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Negli ultimi anni sono state spese molte parole riguardo alle varie modalità grazie alle quali si può velocizzare lo sviluppo dei prodotti e, di conseguenza, il time-to-market (il tempo che intercorre tra l’ideazione del bene/servizio e la sua commercializzazione). Nel settore dell’Information and Communication Technology, ad esempio, il tempismo risulta essere sovente un fattore chiave per il successo di un prodotto. Tra gli obiettivi concernenti la riduzione del time-to-market, però, non ci sono solo motivazioni legate al marketing, ma anche la riduzione dei costi di ricerca e sviluppo, che spesso passa per l’adozione di approcci molto diversi dal classico modello di product development.

Se il modello classico prevede una serie di fasi rigide e consecutive, altamente formalizzate, gli approcci più innovativi possono prevedere processi più rapidi e meno formalizzati, che spesso determinano un sostanziale risparmio di tempo e denaro. Detto questo, ci sono comunque settori e prodotti in cui tali procedure possono assumere una maggiore o minore rilevanza. Gli esempi più interessanti riguardanti processi innovativi di product development possono essere osservati, come si diceva in precedenza, nel campo dell’ICT.

Sopra: l’approccio classico per il product development

Il caso “O2 Connect”

Un caso interessante, che ho notato pochi giorni fa, è quello del software VoIP “O2 Connect” sviluppato da O2, provider di servizi legati alla telefonia ed Internet operante nel Regno Unito ed in Irlanda. L’azienda era conscia del fatto che una larga fetta dei propri utenti ricorresse a servizi VoIP (come Skype o Viber) per comunicare con i propri smartphones utilizzando reti wi-fi, non solo per risparmiare, ma anche per ovviare ad una copertura non capillare della rete. Capendo le potenzialità di questo mercato e volendo sfruttare il vantaggio di “legare” facilmente il numero di telefono delle proprie SIM ad un servizio VoIP, O2 voleva sviluppare una applicazione propria.

Per entrare velocemente in un mercato già presidiato da un big player come Microsoft (con Skype), O2 doveva sviluppare il proprio software nel minor tempo possibile, non potendo affrontare tempi e costi di uno sviluppo svolto internamente alla propria funzione R&S. Come racconta Shomila Malik, in un intervista concessa al blog “Rapid Innovation in Digital Time“, per lo sviluppo di servizi innovativi O2 si avvale di “O2 Enterprise Lab” (cui Shomila è a capo), un entità che collabora con il management dell’azienda madre tramite un rapporto non gerarchio, ma simile a quello che intercorre tra una start-up e un venture capitalist.

Al laboratorio, in sostanza, viene lasciata molta autonomia. La struttura è composta da 40 persone, per la maggior parte sviluppatori, che si interfacciano direttamente con una commissione che ha lo scopo di decidere quali idee sviluppare e come allocare le risorse per i vari progetti in cantiere. In O2 Enterprise Lab, inoltre, la libertà di proporre nuovi progetti è assoluta: i dipendenti sono incoraggiati a proporre i propri progetti tramite delle “pitch sessions” periodiche e a condividere il proprio lavoro con i colleghi tramite software specifici. In poche parole, nel laboratorio regna una cultura dove l’openness e la collaborazione sono considerati una risorsa fondamentale per stimolare la creatività degli sviluppatori.

Nello sviluppo di “O2 Connect”, avvenuto in collaborazione con Voxygen (società con una forte expertise nel campo delle applicazioni VoIP) è stato fatto ampio uso di componenti Open, come le cosiddette OpenAPIs e (quando possibile) componenti Open Source. “Convincere il management che la scelta delle componenti Open Source era la migliore non è stato facile”, racconta Shomila, ma l’adozione di tali soluzioni ha permesso una miglior collaborazione tra Voxygen e O2 Enterprise Labs, nonché la possibilità di un testing diffuso di tali componenti presso le comunità di sviluppatori. O2 connect è stato infine distribuito in beta pubblica, ciò significa che tutti coloro che volevano, potevano contribuire al suo miglioramento utilizzando la versione sperimentale del software. Gli utenti erano in grado di “dire la loro” tramite una piattaforma dedicata, chiamata “getsatisfaction”, grazie alla quale O2 Enterprise Labs ha raccolto il feedback degli utenti prima del lancio della versione finale.

http://nbry.files.wordpress.com/2012/08/openness.png

Sopra: l’approccio adottato da O2 Enterprise Labs per sviluppare “O2 Connect”

I vantaggi nell’utilizzo delle OpenAPIs

Concentrandosi nuovamente sull’adozione di componenti Open, si può notare come il loro utilizzo offra diversi vantaggi. In questo caso, si possono notare diversi vantaggi derivanti dall’utilizzo delle OpenAPIs.

Per capire come l’utilizzo delle OpenAPIs (o API pubbliche) abbia influito nel velocizzare il processo di sviluppo del prodotto, dev’essere prima chiaro cosa sono le API. Le API (Application Program Interface) sono uno strumento che permette di accedere ai contenuti che un sistema offre**, espandendone le funzionalità. Astraendo il concetto, le API sono per i software ciò che lo sterzo ed i pedali sono per le auto: attraverso le API, tutti, meccanici e non, possono guidare le auto. Attraverso le API pubbliche però, i meccanici più esperti possono modificare le componenti dell’auto, potenziandola e migliorandola, mettendo i propri miglioramenti a disposizione di tutti.

L’utilizzo di API pubbliche, in estrema sintesi, comporta i seguenti vantaggi*:

  • Essere presenti su più piattaforme (Facebook App, App Store, Android Market, ecc.) in tempi rapidi e senza dover riprogettare il sistema da zero. Questo ha un impatto positivo sui costi di sviluppo, e le varie applicazioni possono essere sviluppate in più fasi, visto che esse sono totalmente indipendenti dal cuore del sistema;
  • Essere pronti per le piattaforme emergenti, in quanto è possibile avere versioni pronte in tempi molto brevi;
  • Creare oggetti sociali, come widget e applicazioni web, in modo da far crescere esponenzialmente il social reach;
  • Trovare nuovi business models grazie ad utilizzi particolari del proprio sistema;
  • Avere una community di sviluppatori che utilizzano e testano il sistema continuamente, come se fossero un vero e proprio reparto R&D, gratis;
  • Essere pronti per l’integrazione dei propri servizi in altre infrastrutture e sistemi connessi. Gli altri utilizzeranno le API e diffonderanno il servizio.

Chi volesse approfondire il tema dei vantaggi/svantaggi legati all’utilizzo delle OpenAPIs, può leggere l’interessante articolo su ZDnet.com a riguardo.

L’utilizzo di un “approccio Open” a 360 gradi ha consentito al laboratorio di O2 di sviluppare l’applicazione “O2 connect” in circa 4 mesi dalla sua ideazione. Si tratta di un tempo estremamente ridotto, in cui sono stati determinanti sia le soluzioni tecniche adottate sia la collaborazione tra i diversi organi aziendali e tra i diversi stakeholders coinvolti nel progetto. Il caso del software “O2 connect” è interessante, perché questo approccio all’innovazione e allo sviluppo di nuovi prodotti, al di là delle soluzioni tecniche adottate da O2, è una modalità che sta interessando non più solamente le start-up, ma sempre più anche le aziende di grandi dimensioni.

Per coloro che volessero approfondire l’argomento, allego link dell’intervista originale a Shomila Malik: Intervista Shomila Malik per “Rapid Innovation in Digital Time”.

A presto,

Massimiliano

*Fonte: http://www.digitallycultured.it/post/open-api-un-vantaggio-strategico-per-brand-e-startup/

**Fonte:http://www.simonecarletti.it/blog/2006/09/che-cosa-sono-le-api-application-programming-interface/

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Ecco un caso che gli appassionati di marketing apprezzeranno certamente: si tratta di “Heineken Ideas Brewery”, una piattaforma di Open Innovation lanciata dal famoso brand olandese per sostenere l’innovazione di un prodotto, la birra non artigianale, che ormai può considerarsi quasi una commodity. Se pensiamo infatti a brand simili ad Heineken, le innovazioni introdotte negli ultimi anni sono tutt’altro che numerose, con investimenti che si sono focalizzati specialmente in comunicazione di tipo convenzionale e sponsorizzazioni.

Un mercato sempre più competitivo

Se da un lato i consumatori sono sempre più impermeabili alla comunicazione convenzionale, dall’altro, i grandi produttori di birra hanno recentemente dovuto fare i conti con i tanti birrifici artigianali entrati sul mercato negli ultimi anni, i quali hanno dimostrato di muoversi molto bene sia nel campo del marketing che dell’innovazione. Inoltre, questi produttori sono stati dei pionieri sia nel campo dell’Open Innovation che del Crowdsourcing e la birra è stata uno dei primi prodotti ad ottenere dei successi grazie a progetti di questo tipo. Sono innumerevoli, infatti, i casi in cui birrifici artigianali hanno collaborato con community di esperti ed appassionati di birra per affinare le proprie ricette, introdurre prodotti nuovi o integrare e perfezionare la propria offerta. Questi piccoli produttori, spesso già ben inseriti come influencers nelle predette comunità, hanno presto saputo creare engagement ed instaurare una proficua relazione con i consumatori di birra artigianale, un segmento peraltro particolarmente smaliziato e attento a tutte le innovazioni che vengono introdotte sul mercato.

Il funzionamento della piattaforma

Tornando a parlare della birra prodotta su scala industriale, in un contesto in cui la comunicazione mono-direzionale è prevalente, Heineken ha iniziato un percorso che punta al coinvolgimento dei fan del marchio nella gestione dell’innovazione dei prodotti e delle pratiche riguardanti il loro consumo. Ideas Brewery è una piattaforma tramite la quale, previa registrazione, gli utenti possono postare le proprie idee per proporre delle innovazioni, a seconda dei contest lanciati dall’impresa. Il sistema funziona come ogni classica piattaforma di Crowdsourcing, in cui le idee vengono prima presentate e poi votate dalla community, la quale decreterà i vincitori del concorso. In questa iniziativa di Heineken è forte anche la componente social: ovviamente, per ottenere più voti si è incentivati a condividere la propria idea su Facebook e Twitter presso le proprie cerchie.
Attualmente, il contest introdotto da Heineken chiede ai propri fan di trovare idee per innovare il modo di consumare la birra alla spina, mentre quello precedente chiedeva di ideare nuovi packaging ecosostenibili. Fino ad ora quindi, le innovazioni non riguardano la formula della birra o l’introduzione di nuove ricette per nuovi prodotti, ma solo elementi accessori dell’offerta di Henieken. Alcune idee possono certamente essere considerate folli o divertenti, ma altre sono interessanti ed ingegnose, eccone alcuni esempi:

Gli obiettivi dell’iniziativa

Una delle motivazioni (anche se a mio avviso non la principale) per cui Heineken ha introdotto “Ideas Brewery” è trovare nuove idee a costi relativamente contenuti: questaè una delle classiche prerogative dei sistemi di Open Innovation, nonché una delle ragioni principali per cui vengono sempre più spesso introdotti progetti analoghi a quello del produttore di birra olandese. Nonostante ciò, gli studiosi di marketing hanno presto capito quanto il valore partecipativo possa influire positivamente su innumerevoli aspetti legati allo sviluppo ed al consumo dei prodotti.

Da questo punto di vista, gli obiettivi che la funzione marketing di Heineken potrà raggiungere tramite questo progetto sono:

  • Capire ed anticipare i trend del mercato grazie al meccanismo dei contest
  • Instaurare un dialogo e valorizzare i contributi dei propri evangelizzatori
  • Ottenere brand awareness
  • Creare brand fidelity e lovemark
  • Differenziare la percezione del proprio brand rispetto alla concorrenza (iniziative di questo genere aumentano la percezione, specialmente presso i giovani consumatori, di Heineken come brand “innovatore”).
  • Innescare meccanismi virali grazie ai social network, con un notevole risparmio di costi in comunicazione.

Se gli storici produttori di birra che competono sul mercato si sono fermati al lancio di pagine Facebook e strategie basate su Social Media, Heineken ha avuto il merito di andare aldilà degli strumenti che vengono utilizzati (spesso senza alcuna originalità) da tutti i maggiori brand. Sono curioso di capire come risponderanno i competitor di Heineken ad una iniziativa così innovativa. Certamente, “Ideas Brewery” sta spostando l’asticella del confronto un pò più in alto, in un mercato in cui non è così frequente apprezzare innovazioni così sofisticate, anche a livello di marketing.

A presto,

Massimiliano

Pochi giorni fa leggevo questo articolo, che presentava un caso di successo riguardante “GC Illumination”, un’azienda leader nel settore dell’illuminazione pubblica e dell’arredo urbano, nata in Italia più di 50 anni fa. Il settore in cui opera è ad alto tasso di innovazione, tuttavia l’azienda, vista anche la crescente pressione dei competitor provenienti dalla Cina, ha dovuto pensare a strategie innovative per il lancio del suo ultimo prodotto, un sistema di illuminazione per esterni basato sulla tecnologia LED.

Il prodotto poteva avere applicazioni ulteriori, come per esempio l’illuminazione per strade ed autostrade. Il team di R&D, però, date le ristrettezze che questo momento storico impone, non aveva né il tempo né le risorse di cui necessitava per un ulteriore sviluppo del prodotto. Nonostante tutto, Enrico Conti, direttore generale dell’azienda, non si è perso d’animo e ha contattato SkipsoLabs, un’impresa che si occupa di fornire servizi ad imprese che vogliono velocizzare i propri processi di innovazione tramite metodologie quali Crowdsourcing ed Open/Collaborative Innovation.

GC Illumination ha usufruito di un prodotto chiamato “Crowdsourcing in a box“, una piattaforma di Crowdsourcing collaudata e flessibile, che permette di trovare o sviluppare velocemente idee innovative, ingaggiando comunità o soggetti esterni (nel caso di organizzazioni molto grandi anche interni) all’impresa. Il compito è facilitato dal fatto che SkipsoLabs sia già inserita in un network di relazioni che le permette di essere presa come riferimento da start-up o team di ricercatori in cerca di un modo per ottenere visibilità o portare i propri prodotti velocemente sul mercato. Nello specifico, GC Illumination ha beneficiato della piattaforma di crowdsourcing chiamata “Cleantech”, di proprietà di SkipsoLabs, che ha un funzionamento del tutto analogo a piattaforme come Innocentive.

Lanciato il contest, chiamato “The Green Lighting Challenge”, GC Illumination ha iniziato a selezionare le migliori proposte che le erano pervenute: una sessantina, provenienti da venti Paesi, tra le quali spiccavano tre soluzioni provenienti da altrettante start-up. A spuntarla è stata una start-up basata in UK, con la quale GC Illumination ha già iniziato delle discussioni per future parnership o joint ventures.

La Collaborative Innovation pare essere sempre più un’alternativa alla ricerca e sviluppo svolta internamente. In Italia, l’entusiasmo per questa tipologia di approccio sta crescendo soprattutto perché permette di risparmiare tempo e denaro, ma ricordiamo che le strategie basate su Open/Collaborative Innovation, Crowdsourcing e sistemi Open Source presentano anche vantaggi diversi, derivanti, non da ultimo, dall’espansione del network relazionale dell’impresa che decide di farne uso. Il caso di GC Illumination, da questo punto di vista, può dirsi un vero successo. Non solo l’azienda si è assicurata un rapido sviluppo del proprio prodotto (in un mondo dove il time-to-market è fondamentale), ma in un’ottica di lungo termine avrà l’opportunità di beneficiare dell’expertise e della creatività di un nuovo team di ricercatori.

A presto,

Massimiliano

Number of CFPs, 2012, Crowdsourcing.org

Come tutti gli studiosi di innovazione e di discipline aziendali avranno potuto notare, il 2011 è stato un anno ricco di successi e di crescenti investimenti per le imprese che utilizzano come approcci Crowdsouring e Open Innovation. Il 2012 non promette di meno, vista la vera e propria “esplosione” del fenomeno a livello mondiale. Tale crescita non sembra comunque volersi fermare, visto che le previsioni, soprattutto per ciò che concerne la nascita di nuove piattaforme di crowdfunding, fanno ben sperare. Le analisi di questo settore infatti, prevedono che alla fine del 2012 saranno presenti sul mercato più di 530 piattaforme di crowdsourcing (un aumento del 60% rispetto al 2011). Dando un’occhiata alla carta geografica inoltre, ci si può fare un’idea di quanto il Crowd funding sia un fenomeno che sta crescendo capillarmente in ogni angolo del globo.

Tuttavia, tutti i modelli di business legati al “crowd” stanno crescendo. Andiamo quindi a vedere quali sono queste categorie e come sono state sfruttate dalle aziende nell’anno passato. Secondo una recente classificazione del sito www.crowdsourcing.org, le categorie a cui di riferimento sono:

  • Cloud Labour: l’attività consiste nello sfruttamento di una comunità o un pool di esperti virtuale. Il Cloud Labour ha rappresentato l’8% delle attività legate al “crowd” nel 2011.
  • Crowd Funding: approccio che prevede la ricerca di supporto da una moltitudine investitori privati, ottenuto solitamente grazie a piattaforme “ad hoc”. Il crowdfunfing è la seconda tipologia di attività, con il 22%.
  • Open Innovation: i sistemi di innovazione aperta permettono la raccolta di idee e di innovazioni dal “crowd”. Le piattaforme dedicate alla Open Innovation sono  il 10% del totale.
  • Distributed Knowledge: si tratta di sistemi che condensano una conoscenza distribuita all’interno di comunità (solitamente) virtuale. La distributed Knowledge pare essere il modello più popolare, con una percentuale del 37%.
  • Crowd Creativity: il modello consiste nella ricerca di contributi dal valore altamente creativo dal “crowd”. Questo approccio, sempre più diffuso, arriva ad una percentuale del 14%.
  • Altri: gli altri approcci e le altre tipologie di piattaforme compongono, in totale, una percentuale del 9%.

I dati sono visualizzabili anche in un’infografica preparata da crowdsourcing.com.

I metodi per ingaggiare e sfruttare il crowd si moltiplicano di giorno in giorno, così come il numero di progetti. La corsa pare nella sua piena fase di ascesa e, nonostante la “crowdsourcing bubble” sia destinata a scoppiare prima o poi, questi approcci continueranno ad influenzare il marketing, l’innovazione e i modelli di business in generale.

A coloro che desiderino approfondire l’argomento con delle statistiche specifiche sulla crescita del Crowd funding, consiglio questo report proposto dalla società di consulenza Econsultancy.

A presto,

Massimiliano

Pochi giorni fa, sul blog “Five Whys“, ho notato una serie di articoli riguardanti le strutture collaborative necessarie per implementari progetti di innovazione aperta.

Vi riporto i link qui sotto:

Articolo 1

Articolo 2

Articolo 3

Articolo 4

Buona lettura!

Massimiliano

Quante volte, mentre stiamo mangiando, prima di andare a letto, mentre guidiamo, siamo stati folgorati da un’idea geniale? Un’idea che, siamo sicuri, risolverebbe i problemi di molte persone o ne migliorerebbe la qualità della vita? Perché non esiste una piattaforma che permetta a tutti di trasformare in realtà la propria idea e guadagnarci?

Questo deve aver pensato Ben Kaufman, quando si accingeva a creare Quirky.com. Quirky è una start-up fondata solo pochi mesi fa, e rappresenta la prima piattaforma di “Social Product Development” del mondo.
Secondo i propri creatori, Quirky rappresenta il modo più semplice per trasformare in realtà le proprie “idee geniali” e farle conoscere al mercato. Questo avviene grazie al supporto di una comunità di co-creatori che collaborano attraverso il sito Web Quirky.com e partecipano alla “curation” (o perfezionamento) e valutazione dell’idea. Ogni persona appartenente alla comunità che partecipi al perfezionamento di un determinato progetto viene definita “influencer” e il suo livello di impegno in quel progetto viene misurato attraverso un sistema di metriche. Perfezionata l’idea, il prodotto passa attraverso tutte le classiche fasi di sviluppo: ricerca, design, branding, igenierizzazione, produzione e, infine, commercializzazione.

Il sistema su cui si basa Quirky è, in buona sostanza, riassumibile in questo schema:

Una volta che il prodotto è pronto per il mercato, Quirky lo mette in commercio con il nome dell’inventore, trattenendo il 70% dei ricavi dalle vendite. Il resto viene destinato alla comunità di co-creatori e all’inventore, che trattiene circa il 10% dei ricavi del prodotto.
Il prodotto viene distribuito sia grazie ad una rete di partner (tra cui figurano anche Amazon.com, Target, Toys ‘R’ Us) sia attraverso la vendita diretta sul sito Quirky.com.
La caratteristica più interessante è però il meccanismo definito dalla start-up “social sales”, attraverso il quale ogni inventore è incentivato a promuovere in prima persona la vendita del “suo” prodotto, in diversi modi:

  • Condividendo la pagina in cui viene commercializzato il proprio prodotto sui maggiori social network
  • Creare dei banner per il proprio blog o sito Web
  • Creando mini-siti
  • Creando video virali
  • Collaborando con altre comunità di inventori per promuoverne la vendita in maniera congiunta

Tutto è permesso, perché l’interesse di vendere il prodotto è comune: maggiori saranno le vendite infatti, maggiori saranno i guadagni di Quirky, dei co-creatori e dell’inventore. Per guadagnare dalla vendita del prodotto ricordiamo infatti che non si deve essere per forza degli “inventori”, ma è sufficiente far parte della comunità di co-creatori che ha partecipato allo sviluppo del prodotto stesso.

Grazie a questo meccanismo, che io definirei “viral-incentivante”, tutti i soggetti coinvolti sono interessati a promuovere e a collaborare per aumentare le vendite del prodotto.

L’obiettivo di Quirky è quindi quello di creare, per ogni prodotto, un effetto buzz veloce e intenso, volto a fornire a questo ampia visibilità presso i maggiori social network.
Un sistema geniale, che, secondo Kaufman, porterà la start-up a raggiungere 20 milioni di dollari di ricavi nel 2012. Un meccanismo fondato su tre punti:

  • Il sistema “viral-incentivante”, basato su un’efficace sistema di metriche per misurare la partecipazione dei co-creatori, unito ad un meccanismo di incentivazione economica.
  • La collaborazione dei co-creatori ai vari progetti, che funge da efficace test “pre-commercializzazione”, dando in maniera preventiva un’idea dei punti di forza e debolezza del prodotto, decidendone “vita” o “morte”.
  • Lo sviluppo di una comunità di creativi e makers, che condividono la stessa passione, e che, messi insieme, possono moltiplicare all’infinito le possibilità offerte dalla piattaforma. Quirky è infatti progettata con il fine di essere flessibile ed aperta all’esterno.

A mio avviso Quirky rappresenta, in maniera concreta, la ridefinizione della teoria della “organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor, dove il concetto di efficienza dello sfruttamento delle risorse interne viene addirittura ribaltato, ponendo, come nuovo punto focale, la massimizzazione dello sfruttamento delle risorse esterne all’impresa.

Come tendenza degli ultimi anni, si può notare quanto l’evoluzione tecnologica e delle discipline economico-aziendali siano responsabili del sorgere di start-up sempre più “Open” o “Social”.

La voglia di partecipazione del consumatore 2.0 ha quindi definitivamente sancito la morte delle grandi imprese che decidevano per lui, aprendo la strada a nuovi modelli di impresa, più adatti alla mutevolezza delle sue esigenze e maggiormente aperti al suo ascolto e coinvolgimento.
Grazie a pionieri quali i sistemi Open Source e le comunità di creazione, una nuova rivoluzione industriale pare profilarsi, in cui, finalmente, il protagonista è il consumatore.

Se avete una grande idea o tanta voglia di partecipare, vi consiglio di fare un giro su Quirky.com, sono curioso di sapere cosa ne pensate! Se invece volete capirne di più e avete poco tempo, ecco Quirky spiegato in 50 secondi:

A presto,

Massimiliano

È con estemo entusiasmo che oggi mi accingo a parlarvi di Arduino, un “framework open source che permette la prototipazione rapida e l’apprendimento veloce dei principi fondamentali dell’elettronica e della programmazione“. Da mesi infatti, sia sul Web che sulla carta stampata, i fan della tecnologia parlano di questa fantastica “schedina”, che ha tra i suoi padri due Italiani, Massimo Banzi e Gianluca Martino.

Arduino è  composto da una piattaforma hardware per il physical computing sviluppata presso l’Interaction Design Institute, un istituto di formazione post-dottorale con sede a Ivrea, fondato da Olivetti e Telecom Italia. Il nome della scheda deriva da quello di un bar di Ivrea (che richiama a sua volta il nome di Arduino d’Ivrea, primo Re d’Italia nel 1002) frequentato da alcuni dei fondatori del progetto (Wikipedia).

Arduino è speciale perché è un framework totalmente Open Source: sia il software che consente la programmazione sia i progetti della piattaforma hardware sono liberamente accessibili a tutti. Ciò signifca che chiunque può scaricare gli schemi e modificare, migliorare o produrre gli Arduino. Questi dispositivi però non sono solo Open Source, ma sono anche estremamente potenti, economici da produrre, compatti e, caratteristica fondamentale, con un’architettura modulare, flessibile e facilmente espandibile.

In sostanza, un’ottima dimostrazione di quanto i modelli Open Source possano generare, in certi casi, prodotti estremamente migliori di quelli “Closed Source“.

La scelta di un “Open Source Totale” ha permesso al progetto di crescere esponenzialmente in pochi anni, perché nel mondo si sono presto create numerosissime comunità locali che hanno contribuito, con i loro sforzi, allo sviluppo del prodotto, che ora ha infinite applicazioni. Attualmente viene utilizzato da scienziati, ricercatori, artisti, musicisti ed inventori di tutto il mondo. Sul blog ufficiale del progetto (http://arduino.cc/blog/) potete vedere tutte le più incredibili (a volte bizzarre) applicazioni di questo piccolo dispositivo: c’è chi lo usa per costruire piccoli robot, e chi ha addirittura inventato un meccanismo in grado di nutrire un animale domestico grazie ad input provenienti da Twitter. Ci sono però anche progetti più importanti e complessi, come “Project Gado“, un recente progetto Open Source per un robot, che ha l’obiettivo di aiutare archivi e biblioteche di tutto il mondo a digitalizzare facilmente la propria collezione di immagini e documenti.

Le schede sono prodotte in Italia da alcune piccole imprese, con grande cura alla qualità della produzione e con una continua innovazione dei processi produttivi. La scelta di produrre in Italia è stata difficile per via degli alti costi di produzione, ma per Massimo Banzi, uno dei padri del progetto, è stato importante per dimostrare che finalmente si può produrre ottima tecnologia anche nel Bel Paese.

Credo che Arduino sia un progetto fantastico ed entusiasmante, in grado di creare e sviluppare conoscenza liberamente accessibile, fonte di stimolo per tutti i creativi. Arduino è inoltre l’opportunità che ha il nostro Paese per dimostrare al mondo che la nostra creatività può esprimersi in maniera eccellente anche nel settore della tecnologia, generando nuove, infinite, possibilità di business.

Se intendete approfondire l’argomento e saperne di più vi consiglio di visitare il sito ufficiale del progetto: http://arduino.cc/en/, e di guardare le due interviste a Massimo Banzi, uno dei padri del progetto:

Intervista 1 – Cos’è Arduino

Intervista 2 – Arduino e il Made in Italy

I miei complimenti vanno ai creatori del progetto e a tutti coloro che giornalmente ci lavorano o contribuiscono al suo miglioramento. Credo che progetti come questi facciano sentire tutti noi un pò più fieri di essere Italiani e mettano nuovamente in luce quanto il nostro Paese sia terreno fertile per creativi, anche nel campo della tecnologia.

A presto,

Massimiliano

Quando si parla di start-up e di Open Source, si tende sempre a pensare ad aziende nate nel mondo del software o di Internet.

Il caso che vi presento oggi invece rappresente “un unicum“, che però potrebbe aprire la strada ad applicazioni dei meccanismi Open Source anche al di fuori dell’ambito dello sviluppo di software. Proprio qualche giorno fa, infatti, ho trovato un articolo che parlava di Wikispeed, una start-up che negli anni ha riscosso un ottimo successo nello sviluppo e nella produzione di automobili “fuel-efficient”.

Wikispeed nasce dall’idea di Joe Justice, un laureato in informatica che ha sempre lavorato nel mondo dei software, accorgendosi più tardi che l’idea dello sviluppo di prodotti tramite meccanismi Open Source non era poi così irrealizzabile. Anzi, l’adozione di questo approccio avrebbe forse rappresentato una soluzione al veloce sviluppo di una piccola impresa e dei suoi prodotti, snellendo e velocizzando molti dei meccanismi che tradizionalmente rallentano e causano inefficienze nei processi produttivi.

Oltre all’Openness che caratterizza l’organizzazione dell’azienda (chiunque, a vario titolo, può partecipare la progetto), è l’adozione di tecniche che rendono la progettazione e la produzione delle automobili agile, economica ed efficiente. I principi adottati, tutti tratti dal mondo dello sviluppo dei software, sono:

  • Eliminare gli sprechi, grazie all’utilizzo di approcci che traggono ispirazione dal “lean software design“.
  • Pairing e Swarming: espressioni difficilmente traducibili, indicano un’approccio al training innovativo. Pairing siginifica sostanzialmente lavoro “in coppia”, mentre lo Swarming è una tecnica che si pone l’obiettivo di sfruttare il fenomeno degli “Sciami Umani”. Questi due approcci fanno parte dell’approccio detto “Extreme Programming“.
  • Scrum development: tecnica che permette un’organizzazione del lavoro efficiente nonostante l’impiego di personale non professionista o non fisicamente presente sul luogo di lavoro.
  • Test driven development: approccio che prevede una serie di failing tests per ogni fase del processo di sviluppo.
  • Modularità: caratteristica fondamentale per ogni progetto Open. La modularità genera efficienza e riduce la complessità dei progetti. Ciò permette di facilitare l’entrata (ma anche cautelarsi da una eventuale uscita) di uno o più membri del team che collaborano al progetto.

Per capire veramente cos’è Wikispeed, consiglio di guardare questo video, in cui lo stesso Joe Justice spiega (ad un’audience più che coinvolta) la storia della start-up, la sua filosofia e il suo approccio innovativo.

Il progetto Wikispeed viene portato avanti con lavoratori sia professionisti che volontari, sponsorizzazioni, donazioni di denaro e materiale. L’obiettivo dichiarato da Wikispeed è infatti quello di rendere il mondo un posto migliore, consentendo la facile produzione di una macchina efficiente dal punto dei vista dei consumi, facile da produrre ed economica.

Come si può leggere dal sito ufficiale, il team di Wikispeed è piuttosto eterogeneo e non mancano le professionalità di altissimo livello:

The gentleman who founded the materials science lab and MIT is in the team. A lady who was a tech at Apple computer and worked on the first multimedia PC is in team. We have electrical and mechanical engineers who have done work for the U.S. Airfoce, Lockhead Martin, NASA, and others. The gentleman who oversaw and managed the largest military research facility in the wold is a member of team Wikispeed. And more than a hundred interested and energetic house wives, house husbands, kids, environmentalists, automotive enthusiasts, artists, musicians, web developers, composite technictions, accountants, lawyers, project managers, mechanics, fabricators, and more.

L’approccio innovativo di Wikispeed ha portato l’azienda e i suoi modelli di auto ad essere conosciuti in tutto il mondo, grazie anche alla partecipazione in un documentario apparso su Discovery Channel e alla presenza dell’azienda in alcuni dei più importanti saloni dell’auto. Il progetto di Wikispeed sta avanzando a piccoli passi, ma ogni passo della start-up ideata da Justice è la dimostrazione che l’Open Source non è un modello applicabile esclusivamente allo sviluppo di software, ma si può adattare tranquillamente alla ricerca e alla produzione di beni tangibili.

Il punto su cui il team di Wikispeed ha ancora molto da lavorare è forse il sistema incentivante. Wikispeed fonda il proprio sistema di incentivi alla partecipazione facendo leva quasi esclusivamente su benefici psicologici, quali: senso di partecipazione, fama e reputazione, filantropia.

Our Mission Statement is “Rapidly Solving Problems For Social Good.” We built ultra-efficient cars, and are looking for Product Owners and team members to help us continue to make a difference in the world around us in more areas. We have done work on Agile method to expedite the deployment of Polio Vaccinations to the areas that need them most, Bipedal walking robotics systems, low cost medical centers for developing communities, and others.

Sebbene credo che un sistema incentivante di questo genere possa essere molto efficace, se in futuro Wikispeed vorrà crescere dovrà creare un modello di business più sostenibile. Abbiamo già visto, in passato, modelli di business di grandissimo successo creati sulla base di prodotti Open Source: Linux, vTiger, OpenBravo ecc.. che hanno saputo creare un framework fatto da piccole imprese disseminate ovunque nel mondo, le quali operano in un ambiente a metà tra competizione e collaborazione.

Vista anche la nobiltà della mission di Wikispeed, sento il dovere di dare a questo appassionato team di visionari il mio più sincero “in bocca al lupo”!

A presto,

Massimiliano

L’esempio di come le tecniche di Tribal, Viral e Guerrilla marketing possano essere messe in atto in maniera incredibilmente efficace, congiuntamente con Crowsourcing e Open Innovation, viene – guardacaso – proprio da un software Open Source: il famoso browser Web Mozilla Firefox.

Firefox è un browser Web Open Source prodotto da Mozilla Foundation, disponibile per Windows, Linux, Mac OS, Solaris. Il software è stato realizzato da programmatori volontari in tutto il mondo, ed è oggi il secondo browser per utilizzo, dopo Internet Explorer.

Il progetto è da sempre portato avanti con risorse limitate, soprattutto se confrontate con quelle a disposizione di colossi come Microsoft, Apple e Google. Gli obiettivi che si poneva Mozilla per la creazione del suo browser erano di sviluppare un software semplice, sicuro, stabile, personalizzabile, compatto (la versione per Windows occupa solo 7-8 mb), veloce, con una piattaforma di sviluppo flessibile per creare interfacce utenti in maniera molto rapida.

Per raggiungere questi obiettivi, il codice sorgente di Firefox non era solo Open Source, ma la stessa struttura architetturale del prodotto poteva essere facilmente configurata e parametrizzata secondo le proprie esigenze. In pratica, mediante gli strumenti messi a disposizione, era possibile creare estensioni facilmente integrabili nel prodotto.

La storia del browser inizia durante il lancio della versione 1.0 di Firefox, quando Mozilla lancia una pagina Web denominata “spreadfirefox.com” (diffondi Firefox), creata con lo scopo di sensibilizzare i navigatori del Web ad utilizzare il nuovo browser in alternativa a Internet Expolorer. Nel dicembre 2004 viene lanciato il sito “Firefox Flicks”, tramite il quale gli utenti di Firefox potevano inviare il proprio video pubblicitario. Il progetto, durato cinque mesi, ottiene un grande successo, raccogliendo grazie ad un concorso centinaia di migliaia di video. Mozilla lancia successivamente sul Web alcuni brevi video virali che mostrano (in maniera esilarante) l’esperienza di utilizzo del browser. Anche questa iniziativa ottiene un enorme successo, con più di 500.000 download in meno di una settimana, a dimostrazione dell’efficacia delle tecniche virali a basso costo rispetto agli enormi budget a disposizione della concorrenza.

Un altro evento organizzato da Mozilla è la raccolta fondi finalizzata ad acquistare uno spazio pubblicitario su una pagina del New York Times, il giorno del lancio della versione 1.0 di Firefox. Alla raccolta fondi partecipano migliaia di persone, che donano in tutto più di 250.000 dollari; la stessa operazione ha un grande successo anche in Germania, ove Mozilla raccoglie più di 40.000 euro in meno di una settimana, con l’obiettivo di pubblicizzare il proprio browser sul Frankfurter Allgemeine.

Per il lancio di Firefox 2.0, Mozilla decide di avvalersi ancora una volta della creatività dei propri utenti/sviluppatori per dar vita ad un enorme crop circle raffigurante il logo di Firefox. Tale iniziativa, eseguita da dodici studenti, aveva l’obiettivo dimostrare il loro amore sconfinato per Firefox, in modo che fosse visibile anche dallo spazio. Naturalmente, la realizzazione del crop circle,  viene filmata e fotografata da un elicottero e caricata in rete, in modo da accrescere la “viralità” dell’iniziativa.

Oggi Firefox, che partiva da una quota di mercato dello 0% nel 2005, contro colossi del calibro di Internet Explorer, ha una quota di mercato (su computer desktop) del 20,9 % (Marzo 2012), è il secondo browser più utilizzato al mondo, ed è arrivato alla sua versione 11.0. Il suo maggior rivale è ancora Internet Explorer, anche se ultimamente si sono affacciati anche altri browser, come Google Chrome, Opera e Safari.

Spread Firefox coordina tuttora una serie di sforzi volontari per promuovere Firefox e focalizzare le energie della community su alcuni specifici obiettivi. I membri della comunità di Firefox, negli anni scorsi, sono inoltre intervenuti nella diffusione del browser, inserendo link e button dai propri siti e blog verso Mozilla.

“È stata l’azione del marketing virale a permettere a Mozilla Firefox di diffondersi capillarmente” (http://gruppowhynot.wordpress.com/2006/11/27/il-caso-firefox/).

A mio avviso però, la forza della strategia di Mozilla non sono state esclusivamente le campagne di comunicazione e promozione virali, ma lo stesso DNA virale del prodotto, derivante dalla sua natura Open Source, che ha trasformato la sua comunità di sviluppatori e sostenitori (migliaia in tutto il mondo) in veri e propri “evangelizzatori”.

Se desiderate maggiori informazioni riguardo al “Caso Mozilla Firefox”, vi consiglio di leggere il “Case Study” che potete trovare all’indirizzo http://ifipwg213.org/system/files/sandeep2.pdf .

A presto,

Massimiliano

Come vi scrivevo in uno dei miei post precedenti, sto trascorrendo qualche mese nella città di Sydney, in Australia. Come chiunque sia stato in questa magnifica città, anche io ho potuto notare con piacere (e ammirazione) la grande efficienza e capillarità dei trasporti pubblici.

Proprio oggi, mentre mi trovavo sul bus che mi porta a casa ogni giorno, ho notato la campagna pubblicitaria che il governo del NSW (Nuovo Galles del Sud) sta portando avanti a supporto del nuovo piano per i trasporti per i prossimi 20 anni. Questo progetto ha assunto il nome di “NSW Long Term Transport Master Plan“, e nasce con un approccio ben diverso da quello di qualsiasi altro piano intrapreso in passato per finalità simili.

Le migliori parole per definire questo progetto sono quelle utilizzate dallo stesso governo del NSW:

The NSW Government is undertaking an inclusive approach to transport planning that will involve unprecedented collaboration with those whose livelihood depends on the quality of the transport network – customers.

Notiamo fin da subito (come si può leggere anche dalla documentazione ufficiale del progetto), come i cittadini, le imprese e le istituzioni locali non vengano più considerati come semplici “pedine”, ma finalmente come veri e propri “clienti” e “stakeholders”, fruitori di un servizio: il trasporto.

Si può quindi parlare di un approccio alla gestione della res publica che finalmente fa delle più moderne strategie di marketing relazionale uno strumento fondamentale per la gestione delle relazioni con i “clienti” e gli “stakeholder”- ovvero cittadini e organizzazioni – che in cambio delle tasse e del prezzo dei biglietti, sono stati finalmente considerati come “aventi diritto” ad un servizio che presti attenzione alle loro opinioni e i loro suggerimenti.

A questo proposito, il governo del NSW ha creato un sito Web (http://www.nsw.gov.au/haveyoursay) che ha principalmente due obiettivi:

  • Informare e tenere aggiornati i cittadini riguardo al piano di sviluppo dei trasporti
  • Fungere da collettore per la raccolta dei suggerimenti, in maniera analoga a qualsiasi altra piattaforma per il crowdsourcing

Imprese, cittadini, e tutti coloro che risiedono in NSW ed intendono dire la loro, possono farlo in diversi modi:

  • Compilando un form attraverso il sito del progetto (potete dargli un’occhiata qui)
  • Mandando direttamente una mail al ministero dei trasporti pubblici
  • Scrivere una lettera, con campi predefiniti, al ministero dei trasporti pubblici del NSW
  • Partecipando ai forum regionali, una sorta di “meeting” in cui possono partecipare imprese, cittadini ed organizzazioni di vario genere per discutere delle tematiche riguardanti il progetto

Le idee verranno poi vagliate dal personale del ministero, e dopo il 27 Aprile 2012 il governo comincerà ad elaborare il piano di sviluppo ventennale, secondo i suggerimenti ottenuti dai vari canali. “NSW Long Term Transport Master Plan” è un progetto ambizioso, e che, a mio avviso, ridefinisce il concetto di democrazia, concedendo finalmente un maggiore potere ai cittadini e alle organizzazioni che operano all’interno della società.

Crowdsourcing, marketing relazionale e “Open Source Way” stanno finalmente cambiando anche modo di fare politica?

I hope so….

A presto,

Massimiliano