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È con sommo piacere che oggi pubblico questo articolo con una intervista a Gian Luca Petrelli, startupper fondatore di “Be My Eye, azienda specializzata in Crowdsourced field audits. Dopo una breve introduzione a “Be My Eye” troverete la sua intervista, concessa in esclusiva per The Big Cloud Project!

Introduzione a Be My Eye

Ho diversi amici che lavorano per imprese che operano nella grande distribuzione e sono rimasto colpito quando ho scoperto che è una prassi consolidata e diffusa che queste imprese assumano dei laureati o addirittura delle società specializzate (con costi altissimi!) per effettuare delle semplici operazioni di store checking, in cui – il più delle volte – viene chiesto di effettuare controlli sul rispetto dei termini contrattuali.

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Quando ho sentito parlare della start-up italiana “Be My Eye” ho potuto apprendere che finalmente qualcuno aveva avuto l’ottima idea di fornire un sistema più efficiente ed economico di quello che molte aziende utilizzano tutt’ora.

“Be My Eye” è infatti un servizio in crowdsourcing per le aziende che desiderano effettuare diverse operazioni su punti vendita dei clienti:

  • Controllo negozi per prodotti, merchandising e concorrenti;
  • Mystery shopping;
  • Fotografie e video per il settore immobiliare;
  • Ispezione della segnaletica stradale;
  • Controllo affissioni pubblicitarie;
  • Fotografie e video di eventi pubblici

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Il modello grazie al quale “Be My Eye” si è sviluppata è molto semplice: le aziende si iscrivono alla piattaforma e postano dei “Jobs”, ovvero delle offerte di lavoro (scattare una fotografia del prodotto X nel punto vendita Y della città Z, ad esempio) e allo stesso tempo, gli “Eye” (ovvero le persone iscritte al servizio) presenti sul territorio possono visualizzare il “Job” sulla loro applicazione per smartphone, decidendo di farsene carico.

Ovviamente per gli “Eye” è prevista una ricompensa, che solitamente è di circa 5 euro. Per ora “gli occhi” sono circa 3500 e di solito hanno un’età compresa tra i 18 e i 48 anni. Per alcuni è solo un divertimento e un modo per guadagnare piccole somme di denaro, ma ci sono persone particolarmente attive che riescono a ricavare anche 600 euro al mese.

Per quanto riguarda le aziende invece, una volta redatto il brief e pubblicata la richiesta sulla piattaforma si tratto solo di attendere e di ricevere i dati, che vengono aggregati in tempo reale in una tabella excel.

Il meccanismo sta di fatto rivoluzionando il modo in cui venivano svolte queste attività in passato. Non solo per ragioni legate ai prezzi competitivi, ma perché il sistema (tramite diverse procedure, come il “check-in” via GPS) garantisce la qualità e l’immediatezza dei risultati. Questi possono essere consultati in tempo reale, fattore che permette reazioni immediate da parte dell’azienda qualora gli “Eye” rilevino dei problemi.

Be My Eye è uno dei pochi esempi di successo della febbre da start-up nostrana: il fondatore prevede un 2013 con ricavi pari a 2 milioni di euro, con un piano di internazionalizzazione che porterà il servizio in Francia, Spagna, Regno Unito, Germania e Svizzera.

Di seguito potete leggere l’intervista concessa in esclusiva dal fondatore di Be My Eye a The Big Cloud Project.

Intervista a Gian Luca Petrelli, CEO e fondatore di “Be My Eye”.

Gian Luca PETRELLI-BEMYEYE

1. Tutti gli startupper di successo hanno una “formula segreta”. Qual è la vostra? Quale ritiene che sia stato il fattore determinante che ha portato una grande idea ad un grande successo?

Beh, una premessa è d’obbligo: siamo online da pochi mesi per cui è prematuro parlare di successo. Le premesse comunque ci sono. In questo momento oltre 7000 privati cittadini hanno scelto di lavorare per noi tramite la nostra app e diversi grandi brand hanno iniziato ad utilizzare il servizio. Molti altri stanno iniziando a testarlo. Permettiamo loro di fare ciò che non è mai stato possibile: controllare migliaia di punti vendita in poche ore. 
Se quella di BeMyEye è una formula, la svelo volentieri. Il primo ingrediente è senza dubbio la value proposition: soddisfiamo un bisogno concreto delle aziende meglio di quanto possa essere fatto senza di noi. Il secondo ingrediente è la qualità delle persone. Ogni prodotto o servizio è la sintesi di tutti coloro che hanno contribuito a crearlo. In BeMyEye non solo abbiamo un team di tecnici geniali ma da poco anche dei manager competenti che arrivano dall’industria delle ricerche di mercato e delle attività in-store. Ogni persona che arriva in BeMyEye dopo una lunga selezione, contribuisce a migliorare nostro servizio. Il terzo ingrediente sono le risorse economiche: senza il supporto del fondo che ci finanzia,  360 Capital Partners, non avremmo mai potuto mettere insieme persone tanto in gamba. Il quarto ingrediente è la forza di volontà che da due anni ci fa lavorare giorno e notte, week end inclusi. Siamo presuntuosamente convinti di fare qualcosa di bello. Un giorno un ragazzino indiano guadagnerà col suo telefono per essersi recato a fotografare un paio di vetrine e un’azienda dall’altro capo del mondo avrà ottenuto quell’informazione in poche ore da decine di migliaia di negozi. Ne vale la pena.       

2. Quanto è difficile essere imprenditori in Italia nel 2013, in una scala da 1 a 10?

Se si parla dell’impresa che inizia da zero, credo sia difficile ovunque. L’Italia, di suo, ci aggiunge comunque un bel carico. Da un lato la quasi impossibilità a partire a meno che l’imprenditore non ci metta tutto il denaro necessario, dall’altro una marea di adempimenti e balzelli a cui star dietro perdendo tempo prezioso. Se si aggiunge l’avversione al rischio degli Italiani, che rende difficile ottenere la fiducia degli stakeholder, credo che in quella scala da 1 a 10 l’Italia si meriti un 8.

3. Il modello di business di “Be My Eye” è fantastico, ma è facilmente replicabile. Come pensate di difendere il vostro vantaggio competitivo nei confronti dei potenziali entranti?

I nuovi entranti arriveranno di sicuro ed è giusto così. Dovranno però fare molta strada per costruire un oggetto sofisticato come quello che BeMyEye ha oggi. Quando vi saranno arrivati, l’auspicio è che noi si sarà ancora un passo avanti a loro. La nostra difesa sarà quella di rimanere un’azienda a fortissima anima ingegneristica per poter continuare ad offrire il prodotto migliore.

4. Progettare una piattaforma per il crowdsourcing non è compito semplice a livello tecnologico. La vostra, peraltro, ha un alto livello di complessità. Quanto è stato difficile progettarne una stabile ed affidabile? Quanto tempo ha richiesto il suo sviluppo?

La piattaforma di BeMyEye è davvero complessa. L’app in mano ai nostri Eye e il sito utilizzato dalle aziende sono solo due tessere di un puzzle più grande. La difficoltà è stata quella di non avere termini di paragone quando abbiamo iniziato. Inizialmente volevamo fare più cose di quelle che facciamo oggi e abbiamo impiegato 11 mesi per creare una prima versione e andare online in beta. Poi ci siamo resi conto di dover abbandonare alcune funzionalità e concentrarci su altre che sono state fatte evolvere mano a mano che ascoltavamo le esigenze dei clienti e i suggerimenti dei nostri Eye. E’ stato un “learning-by-doing” fatto di errori, ripensamenti e, per fortuna, anche di intuizioni giuste. E’ come se avessimo voluto costruire un’automobile senza averne mai vista una. L’abbiamo inizialmente fatta con tre ruote, poi messa in strada e capito che era meglio metterci la quarta. Oggi la nostra auto gira nel mondo reale, utilizzata da persone reali, e non passa giorno senza che qualcuno ci dica che mancano i fari, manca il clacson, ci vuole uno specchietto e così via. La nostra routine è fatta di terribili emergenze!

5. Immagino che, quando fate una presentazione alla tipica impresa italiana vi capiti di essere guardati con sospetto, soprattutto quando parlate di crowdsourcing. Quali sono le reazioni che mediamente rilevate quando dovete vendere il vostro servizio?

Al contrario! Di solito la prima reazione è entusiasta. Il problema sono i tempi molto lunghi per tradurre quell’entusiasmo iniziale in un progetto concreto. Vi sono diverse persone all’interno dell’azienda che dovranno essere coinvolte e questo richiede del tempo.

6. Crowdsourcing e Marketing. Come molti studiosi credo che oggi i marketing managers debbano confrontarsi con la quinta P del marketing mix, ovvero “People”. Che importanza ha questa leva nelle vostre strategie di marketing?

Sino non molto tempo fa la comunicazione riguardante un brand era a senso univoco. Oggi possono scaturire delle vere e proprie sommosse popolari sui social network contro un brand che abbia commesso un passo falso. Allo stesso modo una buona operazione online può diffondere la conoscenza di un prodotto con un investimento piccolissimo. Questa liquidità e viralità delle opinioni c’è a prescindere dalla volontà dell’azienda. Per chi abbia a che fare con il grande pubblico sarebbe folle pensare di non gestire quel fiume di opinioni online.
Il nostro è un caso strano. Siamo forse il primo esempio di di C2B e abbiamo quindi due canali di comunicazione ben distinti. Il primo verso le aziende, il secondo verso i nostri Eye. In particolare nei confronti degli Eye la nostra reputation è fondamentale. Sono i nostri fornitori ma li trattiamo come clienti. Rispondiamo in tempi rapidissimi quando ci fanno domande e cerchiamo di aiutarli in tutti i modi. Quando reclutiamo nuove persone non vogliamo essere confusi con quelle cose del tipo “guadagna da casa 5000 euro al mese!”. Chi viene a sapere del servizio leggerà le opinioni degli Eye esistenti e saranno loro a convincerlo. La quinta “P” è vitale anche per noi.

7. Il Crowdsourcing può rappresentare una risorsa, ma a volte si può trasformare in un boomerang. Qual è il segreto per “controllare” la folla, estrarne il meglio e creare un modello vincente?

Ci sono tipologie molto diverse di crodwsourcing. Solo per citare alcuni esempi ci sono i piccoli lavori ripetitivi di Amazon Turk da fare online e pagati qualche cent, il contributo gratuito per le elaborazioni matematiche assegnate a computer di privati, le operazioni di marketing per chiedere alla folla quale colore dare al prossimo prodotto. E poi c’è quello che facciamo noi e che chiamiamo “Crowdsourced field audits”, una metodologia con dinamiche e difficoltà tutte sue. Si tratta di esempi di crowdsourcing molto diversi tra di loro ma che hanno tutti un denominatore comune: ciò che produce la folla deve passare da procedure guidate, controlli automatici, incentivi e disincentivi altrimenti il risultato sarà spazzatura. Si immagini un grande imbuto con diversi filtri attraverso il quale passa il lavoro di emeriti sconosciuti. Alla fine dell’imbuto ci siamo noi ad accettare o eventualmente rifiutare i risultati. Progettare il nostro imbuto ha richiesto del tempo e ora accettiamo il 95% dei lavori. Per qualsiasi tipologia di crowdsourcing è quell’imbuto della qualità a fare la differenza.

8. Come ci si sente ad iniziare un’attività il cui successo dipende esclusivamente dal contributo che migliaia di persone daranno (o non daranno)?

Elettrizzante. La nostra è una sfida doppia. Se un’azienda normale sopravvive solo se continua a dare un valore ai suoi clienti, noi – oltre a quello stesso vincolo – dovremo continuare ad offrire un valore ai nostri fornitori. 

9. Come vorrebbe che fosse “Be My Eye” tra 5 anni?

Fra tre anni vogliamo diventare leader in Europa di quello che crediamo essere l’emergente mercato dei “crowdsourced field audits”. Fra cinque anni l’ambizione è quella di essere presenti in molti paesi emergenti. L’utilità di questa metodologia è tanto maggiore quanto più lontano permette di vedere. Quando arriveremo a far guadagnare quel ragazzino indiano sarà un gran giorno.

Ringrazio Gian Luca Petrelli e la signora Jenny Giuliani dell’ufficio stampa per la gentilezza e la professionalità, auguro a entrambi un grande in bocca al lupo!

A presto,

Massimiliano

Le storie che riguardano nuove idee di giovani imprenditori italiani sono quelle che scrivo sempre con più orgoglio ed entusiasmo. Nell’articolo di oggi parlerò di “Fattelo!“, un progetto di impresa basato su due dei modelli di business collaborativi più importanti del momento: i meccanismi Open Source e il Crowdfunding. Fattelo! è la traduzione inglese di “Do-It-Yourself!”, ovvero, “fattelo da solo!”, e non è altro che un progetto d’impresa basato sul concetto di “design Open Source”, in cui i designer, oltre a poter vendere il prodotto, mettono a disposizione i progetti affinchè essi possano essere costantemente migliorati.

Il primo prodotto nato da questo progetto è una lampada (chiamata 01LAMP), costruita con un semplice cartone della pizza, un cavo e dei led, che si può costruire autonomamente o “comprare” tramite una donazione su Eppela. Grazie a questa si contribuirà inoltre a sostenere il progetto d’impresa concepito dai quattro giovani designer italiani, ideatori del progetto. Si chiamano Mattia, Andrea, Antonio, Federico ed hanno tutti meno di 30 anni, tanto talento e un passato di studio e lavoro nel mondo del design e della progettazione.

Il modello di business che i ragazzi vogliono sfruttare è particolarmente interessante, perché, come tutti i progetti del suo genere, fa leva sulla partecipazione dei contributor e dei fan al progetto stesso. Fattelo! ha però qualche caratteristica che lo rende radicalmente innovativo, perché Il meccanismo che prevede la partecipazione è basato su di una strategia di marketing virale molto ingegnosa. Per scaricare i disegni e le istruzioni necessari per costruire i progetti ci si deve infatti “loggare” con le credenziali di Twitter o Facebook.

In questo modo, sia che si compri il prodotto finito sia che si scarichino i disegni per costruirsi il prodotto autonomamente, si contribuisce alla crescita del progetto. Nel primo modo infatti lo si sostiene “economicamente”, nel secondo invece si contribuisce diffondendo le creazioni ed i progetti dei designer presso la propria rete sociale. Il meccanismo è, in sostanza, un sistema per sostenere un’efficace strategia di comunicazione virale.

I ragazzi hanno dimostrato di essere, oltre che ottimi designer, anche abilissimi strateghi. Nel video di presentazione, infatti, annunciano che sia se il progetto di finanziamento su Eppela abbia successo sia che non ne abbia, scriveranno un report contenente la descrizione della loro esperienza e dei consigli per altri ragazzi che vorranno finanziare i propri progetti tramite crowdfunding. Anche in questo caso i giovani designer cercano di ispirare la propria audience esortandola a contribuire tramite le donazioni su Eppela, in modo che la storia che il report descriva un grande successo e non un fallimento.

Termino complimentandomi con i ragazzi per il loro approccio innovativo all’imprenditoria: non solo hanno ben sfruttato un modello di business innovativo, ma hanno anche saputo pianificare una strategia di marketing basata su tre elementi molto interessanti:

  • Ispirazione: la campagna di comunicazione è incentrata sull’appello ad aiutare questi giovani designer a coronare il loro sogno di diventare imprenditori (argomento che, soprattutto in questi mesi risulta particolarmente “sensibile”).
  • Viralità: grazie al meccanismo “scarica e condividi” i ragazzi possono contare su una comunicazione innovativa, efficace e a costo zero.
  • Partecipazione: il progetto non avrà successo se non otterrà la partecipazione di un buon numero di persone, sia che esse comprino il prodotto sia che lo condividano. L’obiettivo del team di Fattelo! è infatti quello di costruire il proprio progetto e crescere attraverso la partecipazione della propria fan base. In questo contesto, “il crowd” è la leva più importante sulla quale si regge il progetto.

Devo ammettere che sono sicuro che Fattelo! riscuoterà il successo che merita su Eppela, ma, anche se malauguratamente non dovesse, i ragazzi avranno avuto la possibilità di far apprezzare il proprio ingegno e la propria creatività e, non da ultimo, di scrivere un report che sarà utile ai molti altri che verranno dopo di loro. In ogni caso auguro loro un in bocca al lupo!

A presto,

Massimiliano

Pare che il fenomeno del Crowdfunding stia finalmente attirando l’attenzione di sempre più professionisti anche nel nostro Paese. Una buona occasione per parlare del futuro del Crowdfunding in Italia sarà “Crowdfuture – The Future of Crowdfunding”, una convention realizzata da Nois3Lab in partnership con RomaStartUp, che si terrà Il 27 Ottobre 2012 presso l’Università La Sapienza di Roma.

L’evento rappresenta un incontro fondamentale per tutti i professionisti e gli appassionati al tema che vogliano confrontarsi sul tema “Crowdfunding” con alcuni tra i maggiori esperti a livello Italiano e Mondiale. Tra gli speakers, infatti, interverranno: Dan Marom (autore del best seller “The Crowdfunding Revolution”), Dario Giudici (SiamoSoci), Maurizio Sella (Smartika), Claudio Bedino (Starteed), Alberto Falossi (Kapipal), Markus Lampinen (GrowVC), Chiara Spinelli (Eppela), Alessantra Talamo (Sapienza – IdeAct), Ivana Pais (nuvola.corriere.it), Oliver Gajda (European Crowdfunding Network) e molti altri.

Tra i partner a supporto della convention segnalo nomi altrettanto illustri (l’evento è sostenuto anche dal colosso dell’Open Source Mozilla)

Il programma della giornata è stato diviso in due parti: durante la mattinata si svolgerà la conferenza, in cui interverranno i vari ospiti con i loro contributi, mentre nel pomeriggio verranno tenuti diversi Workshops, dove professionisti e partecipanti alla convention potranno confrontarsi riguardo varie tematiche:

  1. Crowdfunding: idee, community, seed capital per le start-up di social
    innovation.
  2. Massimizzare le opportunità di fundraising nell’era digitale.
  3. Crowfunding per il gaming.
  4. Crowdfunding for Open Projects (in lingua inglese).
  5. Donazioni 2.0: il crowdfunding per il non profit.
  6. RicostruiamoCi (Il tema del workshop è la ricostruzione delle zone colpite da catastrofi naturali).
  7. Come creare una campagna di crowdfunding.
  8. Special Event: Crowdknitting.

Come si può vedere il programma è denso e ricco di spunti interessanti, che sono stati intelligentemente divisi per targhettizzare audience diverse e permettere che gli workshops siano una vera possibilità di dibattito e confronto.

L’evento che ha più attirato la mia attenzione è certamente quello riguardante il “Crowdknitting”, un fenomeno di cui non sapevo nulla e che invece sta riscuotendo un buon successo presso gli appassionati di fashion, arte e design. Il termine nasce da un progetto del blog Pensierifattiamano.it e si focalizza sull’espressione artistica legata al mondo della maglia nel contesto delle nuova forma di street art denominata Yarn Bombing. “Pensando alla modalità di esecuzione e sviluppo del progetto, soprattutto in termini di condivisione, ci è sembrato naturale creare le condizioni per estendere l’esecuzione delle installazioni progettate a tutte le knitters che avessero voluto contribuire. Da questo presupposto è nato il nome del progetto CrowdKnitting, dal termine crowd, utilizzato spesso in ambito marketing per creare neologismi che definiscano attività con una forte componente di condivisione e collaborazione.” La mission di Crowdknitting per crowdfuture sarà quindi la visualizzazione del concetto “crowd” e delle potenzialità che emergono da essa. Il workshop ha l’obiettivo di creare, in collaborazione e condivisione, progetti di Yarn Bombing che caratterizzino ambienti urbani, sostengano iniziative sociali, perseguano attività di guerrilla knitting e craftivism (craft + activism).

Chi volesse sostenere l’evento, può farlo tramite la piattaforma Eppela, per chi invece volesse semplicemente partecipare agli workshops, i tickets sono disponibili su www.crowdfuture.net/tickets.

Per ulteriori informazioni sull’evento consiglio di visitare il sito all’indirizzo www.crowdfuture.net, o di visionare il breve video introduttivo all’evento:

A presto,

Massimiliano

Oggi vi parlo con piacere di una neonata start-up italiana. L’idea è stata di Davide Scomparin, designer pluripremiato che ha unito la passione per il design industriale al suo spirito imprenditoriale creando Desall, una piattaforma di crowdsourcing che ha l’obbiettivo di connettere le aziende con una comunità di creativi e designer da tutto il mondo. Desall fornisce una piattaforma che non solo è un punto di incontro tra aziende e designer, ma anche tra i designer stessi, grazie alla quale i talenti possono ottenere feedback e consigli dalla comunità. La giovene start-up è stata incubata presso H-Farm, il noto venture-incubator che opera a livello internazionale, ed è uscita da poche settimane dallo stato di “beta”.

Il funzionamento di Desall è analogo a qualsiasi piattaforma di crowdsourcing: entrambe le parti, domanda (di design) e offerta hanno mutui benefici nel ricorrere ad essa. Le aziende potranno accedere ad una comunità di designer e ottenere un risparmio di tempo e denaro, nonché una varietà di opzioni che difficilmente avrebbero a disposizione se ricorressero a metodi convenzionali. Dall’altra parte, come incentivo per i partecipanti, c’è un sistema di contest dove il cliente, a fronte del pagamento di una fee a Desall, può mettere una posta in palio ai designer che proporranno il miglior progetto. L’azienda cliente dovrà inoltre riconoscere delle royalties al designer e alla piattaforma nel caso della commercializzazione di un prodotto sviluppato all’interno della community di Desall.

La start-up sta costruendo giorno dopo giorno la sua comunità di designer, grazie anche a partnership con importanti attori del settore, tra i quali figura anche l’italiano Youngdesigner.it, piattaforma che raccoglie le idee dei designer italiani under 35.

Il team di Desall sta lavorando alacremente per trovare nuove partnership, reclutare nuovi talenti e trovare nuovi clienti. Attualmente sul sito della start-up figurano tre progetti, ma grazie anche all’ottimo lavoro a livello di comunicazione e di PR che l’azienda sta svolgendo sono sicuro che presto altre aziende faranno uso di questo ingegnoso metodo per trovare soluzioni creative nel campo del design industriale. Intanto, i meccanismi virali propri dei modelli fondati sul crowdsourcing si stanno già mettendo in moto: la start-up può già vantare una nutrita comunità di designer a caccia di progetti tramite i quali dimostrare il proprio talento.

Desall è un progetto intrigante, che può vantare di essere la prima ed unica piattaforma di crowdsourcing del suo genere. Credo che il suo successo dipenderà dal fatto di attrarre presto clienti o progetti con un alta visibilità, nonché dal saper creare un meccanismo in cui i designer migliori possano distinguersi anche all’interno della comunità. Del resto, la “fama” presso un determinato network professionale è da sempre un importante incentivo per comunità di questo genere. 

Auguro un “in bocca al lupo” al team di Desall e ringrazio Davide per la segnalazione.

A presto,

Massimiliano

Secondo i detrattori dei modelli Open Source è impossibile o proibitivo costruire dei modelli di business sostenibili attorno a progetti “Open”. Eppure, grazie agli esempi forniti da alcune imprese, è possibile effettuare una classificazione dei vari modelli di business che possono sostenere questa tipologia di progetti. In realtà, difendere il proprio vantaggio competitivo, per un azienda che sviluppi prodotti “a sorgente aperta”, non è affatto facile. Negli anni però, la creatività di imprenditori coraggiosi e capaci ha dimostrato che c’è ancora spazio per aziende “Open” in grado di rendere questi meccanismi la fonte di un vantaggio competitivo sostenibile. Anzi, sempre più frequentemente, l’adozione di una filosofia Open è la ragione del successo di alcune start-up di nuova generazione.

Ecco una lista di modelli di business fondati su modelli Open Source:

  1. Vendita di supporto/assistenza tecnica/consulenza: è stato già visto quanto questo modello abbia fatto la fortuna di alcuni colossi come Red Hat (arrivata da poco al traguardo di un miliardo di dollari di ricavi). La vendita di assistenza e consulenza tecnica è il modello di business più usuale per le aziende che sviluppano le proprie imprese grazie a prodotti Open Source. In questa lista però non figurano solo colossi, ma anche molte piccole/medie aziende che vendono la loro expertise e customizzano software Open. È il caso, ad esempio, di CRM Village, già affrontato nel post dedicato a vTiger CRM. La condizione che può frenare lo sviluppo di una start-up che sfrutti questo modello risiede nella possibilità che qualche big player la acquisisca precocemente, o peggio investa nella fornitura di un servizio analogo. Nonostante tutto, una start-up che riesca a sviluppare una forte expertise riguardo a software di nicchia ha ancora buone possibilità di riuscire a sostenere un business fondato su queste basi.
  2. Vendita di hardware con software Open Source pre-installato: è il caso di alcune start-up, che utilizzano come fonte di revenue la vendita di hardware dotato di software Open Source. Tra queste si può citare Vyatta, produttrice di routers. Questo modello è particolarmente rischioso perché i concorrenti possono facilmente installare il software su periferiche simili. Qualora qualche big player entri in scena, le economie di scala messe in campo renderebbero presto proibitivo il proseguo dell’attività da parte di un’azienda neonata.
  3. Mix tra componenti proprietari e Open Source: È una soluzione scelta da sempre più imprese del settore dello sviluppo software Open Source. Si tratta di trattenere i diritti di alcune componenti, mentre i diritti di altri vengono rilasciati su licenze Open. Questo modello permette di ottenere il beneficio di un framework Open Source, ottimale per lo sviluppo, nonché quello di avere delle licenze che possono proteggere alcuni vantaggi strategici dell’impresa.
  4. Multi licensing: senza addentrarsi nei dettagli, questo modello tipicamente prevede la presenza di due o più licenze. Solitamente una licenza è comparabile a quelle del software proprietario, mentre la seconda è (generalmente) una licenza GPL. Questo modello si sostanzia, nella maggior parte dei casi, nella distribuzione di una versione base a costo zero o ad un costo limitato, mentre prevede il pagamento di una licenza nel caso il cliente richieda di integrare il software (nella sua versione completa) nella propria azienda. Come detto prima si tratta di un modello molto delicato, perché le tematiche riguardanti le licenze sono spesso ambigue e difficili da interpretare. Nonostante tutto, questo modello ha fatto la fortuna di svariate aziende, tra le quali Oracle, Asterisk e MySQL, solo per citarne alcune.
  5. Sponsorizzazione: questo modello è la principale fonte di introiti di Mozilla, grazie agli accordi con Google che prevedono l’utilizzo dello stesso come motore di ricerca predefinito del browser. Il rischio di questo modello di business è che, perduto l’appoggio dello sponsor, l’azienda possa trovarsi in pericolo. La perdita dei fondi derivanti dallo sponsor può determinare un cambio forzato e repentino delle strategie aziendali, potenzialmente fatale. Questo approccio è anche alla base di progetti come Ubuntu e Fedora, anche se si tratta di casi significativamente diversi da quello di Mozilla.
  6. Fondazione: questo approccio prevede di costituire una fondazione senza fini di lucro. In questo modo, la mission aziendale assume un alto valore simbolico. Il progetto e la comunità legati alla fondazione dipendono dal contributo di molteplici sponsor, nonchè, nella maggior parte dei casi, da donazioni. Negli ultimi anni le fondazioni hanno fatto in modo di innovare questo sistema, con l’obiettivo di ottenere donazioni più consistenti o durature nel tempo. L’esempio principale è quello della Linux Foundation.
  7. Donazioni: si tratta del modello classico, grazie al quale ancora molti piccoli progetti sperimentali vengono portati avanti. Nonostante sia il modello di più vecchia data, non mancano le innovazioni. Recentemente è nato un nuovo approccio a riguardo, portato alla ribalta dello sviluppatore di “Linux Tycoon”. Quest’ultimo infatti aveva promesso la pubblicazione del codice sorgente del gioco al raggiungimento di una donazione stabile di 4000 dollari mensili da parte della comunità che segue il progetto.
  8. Vendita di accessori: il modello prevede che l’azienda metta in vendita vari gadget – portachiavi, t-shirt, suppellettili – che andranno a sostenere il progetto Open Source. Si tratta di una tattica interessante, perché tende a fornire un immediato “premio” a chi ha contribuito con una donazione (sottoforma di acquisto). Non trascurabile è anche il significato simbolico che gli accessori possono ricoprire in alcune subculture. Ancora una volta Mozilla può essere citata come esempio per questa tipologia di approccio, ma non è raro incontrarlo anche nell’universo delle distribuzioni di Linux.
  9. Money from the cloud: il software è localizzato in cloud e l’azienda viene remunerata per la fornitura di questo servizio. Si tratta di un modello che ha fatto la fortuna di alcuni software CRM ed ERP Open Source, come SugarCRM e vTiger CRM.

Studiando questi diversi approcci si può capire come il ricorso ad un modello non escluda l’utilizzo di altri. Come si può notare infatti, Mozilla, come altre realtà che adottano una filosofia Open, integra vari modelli come diverse fonti di revenue.

Questa classificazione è solamente un riassunto dei principali modelli di business attualmente sfruttati da soggetti che portano avanti progetti “Open Source”. L’innovazione, anche in questo campo, è in continua evoluzione.

Se ritenete che vi siano altri modelli oltre a quelli che ho citato, scrivete pure 😉

A presto,

Massimiliano

Oggi voglio parlarvi di un progetto che sto seguendo da tempo. Il suo nome è OFF  – Officine Formative, una scuola di impresa che si è posta come mission quella di fornire un supporto a tutti gli aspiranti imprenditori che sentano la necessità di un percorso formativo finalizzato a rendere possibile la realizzazione della loro business idea.

La peculiarità di OFF è quella di non essere nè un acceleratore nè un ente che vende formazione, ma un vero e proprio laboratorio, dove gli imprenditori, dopo un percorso di selezione e formazione, possono trovare l’ambiente adatto per sviluppare in maniera efficace la propria idea imprenditoriale.

Officine fomative è un progetto interessante perché si presta ad essere attrattivo soprattutto per le nuove start-up, che fanno dell’Innovazione Collaborativa e dell’Open Innovation il loro punto di forza. OFF infatti acquisisce team di potenziali imprenditori con campi di esperienza molto diversi, permettendo un confronto diretto e una condivisione della conoscenza tra i team di startupper. Il processo di mentoring di OFF è inoltre condotto da professionisti affermati o startupper di successo, fattore che rende possibile il trasferimento di idee applicabili su più progetti e/o in diverse declinazioni.

Un ambiente che, in termini tecnici, favorisce il knowledge spillover, unendo il know-how di una grande azienda – OFF è un progetto di Intesa Sanpaolo – il contributo di professionisti affermati e le idee di potenziali imprenditori.

Il percorso formativo di OFF è diviso in due parti:

  • Think it – un ciclo di e-learning che termina con 4 lezioni interattive su analisi dei concorrenti e del mercato, business strategy e marketing per dare forma all’idea e prendere coscienza delle necessità organizzative che essa comporta;
  • Make it – 8 seminari in aula e 8 settimane di intenso lavoro presso la sede di Officine per passare dalla teoria alla pratica con la preparazione di un business plan solido che tenga in considerazione non solo gli aspetti di lancio dell’azienda ma anche quelli legati alla sostenibilità nel medio-lungo periodo con focus sulla programmazione finanziaria e il risk management.

Tra i progetti che hanno preso il via grazie ad OFF volevo segnalarne uno particolarmente interessante e innovativo: Skillbros. La start-up, creata solo pochi mesi fa dalla passione di quattro giovani imprenditori, è il primo marketplace italiano della conoscenza. Tramite il sito di Skillbros è possibile registrarsi e proporre un’argomento per cui ci si vuole segnalare come “insegnanti”. Al raggiungimento di un numero sufficiente di interessi, la lezione si concretizza nell’incontro tra l’insegnante e coloro che si sono registrati per partecipare.

L’obiettivo di Skillbros non è però solo quello di offrire una piattaforma “non convenzionale” per la formazione, ma soprattutto un modo per creare reti di appassionati, ponendo dunque l’accento sulla condivisione delle passioni e l’occasione di conoscersi.

“La finalità di Skillbros è permettere alle persone di scoprire di avere appassionati proprio nei dintorni di casa, non puntiamo su lezioni classiche e convenzionali, ma su qualcosa di diverso e sulla magia e l’importanza dell’incontro”.

Se desiderate scoprire di più sui fondatori e sulla start-up – tutta italiana nonostante il nome – vi consiglio di guardare la loro intervista su Youtube:

Ho ritenuto importante dare visibilità a un’iniziativa simile non solamente perché il blog è dedicato anche ad innovatori e potenziali startupper, ma soprattutto per mettere in risalto un’ottima iniziativa di Intesa Sanpaolo a favore dell’occupazione e dell’imprenditoria. In momenti molto delicati, quale quello in cui il nostro Paese si trova ad affrontare, progetti come OFF sono ciò di cui i giovani imprenditori necessitano per trasformare in realtà le proprie idee di business, creando crescita, occupazione e sviluppo.

Consiglio inoltre di seguire il blog di OFF, dove potrete trovare tutti i giorni notizie interessanti su start-up, business stories, case studies e attualità.

A presto,

Massimiliano

Il Crowdsourcing è quell’approccio che prevede di utilizzare come risorse – per la risoluzione di un determinato problema – un grande gruppo di persone o una comunità, grazie ad una “Open Call”, che prevalentemente avviene tramite Internet. Il Crowdsourcing è stato “storicamente” utilizzato anche come una “leva di marketing aggiuntiva” (aggiungendo alle classiche 4P del prof. Kotler anche la P di partecipazione) nelle strategie di marketing aziendali più raffinate.

Da un pò di tempo a questa parte però, si parla sempre più di una delle ultime declinazioni del Crowdsourcing, ovvero il Crowd funding, specialmente in relazione al “caso Pebble Technology”, la start-up di Palo Alto che ha da poco “disintegrato” tutti i record riguardanti i fondi raccolti grazie a questo tipo di approccio.

Il Crowd funding, detto anche Crowd financing o Crowd sourced capital, è quell’approccio che permette ad un soggetto, un’impresa o un’organizzazione di finanziare il proprio progetto grazie ad un grande numero di piccole donazioni, solitamente ottenute grazie ad Internet.

Pebble Watch: la start-up dei record

Come detto prima, in tema di Crowd funding la star del momento è Pebble Technology, la start-up californiana che ha saputo raccogliere (nel momento in cui sto scrivendo) circa 6 milioni di dollari per trasformare in realtà il progetto “Pebble Watch”, uno smart-clock che può connettersi via Wi-fi ad uno smartphone (grande notizia, non importa se basato su iOS o Android), visualizzandone e-mail, tweet, aggiornamenti di stato su Facebook, ma anche eventi sul calendario e previsioni del tempo.
Gli inventori di “Pebble Watch” volevano creare un orologio che visualizzasse tutte le informazioni chiave del proprio smartphone senza estrarlo dalla tasca dei pantaloni. All’ottenimento dei primi prototipi funzionanti era chiaro che il prodotto avesse un grandissimo potenziale, ma, come sempre in questi casi, servivano dei fondi per far partire il progetto.

A mio avviso, credo che nessun venture capitalist avrebbe avuto problemi a finanziare un progetto così ambizioso ed intrigante, ma piuttosto credo che la scelta di ricorrere al Crowd funding (grazie alla piattaforma fornita da Kickstarter) sia stata una scelta consapevole, non un ripiego.

Sempre secondo la mia opinione, il Crowd funding rappresenta un metodo di finanziamento potenzialmente più potente rispetto ai classici metodi di seed financing.

Crowd funding: un modello win-win

Proviamo a pensarci: a parità di prodotto, un progetto finanziato grazie ad un business angel o ad un fondo di venture capital deve intraprendere una via faticosa, iniziata “sgomitando” per ottenere l’attenzione necessaria ad un finanziamento, contrattando per ottenere la cifra desiderata, e finita nella non piacevole situazione in cui il team sia giudicato dagli analisti del fondo, che possono decidere della vita o della morte della start-up in ogni momento.
Il modello classico di seed financing prevede che poi, superata la fase di prototipazione ed ingenierizzazione, si passi a quella della produzione. Per poter vendere i suddetti beni o servizi, la start-up avrà poi bisogno di altri fondi da investire in marketing, affrontando poi il rischio di un “flop”, nel caso il prodotto non sia apprezzato dal mercato.

Le piattaforme di Crowd funding puntano ad eliminare la macchinosità di questi processi, mettendo “tutto nelle mani del mercato”. Per spiegare a cosa mi riferisco, parlerò velocemente di Kickstarter.

Kickstarter, la più famosa piattaforma di Crowd funding del mondo, fornisce un servizio che permette di presentare il proprio progetto al popolo Web, permettendo ai visitatori del sito di partecipare alla raccolta dei fondi per la sua realizzazione.
I punti chiave di Kickstarter sono:

  • Tutto o nulla: il progetto deve avere un target di fondi da raccogliere in un determinato periodo di tempo (es: 4000 dollari in un mese per lanciare un nuovo album). Se in questo periodo di tempo il progetto non raggiungerà l’obiettivo, i finanziatori saranno rimborsati.
  • Ricompense per i finanziatori: coloro che lanciano il proprio progetto su Kickstarter devono fornire un sistema incentivante ai propri finanziatori. Solitamente si tratta dei beni oggetto del finanziamento (o di loro edizioni limitate), che una volta prodotti verranno consegnati al finanziatore. La convenienza, per il finanziatore, sta solitamente nel fatto che il prezzo finale del bene sul mercato sarà superiore al valore della donazione.
  • Un’idea, se buona, può fare il giro del mondo ed avere il successo che merita: Kickstarter è nata proprio con questa mission. L’impresa trattiene il 5% del valore dei fondi raccolti.

Il modello che viene a crearsi tramite queste piattaforme è efficacissimo: non solo Kickstarter funge da collettore per ottenere dei finanziamenti, ma coloro che finanziano il progetto sono consumatori o rivenditori del prodotto.
Prendiamo l’esempio di “Pebble Watch”: l’azienda permette di ottenere un orologio “basic” con un’offerta di 99 dollari (il prezzo di mercato, una volta partito il progetto sarà di 150 dollari), e via via crescendo, fino ad arrivare ad un “megapack” di 100 Pebble Watches ottenibili alla cifra di 1000 dollari.

Crowd funding: non solo finanza, ma anche marketing

Per tutti gli startupper e i marketers, questo modello rappresenta un sogno: non solo è in grado di offrire esattamente il finanziamento di cui la start-up ha bisogno, ma, fattore ben più importante, crea già un mercato finale ai prodotti.
Le applicazioni che questo modello può avere in una strategia di marketing virale sono inoltre notevoli: nel caso di “Pebble Watch”, il buzz creato dal successo del funding tramite Kickstarter ha accelerato ed intensificato il numero e l’ammontare dei finanziamenti, determinando istantaneamente una grandissima notorietà del prodotto a livello globale, ancora prima che esso sia messo in produzione e commercializzato.
Come segno tangibile basta fare qualche ricerca, che vi dimostrerà come tutte le più importanti riviste di business, tecnologia e marketing hanno ripreso, nei giorni scorsi, la notizia dei record della start-up di Palo Alto.

Il Crowd funding, una via per il rilancio dell’economia Occidentale?

Il grande successo di Pebble Technology arriva in concomitanza con l’approvazione, da parte del Senato U.S.A. del cosiddetto JOBS act (Jumpstart Our Business Startups), una legge promulgata con il fine di regolamentare il Crowd funding ed incoraggiare il finanziamento delle start-up e delle piccole imprese. Che questi nuovi approcci all’impresa possano rappresentare una soluzione alla crisi sempre più nera che si prospetta non solo nel nostro Paese, ma in tutto il mondo occidentale?
Quando leggo storie simili penso proprio all’Italia e a quanto il nostro paese sia pieno di creativi, desiderosi soltanto di avere a disposizione gli strumenti giusti per “monetizzare” o far crescere i propri progetti.

Se desiderate maggiori informazioni sul Crowd funding vi invito a visitare due importanti piattaforme di Crowd funding italiane:

  • Siamosoci: una piattaforma di equity-based Crowd funding per la promozione di investimenti in startup innovative.
  • Open Genius: piattaforma di Crowd funding focalizzata sulla raccolta di fondi per progetti di ricerca.

Se desiderate visitare la pagina Kickstarter di Pebble Technology, il link è: http://kck.st/HT8bXb
Se desiderate maggiori informazioni riguardo al JOBS act, vi consiglio di leggere il recente articolo pubblicato su Forbes a riguardo e la pagina dedicata alla legge su Wikipedia

A presto,

Massimiliano

Quando si parla di start-up e di Open Source, si tende sempre a pensare ad aziende nate nel mondo del software o di Internet.

Il caso che vi presento oggi invece rappresente “un unicum“, che però potrebbe aprire la strada ad applicazioni dei meccanismi Open Source anche al di fuori dell’ambito dello sviluppo di software. Proprio qualche giorno fa, infatti, ho trovato un articolo che parlava di Wikispeed, una start-up che negli anni ha riscosso un ottimo successo nello sviluppo e nella produzione di automobili “fuel-efficient”.

Wikispeed nasce dall’idea di Joe Justice, un laureato in informatica che ha sempre lavorato nel mondo dei software, accorgendosi più tardi che l’idea dello sviluppo di prodotti tramite meccanismi Open Source non era poi così irrealizzabile. Anzi, l’adozione di questo approccio avrebbe forse rappresentato una soluzione al veloce sviluppo di una piccola impresa e dei suoi prodotti, snellendo e velocizzando molti dei meccanismi che tradizionalmente rallentano e causano inefficienze nei processi produttivi.

Oltre all’Openness che caratterizza l’organizzazione dell’azienda (chiunque, a vario titolo, può partecipare la progetto), è l’adozione di tecniche che rendono la progettazione e la produzione delle automobili agile, economica ed efficiente. I principi adottati, tutti tratti dal mondo dello sviluppo dei software, sono:

  • Eliminare gli sprechi, grazie all’utilizzo di approcci che traggono ispirazione dal “lean software design“.
  • Pairing e Swarming: espressioni difficilmente traducibili, indicano un’approccio al training innovativo. Pairing siginifica sostanzialmente lavoro “in coppia”, mentre lo Swarming è una tecnica che si pone l’obiettivo di sfruttare il fenomeno degli “Sciami Umani”. Questi due approcci fanno parte dell’approccio detto “Extreme Programming“.
  • Scrum development: tecnica che permette un’organizzazione del lavoro efficiente nonostante l’impiego di personale non professionista o non fisicamente presente sul luogo di lavoro.
  • Test driven development: approccio che prevede una serie di failing tests per ogni fase del processo di sviluppo.
  • Modularità: caratteristica fondamentale per ogni progetto Open. La modularità genera efficienza e riduce la complessità dei progetti. Ciò permette di facilitare l’entrata (ma anche cautelarsi da una eventuale uscita) di uno o più membri del team che collaborano al progetto.

Per capire veramente cos’è Wikispeed, consiglio di guardare questo video, in cui lo stesso Joe Justice spiega (ad un’audience più che coinvolta) la storia della start-up, la sua filosofia e il suo approccio innovativo.

Il progetto Wikispeed viene portato avanti con lavoratori sia professionisti che volontari, sponsorizzazioni, donazioni di denaro e materiale. L’obiettivo dichiarato da Wikispeed è infatti quello di rendere il mondo un posto migliore, consentendo la facile produzione di una macchina efficiente dal punto dei vista dei consumi, facile da produrre ed economica.

Come si può leggere dal sito ufficiale, il team di Wikispeed è piuttosto eterogeneo e non mancano le professionalità di altissimo livello:

The gentleman who founded the materials science lab and MIT is in the team. A lady who was a tech at Apple computer and worked on the first multimedia PC is in team. We have electrical and mechanical engineers who have done work for the U.S. Airfoce, Lockhead Martin, NASA, and others. The gentleman who oversaw and managed the largest military research facility in the wold is a member of team Wikispeed. And more than a hundred interested and energetic house wives, house husbands, kids, environmentalists, automotive enthusiasts, artists, musicians, web developers, composite technictions, accountants, lawyers, project managers, mechanics, fabricators, and more.

L’approccio innovativo di Wikispeed ha portato l’azienda e i suoi modelli di auto ad essere conosciuti in tutto il mondo, grazie anche alla partecipazione in un documentario apparso su Discovery Channel e alla presenza dell’azienda in alcuni dei più importanti saloni dell’auto. Il progetto di Wikispeed sta avanzando a piccoli passi, ma ogni passo della start-up ideata da Justice è la dimostrazione che l’Open Source non è un modello applicabile esclusivamente allo sviluppo di software, ma si può adattare tranquillamente alla ricerca e alla produzione di beni tangibili.

Il punto su cui il team di Wikispeed ha ancora molto da lavorare è forse il sistema incentivante. Wikispeed fonda il proprio sistema di incentivi alla partecipazione facendo leva quasi esclusivamente su benefici psicologici, quali: senso di partecipazione, fama e reputazione, filantropia.

Our Mission Statement is “Rapidly Solving Problems For Social Good.” We built ultra-efficient cars, and are looking for Product Owners and team members to help us continue to make a difference in the world around us in more areas. We have done work on Agile method to expedite the deployment of Polio Vaccinations to the areas that need them most, Bipedal walking robotics systems, low cost medical centers for developing communities, and others.

Sebbene credo che un sistema incentivante di questo genere possa essere molto efficace, se in futuro Wikispeed vorrà crescere dovrà creare un modello di business più sostenibile. Abbiamo già visto, in passato, modelli di business di grandissimo successo creati sulla base di prodotti Open Source: Linux, vTiger, OpenBravo ecc.. che hanno saputo creare un framework fatto da piccole imprese disseminate ovunque nel mondo, le quali operano in un ambiente a metà tra competizione e collaborazione.

Vista anche la nobiltà della mission di Wikispeed, sento il dovere di dare a questo appassionato team di visionari il mio più sincero “in bocca al lupo”!

A presto,

Massimiliano

Come vi raccontavo nei miei precedenti post, i meccanismi Open Source non sono da considerarsi un’esclusiva del mondo dell’informatica. In un mondo che si sta sempre più convertendo alla “filosofia Open”, dalla televisione all’istruzione, dall’economia alla politica, alcune città iniziano a reclamare il primato di “prima città Open Source”, con l’ambizione di essere considerate il nuovo punto di riferimento delle “iniziative Open” a livello globale.

Per ora, le prime pretendenti alla palma di “prima città Open Source” sono Releigh, in North Carolina, Portland, in Oregon e Montreal in Quebec.

Portland

Secondo i sostenitori di Portland, la città pare essere il candidato ideale a diventare il punto di riferimento per il mondo Open, dal momento che nell’ultimo anno ha ospitato importanti conferenze ed incontri, come la Open Source Convention e la Open Source Bridge. Portland è stata inoltre una delle prime città al mondo a sviluppare un progetto di “Open Data”, ospita personaggi come Linus Torvalds e Steve Holden e si è dimostrata terreno fertile per la nascita di nuove start-up operanti nel settore delle tecnologie Open Source.

Montreal

Il presunto primato di Portland è però minacciato da Montreal, che vanta di essere la città con la maggior concentrazione di start-up del settore dei software Open Source. Nella città infatti sono state fondate negli ultimi anni cinque start-up che hanno riscosso ottimi successi:

  • StatusNet: una piattaforma Open Source di microblogging, che vuole rappresentare un’alternativa a Twitter;
  • Vanilla Forums: un software per creare e gestire forum su siti Web, utilizzato su centinaia di migliaia di siti nel mondo;
  • Pressbooks: una “social publishing platform”, utilizzabile per la pubblicazione di libri;
  • Stella: azienda che ha sviluppato un software per il monitoraggio delle prestazioni dei siti Web;
  • Subgraph: azienda che ha sviluppato un software per testare la sicurezza delle reti.

Nella città di Montreal hanno inoltre sede due importanti fondi di investimento, iNovia Capital e Real Ventures. Canonical, l’azienda leader nei servizi di consulenza relativi ad Ubuntu, sembra aver preso Montreal come punto di riferimento per il reclutamento di giovani talenti.

Releigh

In una recente intervista, l’ex sindaco di Montreal, Charles Meeker, ha affermato che il riconoscimento di “prima città Open Source” non passa solamente dall’attrazione di start-up e fondi di investimento, ma soprattutto da un cambiamento politico-culturale. Secondo Meeker, le qualità che possono trasformare una normale città in una città Open Source, sono:

  • La volontà di condividere informazioni;
  • La volontà di ricevere informazioni;
  • L’orientamento alla creatività e all’innovazione.

La città di Releigh ha inoltre intenzione di iniziare un progetto di sviluppo per un framework che possa attrarre start-up e talenti che vogliano operare nel settore Open Source, con la collaborazione della camera di commercio e di altre istituzioni locali. La volontà della città è inoltre quella di iniziare ad ospitare conventions e conferenze sul mondo Open Source, in modo da catalizzare l’attenzione di potenziali investitori e imprenditori nel progetto di Meeker.

Uno, nessuno, centomila.

Vi lascio con una provocazione. Secondo alcuni è inutile cercare di creare un “hub”, ovvero un punto di riferimento, perché le comunità Open hanno per loro natura una struttura decentrata e preferiscono concentrare i propri contributi in comunità virtuali. A questo proposito vi riporto un post che ho trovato sul sito Siliconflorist.com:

Money is important for OS development. Corporate contribution to OS is invaluable. Location *is* irrelevant for much OS contribution, but there could be more community-based OS contribution efforts that centered around meet-ups and on-site activities (because it’s fun).

Se desideraste ottenere maggiori informazioni, vi incollo il link dei tre articoli da cui ho tratto le informazioni per il mio post:

http://siliconflorist.com/2011/02/23/portland-oregon-de-facto-hub-open-source-montreal-quebec-raleigh-north-carolina/comment-page-1/

http://nextmontreal.com/can-montreal-become-an-open-source-startup-hub/

http://opensource.com/government/11/2/raleigh-nc-worlds-first-open-source-city%20

A presto,

Massimiliano

Nella mia città natale, Brescia, è stato da poco inaugurato Talent Garden, un nuovo spazio dedicato al “co-working“, creato su misura per rappresentare l’ambiente ideale per le future star-up bresciane. Il progetto, creato da Gianfausto Ferrari, Enrico Ballerini e Davide Dattoli, promette bene: l’obiettivo di Talent Garden (TAG) è infatti quello di creare un ambiente fertile per lo sviluppo di imprese legate al Web e alle nuove tecnologie. Lo spazio sarà messo a disposizione di 56 talenti, che avranno l’opportunità di sviluppare i propri progetti in sinergia, condividendo le proprie conoscenze e capacità, in un clima che fonderà collaborazione e competizione.

Il “giardino” di 700 metri quadri, aperto 24 ore al giorno e sette giorni su sette, è stato progettato in modo da incoraggiare al massimo la collaborazione tra i talenti. Nella sede di “Talent Garden” l’ambiente è informale, ed oltre alle aree dedicate al lavoro non mancano zone relax, postazioni con Xbox e calcio balilla. Tutto pare essere progettato con attenzione, con l’obiettivo di favorire la creazione di un network di relazioni tra i neo-imprenditori.

Il progetto intrapreso dal team di “Talent Garden” non è semplice. La mia speranza è che la “febbre da start-up” che sta contagiando la provincia di Brescia in questi mesi non sia solo un fenomeno passeggero, anzi, credo che per le istituzioni sia un’opportunità irripetibile di sviluppare un modello che in altri Paesi ha già dimostrato la sua efficacia (pensiamo allo stato di Israele, definito da molti ormai una “start-up nation”).

Solo il tempo ci dirà se l’iniziativa di Dattoli, Ballerini e Ferrari sarà in grado di costruire un ambiente fertile in cui potrà prosperare una “Brescia Valley”. I presupposti sembrano esserci tutti: creatività, spirito imprenditoriale e orientamento all’innovazione sono alcuni dei marchi di fabbrica di Brescia e provincia.

A presto,

Massimiliano