvolgimento.
Grazie a pionieri quali i sistemi Open Source e le comunità di creazione, una nuova rivoluzione industriale pare profilarsi, in cui, finalmente, il protagonista è il consumatore.

Se avete una grande idea o tanta voglia di partecipare, vi consiglio di fare un giro su Quirky.com, sono curioso di sapere cosa ne pensate! Se invece volete capirne di più e avete poco tempo, ecco Quirky spiegato in 50 secondi:

A presto,

Massimiliano