Archivi per Co-creation

Ecco i risultati di un’indagine che svela alcuni dati interessanti su un argomento non ancora totalmente approfondito dalla letteratura.
Si tratta di una ricerca svolta da Giulia Tievoli, una studentessa dell’Università Bocconi, che ha svolto quest’indagine per la sua tesi di laurea, intitolata: “Consum-attore, perché? La co-creazione e le motivazioni che inducono i consumatori a collaborare con le aziende.”

Lo studio si articola in tre parti: la prima riprende le ricerche riguardanti le abitudini del consumatore moderno, detto anche consumatore 2.0, o come in questo caso, consum-attore. La seconda parte si concentra invece sugli studi già svolti in merito alle motivazioni che spingono i consumatori a co-creare. L’ultima parte invece riguarda la presentazione dell’indagine svolta in prima persona dalla studentessa tramite un questionario, che aveva l’obiettivo di trarre nuove conclusioni in merito alle motivazioni che inducono i consumatori a collaborare con le aziende,

Ovviamente non posso pubblicare nel post tutte le fasi dello studio, peraltro svolto in maniera impeccabile e molto ben curato. Mi limiterò quindi a riprendere i tratti salienti della ricerca, mettendo a disposizione il pdf della tesi, che chi vorrà approfondire potrà consultare scaricandola dal link al termine dell’articolo.

Gli studi precedenti

Tra i pochi studi disponibili sull’argomento, i più interessanti sono certamente quelli svolti da Prahalad e Ramaswamy, che si incentrano sui processi di co-creazione, e di Bernard Cova e Antonella Carù, che descrivono le caratteristiche del consumatore moderno.

Ai fini dell’argomento che veniva approfondito dalla ricerca, Giulia ha individuato, in un saggio di J.Fuller intitolato “Refining virtual co-creation from a consumer perspective”, un passaggio fondamentale nello studio delle dinamiche legate alla volontà di partecipare nei processi di co-creazione di valore. Dal saggio, emerge come i tre fattori chiave che contribuiscono al coinvolgimento del consumatore in tali processi siano:

  • Brand involvment: i consumatori tendono a collaborare con i brand che amano maggiormente e che considerano più affini con la propria personalità.
  • Product category involvement: le persone accettano di co-creare se il settore e i prodotti dell’azienda sono attraenti, conosciuti e apprezzati. Per i consumatori più curiosi e attivi ciò può non essere vero, perché vista la loro voglia di nuove esperienze, possono essere attratti da prodotti che non conoscono.
  • Task involvement: personalità e carattere giocano un ruolo fondamentale. I più timidi ed introversi, solo per fare un esempio, saranno difficilmente protagonisti nelle fasi di generazione e proposte di nuove, preferendo piuttosto votare e selezionare le idee già suggerite da altri.

Per quanto riguarda le motivazioni che la letteratura sull’argomento individua come fondamentali nel motivare un consumatore alla co-creazione di valore con le aziende invece troviamo:

  • Curiosità
  • Ricerca di un’esperienza divertente e originale
  • Possibilità di conoscere persone nuove ed arricchirsi culturalmente
  • Opportunità per accrescere le proprie competenze
  • Possibilità di mettersi in gioco per risolvere un problema
  • Insoddisfazione riguardo agli attuali prodotti presenti sul mercato
  • Possibilità di ottenere una ricompensa monetaria
  • Ottenere visibilità, riconoscimenti e ammirazione

La ricerca

La ricerca è stata svolta tramite un questionario, il cui obiettivo è quello di indagare gli aspetti che più influenzano i consumatori nella loro scelta (o non scelta) di co-creare. Per quanto riguarda la modalità di somministrazione, il questionario è stato realizzato tramite il sofware “Qualtrics Survey” e ne sono stati diffusi 161. Il tasso di risposta è stato del 98%.

Il questionario, disponibile per intero scaricando la tesi, aveva l’obiettivo di rispondere alla domanda: “Cosa fa si che un consumatore diventi consum-attore?”

I risultati ottenuti hanno rilevato diversi elementi meritevoli di interesse:

Nonostante solo il 30% del campione abbia dichiarato di aver partecipato ad almeno una delle fasi della co-creazione, più del 90% delle persone hanno dichiarato di essere attratte da questo tipo di esperienza.

Le fasi in cui il consumatore preferisce co-creare

Tra le varie fasi in cui è possibile partecipare ai processi di co-creazione, si è scoperto che quella preferita dagli intervistati è stata la fase relativa alla “prova di prodotti nella loro fase di test/lancio”. Leggermente staccate sono le fasi riguardanti la “creazione delle idee” e “l’elezione delle idee migliori”, mentre per ultima troviamo la fase relativa alla “produzione dei prodotti”.

Cosa spinge il consumatore a co-creare?

Entrando nel merito della sezione dedicata alla research question, si è cercato di capire quali fossero gli elementi che potessero spingere una persona a collaborare con un’azienda. Si è operata una distinzione preliminare tra:

A. Condizioni che possono influenzare la decisione perché legate a PREFERENZE di ciascun individuo: si è proceduto ad individuare la media e la moda di ogni fattore potenzialmente stimolante (settore di provenienza dell’azienda, brand, incarico specifico, conoscenza e competenza sulla categoria di prodotto, abilità e padronanza di internet e degli strumenti da esso offerti).

B. Motivazioni legate principalmente alle differenze CARATTERIALI e di PERSONALITA’ di ognuno: si è proceduto a focalizzarsi sulle motivazioni (personali) più rilevanti per ogni individuo, da cui si è preso spunto dall’elenco dei punti forniti in precedenza (curiosità, ricerca di un’esperienza divertente e originale, ecc.).

Per ciò che concerne il punto A, la condizione che influenza di più i consumatori è il settore di provenienza dell’azienda. Seguono la conoscenza e la competenza specifica sul prodotto e l’incarico specifico. Un’importanza residuale è ricoperta dal brand e dalla padronanza di Internet e dei suoi strumenti. (Personalmente, credo che la relativamente scarsa importanza che viene attribuita a questi fattori è dovuta al fatto che vengono “dati per scontati”. È difficile che persone che non siano avvezze ad Internet ed ai suoi strumenti collaborino con le aziende, così come è difficile che ciò avvenga se il brand non è conosciuto.)

Riguardo al punto B invece, la motivazione che viene mediamente più sentita come vera e profonda è la quarta dell’elenco, ossia quella che considera la co-creazione come “un’esperienza che dà la possibilità di mettersi in gioco, di ingegnarsi per risolvere un problema”. A seguire, troviamo la convinzione che la co-creazione sia “un’opportunità utile per ampliare e migliorare le proprie competenze rispetto allo specifico prodotto”, e subito dopo il fattore “curiosità” e il “puro piacere disinteressato derivante dall’esperienza in sé”.
Le motivazioni che riguardano la sfera sociale (“l’occasione di conoscere nuove persone” e di “ottenere visibilità e ammirazione all’interno di un gruppo”) non sono molto rilevanti per gli intervistati. Discorso analogo vale anche per le due motivazioni in un certo senso più materialistiche e funzionali: “la speranza di ottenere un guadagno” non rappresenta per molti un vero pungolo alla co-creazione mentre – piuttosto inaspettatamente – neanche “l’insoddisfazione per i prodotti attualmente esistenti e disponibili sul mercato” rappresenta una forte motivazione a collaborare.

Approfondimenti ulteriori

L’analisi dei due punti, A e B, è stata in seguito arricchita da ulteriori elaborazioni. Si è infatti messo in relazione le MOTIVAZIONI (punto B) a co-creare con la preferenza degli individui a prendere parte ad una certa FASE piuttosto che a un’altra.

  • I soggetti spinti soprattutto dalla volontà di mettersi alla prova ed ingegnarsi, dal desiderio di migliorare e sviluppare le proprie competenze riguardo al prodotto e da quello di trovare ad una soluzione perché insoddisfatti dei prodotti attualmente disponibili sul mercato, tendono ad essere maggiormente interessati alla fase di CREAZIONE DELLE IDEE. Esiste infatti una correlazione (di segno positivo) fra le due classi di variabili.
  • Sono invece la mera curiosità e l’insoddisfazione per i prodotti esistenti a spingere gli individui a voler partecipare alla fase di SELEZIONE DELLE IDEE: all’interno dei contest virtuali, ci si può sbizzarrire tra le numerose e originali idee proposte dai concorrenti e decidere di “aiutare” l’azienda a scremare le migliori con la speranza che essa realizzi i prodotti (o i servizi) innovativi vincenti, tali da soddisfare bisogni ancora non scoperti.
  • La fase della PRODUZIONE è quella che più si presta ad avere relazioni di dipendenza con le variabili delle motivazioni. In particolare, si dimostra che all’aumentare dell’importanza attribuita alla volontà di “ingegnarsi”per risolvere un problema, al desiderio ampliare le proprie conoscenze sul prodotto, all’aspirazione di ottenere visibilità e riconoscimenti insieme anche a premi di tipo monetari e infine alla sensazione di insoddisfazione per i prodotti attualmente disponibili sul mercato, si associa la tendenza a preferire la fase di PRODUZIONE e PROGETTAZIONE sopra tutte le altre.
  • Gli individui che preferiscono collaborare con l’azienda nella fase finale del ciclo di produzione di un prodotto, e cioè in quella del suo LANCIO o TEST sono coloro per cui le motivazioni più stimolanti sono la mera curiosità, il puro divertimento derivante dall’esperienza in sé e il desiderio di ottenere un guadagno monetario o agevolazioni economiche, sconti.

Una successiva analisi fattoriale ha individuato due dimensioni in grado di descrivere le diverse motivazioni in grado di influenzare la partecipazione dei consumatori nei processi di co-creazione:

  1. Il desiderio di vivere un’esperienza curiosa, divertente e stimolante, in maniera totalmente disinteressata.
  2. La speranza di contribuire alla produzione di nuovi prodotti in grado di soddisfare i bisogni ancora non appagati e di essere ammirati o pagati per il contributo fornito.

Un’ultima nota interessante è rappresentata da alcune motivazioni suggerite dagli intervistati in un apposito box del questionario:

  • Possibilità di conoscere l’ambiente di lavoro, acquisire esperienza utile per un futuro impiego nel settore, farsi notare e di avviare un vero e proprio rapporto di lavoro.
  • Opportunità di “cambiare la realtà”, dar vita ad idee e prodotti che mai sarebbero venuti alla luce senza il contributo del consumatore, sentirsi importanti e “fuori dal comune”, avvicinare il prodotto alle reali esigenze del consumatore.
  • Desiderio di vedere l’attività di co-creazione sviluppata in chiave “nazionalistica” a supporto del “made in Italy”, per migliorare l’immagine, la forza e l’originalità delle imprese italiane nel mondo.

Ringrazio e faccio i complimenti a Giulia per aver condiviso la sua ricerca. Questa analisi rappresenta infatti un contributo importante per tutti coloro che studiano i suddetti argomenti. Credo inoltre che questa ricerca potrà essere particolarmente utile anche per tutti coloro che vorranno approfondirla o espanderla. Sarebbe infatti interessante riproporre la medesima analisi ad un campione più ampio e variegato, anche per verificare e dare maggiore consistenza alle tesi esposte in precedenza.

Se desiderate leggere la tesi completa, con tutte le elaborazioni esposte in maniera dettagliata, potete scaricarla cliccando sul link seguente:

Consum-attore, perché? La co-creazione e le motivazioni che inducono i consumatori a collaborare con le aziende.

A presto,

Massimiliano

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Tutti i marketers lo sanno, stiamo vivendo una fase in cui il marketing si sta trasformando. Oggigiorno molte strategie si basano sul coinvolgimento dei consumatori a vari livelli, e non più sulla semplice trasmissione di un messaggio attraverso gli strumenti classici. Le ragioni di questo cambiamento sono ben note, e possono essere ricondotte alle mutate abitudini di consumo delle persone e alle nuove possibilità di interazione offerte dalla tecnologia. Non parlerò ulteriormente di queste tematiche, di cui potete trovare i dovuti approfondimenti leggendo il saggio “Marketing non convenzionale“, presente sul blog.

Tra gli studiosi sta sempre più prendendo piede una filosofia chiamata “Open Marketing”, ovvero un approccio per affrontare al meglio i mercati 2.0. Se, come è risaputo, i mercati sono conversazioni, alcuni studiosi affermano che il marketing possa trovare utili ispirazioni dal movimento Open Source, storicamente pervaso da concetti come collaborazione, dialogo e confronto. Le comunità legate a progetti Open Source sono stati infatti i primi casi in cui si è evidenziata la potenza dei meccanismi partecipativi.
Ecco di seguito qualche spunto su cui riflettere qualora vogliate considerare di adottare un “approccio Open” nelle vostre strategie di marketing:

  1. Andate al di là di un semplice coinvolgimento: oggi i consumatori sono interessati ad una interazione con i brand proprio come i programmatori di software Open sono interessati a contribuire alla scrittura del codice dei software. In poche parole, i consumatori vogliono contribuire allo sviluppo dei brand che amano in maniera sostanziale. Vogliono essere al centro dello sviluppo dei nuovi profotti, vogliono testare i prototipi ecc. Dare a questi soggetti una possibilità di partecipazione significa avere dei potenti alleati.
  2. Create una comunità e sfruttatela come un volano per crescere: dopo aver coinvolto i fan più sfegatati, si potrebbe dar loro un certo margine di autonomia per costruire un proprio seguito. Così facendo si creerebbe una comunità attiva e vitale, in grado di portare creatività e valore aggiunto al vostro brand.
  3. Ascoltate prima di parlare: dovrebbe essere una regola d’oro del marketing, ma troppo spesso le aziende si preoccupano di parlare prima ancora di aver capito cosa il mondo pensa di loro. Anche in questo caso un’utile ispirazione può giungere dai meccanismi Open Source, in cui la comunicazione tra le persone coinvolte in specifici progetti è continua e supportata da strumenti ben definiti (newsgroup, mailing lists, forum ecc.). Per le aziende iniziare ad ascoltare è semplice: basta monitorare i social media ed il Web facendo delle semplici ricerche su Google. Per esigenze più avanzate, inoltre, esistono strumenti specifici per monitorare il “sentiment” del mercato.
  4. Siate “umani”: i comunicati stampa e le pubbliche relazioni, soprattutto se gestite “alla vecchia maniera”, possono suonare impersonali alle orecchie dei consumatori. La voce del top management potrebbe dare un tono più “umano” e reale, sottolineando che l’azienda è un’entità composta da persone e non un soggetto astratto.
  5. Siate comprensivi e professionali: l’interazione e il coinvolgimento possono presentare dei rischi per l’impresa. Esporsi significa essere vulnerabili a critiche, fenomeni di boicottaggio o diffamazione. Queste problematiche vanno però trattate con calma, moderazione e comprensione, pena il rischio di essere trascinati in una spirali controproducente. Rispondere alle critiche con messaggi istituzionali è sconsigliabile; soprattutto in casi gravi è meglio che i responsabili della customer care si firmino e agiscano in maniera repentina ma professionale a problematiche simili.
  6. Rompete gli schemi: le maggiori barriere all’adozione di una “filosofia open” sono mentali. Aprendo la propria mente si possono aprire più facilmente anche le barriere aziendali. Il mondo esterno, infondo, non è così pericoloso come sembra, soprattutto se si è consci di come si possono cogliere le opportunità che ha da offrire.

Pare che dopo il Marketing Relazionale ci si stia muovendo verso l’Open Marketing, che è un approccio ancora del tutto relegato allo status di “filosofia”, perché non gode tuttora di una base teorica, forse anche per la velocità con cui queste tecniche stanno rivoluzionando il modo di concepire il marketing.

Fonte: What is Open Marketing?

A presto,

Massimiliano

Vari ricercatori, negli anni passati, hanno cercato di indagare quali sono le motivazioni che spingono i consumatori a partecipare ai progetti di co-creazione. Alcuni sostengono che il bisogno di co-creare sia dovuto ad un mutamento nelle abitudini di consumo, spinto anche da Internet, dai Social e dalle nuove tecnologie in genere. Altri ricercatori sostengono che questo bisogno sia incoraggiato dalle imprese, che hanno la necessità di instaurare “un dialogo” con i propri clienti, con l’obiettivo di massimizzare il valore per il cliente e per l’azienda, qualora questa abbia adottato un approccio relazionale al Marketing. Per altre realtà invece, come dimostrato dal “caso Innocentive“, la co-creazione rappresenta semplicemente un risparmio di tempo e denaro.

Sono convinto, però, che ancora molto ci sia da dire riguardo alle motivazioni che spingono i consumatori a co-creare. In particolare, credo che per ora si sia solamente “grattato la superficie” e non si sia andati ancora in profondità a riguardo.

Un nobile sforzo in questo senso arriva da una studentessa dell’Università Commerciale Luigi Bocconi, Giulia Tievoli, che ha scelto, come argomento della sua Relazione Finale del terzo anno, di indagare proprio quali sono le motivazioni che spingono i consumatori a co-creare. Come metodo di ricerca ha deciso di avvalersi di un questionario, che esorto tutti a compilare per rendere il campione della ricerca il più robusto possibile, in modo da ottenere un risultato quantitativamente e qualitativamente significativo. Il questionario è in forma anonima e richiede solamente uno-due minuti di tempo per essere compilato.

Il link per partecipare alla ricerca è il seguente: https://qtrial.qualtrics.com/SE/?SID=SV_aXhaeejp4dj2gfi

Non serve essere esperti per rispondere alle domande, quindi, una volta compilato, potete segnalarlo anche ai vostri amici tramite e-mail o social. I risultati della ricerca saranno pubblicati non appena i dati saranno analizzati. Nel frattempo ringrazio tutti anticipatamente per la collaborazione e faccio un “in bocca al lupo” a Giulia per la sua tesi.

A presto,

Massimiliano

Co-creation: i perché di un crescente successo

Quando si parla di Open Source, i commenti che spesso sento dai “non addetti ai lavori” sono cose del tipo “i software Open Source sono gratuiti, non ci si può guadagnare”, o “i software Open Source sono difficili da utilizzare e di qualità inferiore a quelli proprietari”, per non citarne di più ridicole…

Quello che volevo proporvi oggi è il caso di Crmvillage.biz, un’azienda italiana che fonda il suo crescente successo proprio grazie alla vendita di servizi legati ad un software Open Source, ovvero vTiger CRM.

vTiger e CRM, cosa sono?

Prima di parlarvi di quanto questo caso sia interessante, è meglio chiarire, in due parole, cos’è vTiger CRM.

Per gestire al meglio le relazioni con la propria clientela (il fine del CRM, ovvero il Customer Relationship Management), le aziende devono immagazzinare una grandissima mole di informazioni, che devono essere gestite grazie ad un database e ad un programma che permetta di inserire o modificare questi dati in maniera semplice e veloce. Ad esempio, se la mia azienda ha necessità di contattare una determinata tipologia di clienti ogni volta che c’è un’offerta riguardante un prodotto specifico, necessita di un software che permetta di organizzare in maniera intuitiva e veloce una campagna di e-mail marketing o di telemarketing volta ad avvisare quella tipologia di clienti dell’esistenza di quella particolare offerta. Questa è una delle mille funzioni a cui un buon software CRM deve assolvere.

In sostanza, vTiger (come altri software per il CRM) si occupa di gestire in maniera integrata le campagne di marketing, nonché tutti i processi di vendita e di post-vendita (assistenza). vTiger è un progetto nato da Sugar CRM, ed è per l’appunto un software che permette di eseguire efficacemente tutte queste operazioni. Il programma funziona grazie al trio Apache/MySQL/Php e può essere utilizzato comodamente tramite un browser (Internet Explorer, Mozilla Firefox, Google Chrome ecc.), grazie alla sua architettura client-server. Può essere facilmente installato sia su sistemi operativi Linux-based o su Windows.

Spero che ora sia più chiaro di cosa stiamo parlando, ma se desiderate maggiori informazioni, vi consiglio di visitare il sito ufficiale di vTiger CRM.

VTE: il progetto Open Source tutto italiano basato su vTiger

Un’azienda che ho avuto da poco il piacere di conoscere, Crmvillage.biz, ha sviluppato un proprio prodotto basato su vTiger, chiamato VTE. Si tratta sempre di un software per il CRM, ma con molte peculiarità, come una diversa interfaccia, o la presenza di alcuni moduli esclusivi (webmail, calendario google-like, newsletter, call center, ecc.), che amplia e migliora in maniera sostanziale alcuni aspetti della versione originale di vTiger. Alcuni moduli e componenti aggiuntivi, come il PDF creator, ad esempio, sono a loro volta frutto di altri progetti Open Source.

Crmvillage è una delle poche aziende italiane che hanno saputo cogliere al balzo la filosofia della “collaborative innovation” come modalità per gestire al meglio il processo di innovazione dei propri prodotti.

Il vantaggio competitivo dell’azienda è fondato proprio sulla capacità di fornire un prodotto eccellente e facilmente personalizzabile, senza alcun costo di licenza, riducendo così l’investimento iniziale per il cliente, concludendo con quest’ultimo solamente un accordo commerciale (un canone) che comprende i servizi accessori, ovvero l’implementazione del sistema nell’azienda cliente, la formazione del personale l’assistenza ecc.

Il fatto che vTiger e VTE siano Open Source è fonte di vantaggi ulteriori, perché i software a sorgente aperta hanno solitamente una struttura molto duttile e modulare e permettono una migliore integrazione con altri programmi, come ERP e le suite da ufficio. Nel caso di vTiger e VTE, ad esempio, il prodotto si integra alla perfezione anche con programmi a licenza proprietaria come Microsoft Office.

Competenze, non brevetti.

Personalmente, credo che i modelli di business fondati su meccanismi Open Source siano estremamente convenienti sia per le aziende che per i clienti. Da un lato, i clienti non devono sostenere i costi di una licenza e beneficiano di un prodotto che è il frutto di un continuo processo di miglioramento. Dall’altro, l’azienda non fonda il suo vantaggio competitivo esclusivamente su un brevetto (un metodo sempre meno efficace) e beneficia del contributo di molte altre professionalità, che possono contribuire all’innovazione e al miglioramento del prodotto.

Per questo motivo, credo che il vantaggio competitivo generabile dall’adozione dei modelli di business fondati su meccanismi Open Source si focalizzi maggiormente sulle competenze distintive sviluppate dalle persone. Un’altra importante caratteristica è che questi modelli di business favoriscono la generazione di relazioni interaziendali, incoraggiando le imprese alla creazione di sinergie e ad aprirsi all’esterno, favorendo di conseguenza la diffusione della conoscenza.

Dal mio punto di vista, i modelli di business basati su meccanismi Open Source sono votati – per loro natura – ad un innovazione costante e decentrata, fatto che può ritenersi una fonte inesauribile di conoscenza liberamente accessibile. Si tratta quindi di modelli che non contribuiscono solamente alla crescita di una singola azienda, ma che stimolano la sperimentazione, l’innovazione e l’iniziativa imprenditoriale, soprattutto per le piccole imprese o le start-up, che possono sfruttare un patrimonio di conoscenze precedentemente creato da altri. La nascita di nuove imprese contribuisce quindi ad accrescere questo framework e a renderlo sempre più vivace, creando un sistema a metà tra la competizione e la collaborazione.

A presto,

Massimiliano

Qualche giorno fa ho scoperto per caso Diaspora, un social network Open Source. Il fatto che il codice sorgente del social network sia aperto, significa che tutti coloro che vogliono contribuire a migliorare Diaspora possono farlo in vari modi:

  • contribuendo al miglioramento del codice del social network;
  • aiutando il “Translation Group”;
  • fornendo supporto ad altri utenti o ad altri partecipanti;
  • installando un “Community Pod”. Diaspora infatti funziona grazie a una rete di server messi a disposizione dalla comunità, che permettono il funzionamento del social network.

Ecco, in poche parole cos’è Diaspora per il team fondatore del progetto:

Open source is about individuality, transparency, creativity, and destiny. It is about having an idea, and making it reality. Diaspora* was founded to fulfill a passion for fun, and for making the Internet a better place. Open source is what enables us to change the world, for ourselves, and let our friends across the web benefit from our exploration.

Open source communities are amazing things. At Diaspora*, we believe that people should be valued for what they do. It does not matter if you have contributed to a project before, or are an elite open source hacker. Contributing to Diaspora* means that you get to work on hard problems, with a focus on solutions that work for users. This is why if you contribute something meaningful to Diaspora*, we will give you core commit access. We are in this together, so giving excited people the chance to make huge changes always trumps keeping control sacred.

La caratteristica più rivoluzionaria di Diaspora è proprio questa struttura basata su “Community Pod” – una vera novità per i social network – che permette ai suoi utenti di mantenere la proprietà di tutti i propri dati. Ciò significa in sostanza una maggiore privacy, e soprattutto che tutti i dati non possono essere ceduti a terzi.

Le informazioni, come contenuti e aggiornamento degli status sono infatti salvate in un “seed”, un web server personale che può essere condiviso. Oltre a poter gestire un proprio seed, gli utenti possono avere in gestione l’hosting dei propri dati in modo simile a quanto avviene su WordPress. In sostanza Diaspora può essere installato in locale, ma anche utilizzato attraverso una terza parte.

Il social network, ancora nella sua versione Alpha, sta comunque riscuotendo un buon successo. E’ infatti già tra i progetti Open Source più seguiti, dal progetto originale sono già derivate 1000 “forks”, ed ha già più di 5000 followers.

Ringrazio il blog Naicamine per avermi fatto conoscere questo innovativo social network!

A presto,

Massimiliano

Come ho avuto modo di spiegare nella sezione teorica dedicata alla co-creation del blog, esistono vari modelli di gestione dell’innovazione. Il caso che vi propongo oggi, ovvero quello del portale “nelmulinochevorrei“, è un’applicazione da manuale delle teorie di Prahalad e Ramaswamy, secondo cui:

Il modello della co-creazione del valore si basa sull’idea che l’azienda debba lavorare con i clienti e non per i clienti, co-creando valore con loro, utilizzando le loro competenze e intuizioni.

Tornando a “nelmulinochevorrei”, si tratta di una potentissima comunità di creazione virtuale, realizzata magistralmente da Ninjalab per Mulino Bianco, attraverso la quale le persone sono in grado di partecipare al processo di creazione e sviluppo non solo dei prodotti, ma anche del packaging, delle iniziative promozionali e delle politiche riguardanti l’impegno sociale e l’ambiente.

Le fasi individuate da Ninjalab per la creazione e lo sviluppo del progetto “nelmulinochevorrei” erano sostanzialmente quattro (potete leggere la case history completa qui):

• Recruiting: gli utenti contattati sono stati stimolati a postare le proprie idee in maniera strutturata e votare e far votare le idee proposte da altri utenti.

• Seeding del progetto: la comunicazione dell’iniziativa ha coinvolto blog/siti/forum appartenenti a 4 macro categorie: alimentazione, design, marketing e comunicazione, lifestyle.

• Social Network Activation: oltre all’attività su siti/blog/forum selezionati, sono stati attivati e gestiti alcuni dei principali Social Network: Facebook, FriendFeed, Twitter.

• Tutoring: supporto agli utenti sulla modalità di pubblicazione e votazione delle idee postate sulla piattaforma MCV.

Coloro che si iscrivono alla piattaforma (anche semplicemente con il proprio account Facebook), possono inserire le proprie idee sul sito Web, che saranno votate dagli altri partecipanti, ed eventualmente realizzate da Mulino Bianco. Navigando nel portale inoltre, è possibile notare con quale maestria e perizia viene stimolata la partecipazione degli iscritti, con argomenti e richieste sempre nuove. Ciò fa in modo che il portale sia sempre molto popolato di utenti e abbia sempre un’aria viva e vitale, che è condizione necessaria per favorire ed invogliare la partecipazione delle persone.

L’iniziativa di Mulino Bianco è un grandissimo successo: fino ad ora infatti sono state raccolte 2900 idee per nuovi prodotti, 1183 idee per l’attività promozionale, 522 idee per il packaging, 346 per le politiche sociali ed ambientali.

E’ proprio grazie ad iniziative simili che Imprese “illuminate” trovano modo di rinnovarsi continuamente e ampliare il valore della propria offerta per i clienti. Mi preme sempre ricordare che iniziative simili sono anche un fluidificante per tutti i processi di marketing aziendali, perché sono una fonte inesauribile di informazioni sui propri clienti, e come ogni buon responsabile marketing sa, sono proprio questo genere di informazioni che permettono l’elaborazione e l’efficace implementazione delle strategie di marketing.

A presto,

Massimiliano

Ieri, navigando sul blog “LearningWithTechs” ho trovato il link a un saggio molto interessante riguardo al rapporto tra internet e co-creation.

Secondo l’autore del saggio, Joichi Ito (direttore del M.I.T. Media Lab), Internet non è un semplice strumento tecnologico, ma una filosofia che sta guidando la società, l’educazione e l’innovazione verso modelli sempre più aperti e decentralizzati.

Vi posto alcuni dei passaggi più significativi:

The Internet isn’t really a technology. It’s a belief system, a philosophy about the effectiveness of decentralized, bottom-up innovation. And it’s a philosophy that has begun to change how we think about creativity itself.

The ethos of the Internet is that everyone should have the freedom to connect, to innovate, to program, without asking permission. No one can know the whole of the network, and by design it cannot be centrally controlled. This network was intended to be decentralized, its assets widely distributed. Today most innovation springs from small groups at its “edges.”

What has been a wildly successful model for consumer Internet start-ups in Silicon Valley turns out to be an extremely good model for learning in a wide variety of fields and disciplines. The students at M.I.T.’s Media Lab experiment, create and iterate; they produce demos and prototypes, and share and collaborate with the rest of the world through the Internet and a distributed network of connections and relationships.

I don’t think education is about centralized instruction anymore; rather, it is the process establishing oneself as a node in a broad network of distributed creativity.

Se desiderate leggere il saggio, potete trovarlo qui.

A presto,

Massimiliano

A tutti i fanatici del mondo Open Source, segnalo una bizzarra iniziativa Giapponese, che ho trovato in rete grazie al blog di Mik3craft.

Stavolta però non vi introdurrò l’argomento…lascio a voi il piacere di scoprire di cosa si tratta. Potete farlo cliccando qui, sarete indirizzati al sito di “Open Cola”.

Personalmente ritengo che l’iniziativa sia una interessante “provocazione”. In genere, si pensa al concetto di “Open Source” solamente quando si fa riferimento al mondo dei software. Come però abbiamo già visto nel caso di Metro 2033 però, settori e ambiti sempre più diversi da quello dello sviluppo di applicazioni e sistemi operativi si stanno affacciando ai meccanismi di co-creation e collaborative innovation.

Chissà, se in futuro i nostri supermarket non saranno invasi di prodotti a “Sorgente Aperta”…

Intanto vi posto un breve ed interessante estratto dal sito internet di “Open Cola”:

This recipe is licensed under the GNU General Public license. It is “Open Source” Cola, or, if you prefer, “Free” Cola. That means you’re free to use this recipe to make your own cola, or to make derivative colas. If you distribute derivative colas, you’re expected to send email to the recipe’s author, Amanda Foubister (amanda@opencola.com) with your updates. In the future, we expect to have a CVS server up to handle additions, bug-reports, etc.

A presto,

Massimilano

Volevo parlarvi di Nike Plus, il servizio di Nike rivolto ai “runner” amatoriali e no. Si tratta, in buona sostanza, di un vero e proprio “social network per corridori”, dove, collegandosi al sito, gli appassionati di corsa possono caricare (grazie ad appositi strumenti) tutti i dati relativi alle loro ultime corse. Non solo, ma possono anche condividere le loro esperienze, i loro tempi, i loro itinerari con i propri “amici”.

Il social network, perfettamente integrato con Facebook e Twitter, è stato creato per aggiungere valore alla classica offerta Nike. Con Nike Plus, l’azienda di Beaverton non offre ai consumatori solamente il classico paio di scarpe, ma una piattaforma collaborativa, che è in grado di aumentare il valore del prodotto, stimolando la creazione di un network relazionale tra i “runner” stessi, ma soprattutto relazioni di lungo periodo con Nike stessa. In questo social network per corridori infatti, co-creation e marketing relazionale paiono fondersi in una sinergia perfetta.

Conformemente alle più moderne teorie di marketing, la volontà di Nike è proprio quella di trasformare il rapporto con la propria clientela da un modello di tipo transazionale (aquisto puro e semplice di un paio di scarpe da corsa) ad uno di tipo relazionale (stimolare relazioni di lungo periodo per aumentare il valore della relazione con il cliente). Per raggiungere l’obiettivo, Nike si è focalizzata molto anche sulla creazione di legami tra i corridori stessi, stimolando la competizione e il confronto tra questi ultimi.

Si tratta, in poche parole, di un modello win-win. I “runner” ricevono una piattaforma gratuita, con servizi dedicati alla loro passione, mentre Nike riceve in cambio preziosissime informazioni sulla propria clientela, facilitando operazioni come:

  • progettazione di nuovi prodotti/servizi;
  • upselling;
  • trading up;
  • cross selling.

Se volete farvi un’idea di come funziona Nike Plus, vi posto il video di presentazione andato in onda al ” Grand Prix Cyber Cannes Lions 2007″

A presto,

Massimiliano