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OFF: un laboratorio dove gli startupper possono collaborare, condividere e crescere

Oggi voglio parlarvi di un progetto che sto seguendo da tempo. Il suo nome è OFF  – Officine Formative, una scuola di impresa che si è posta come mission quella di fornire un supporto a tutti gli aspiranti imprenditori che sentano la necessità di un percorso formativo finalizzato a rendere possibile la realizzazione della loro business idea.

La peculiarità di OFF è quella di non essere nè un acceleratore nè un ente che vende formazione, ma un vero e proprio laboratorio, dove gli imprenditori, dopo un percorso di selezione e formazione, possono trovare l’ambiente adatto per sviluppare in maniera efficace la propria idea imprenditoriale.

Officine fomative è un progetto interessante perché si presta ad essere attrattivo soprattutto per le nuove start-up, che fanno dell’Innovazione Collaborativa e dell’Open Innovation il loro punto di forza. OFF infatti acquisisce team di potenziali imprenditori con campi di esperienza molto diversi, permettendo un confronto diretto e una condivisione della conoscenza tra i team di startupper. Il processo di mentoring di OFF è inoltre condotto da professionisti affermati o startupper di successo, fattore che rende possibile il trasferimento di idee applicabili su più progetti e/o in diverse declinazioni.

Un ambiente che, in termini tecnici, favorisce il knowledge spillover, unendo il know-how di una grande azienda – OFF è un progetto di Intesa Sanpaolo – il contributo di professionisti affermati e le idee di potenziali imprenditori.

Il percorso formativo di OFF è diviso in due parti:

  • Think it – un ciclo di e-learning che termina con 4 lezioni interattive su analisi dei concorrenti e del mercato, business strategy e marketing per dare forma all’idea e prendere coscienza delle necessità organizzative che essa comporta;
  • Make it – 8 seminari in aula e 8 settimane di intenso lavoro presso la sede di Officine per passare dalla teoria alla pratica con la preparazione di un business plan solido che tenga in considerazione non solo gli aspetti di lancio dell’azienda ma anche quelli legati alla sostenibilità nel medio-lungo periodo con focus sulla programmazione finanziaria e il risk management.

Tra i progetti che hanno preso il via grazie ad OFF volevo segnalarne uno particolarmente interessante e innovativo: Skillbros. La start-up, creata solo pochi mesi fa dalla passione di quattro giovani imprenditori, è il primo marketplace italiano della conoscenza. Tramite il sito di Skillbros è possibile registrarsi e proporre un’argomento per cui ci si vuole segnalare come “insegnanti”. Al raggiungimento di un numero sufficiente di interessi, la lezione si concretizza nell’incontro tra l’insegnante e coloro che si sono registrati per partecipare.

L’obiettivo di Skillbros non è però solo quello di offrire una piattaforma “non convenzionale” per la formazione, ma soprattutto un modo per creare reti di appassionati, ponendo dunque l’accento sulla condivisione delle passioni e l’occasione di conoscersi.

“La finalità di Skillbros è permettere alle persone di scoprire di avere appassionati proprio nei dintorni di casa, non puntiamo su lezioni classiche e convenzionali, ma su qualcosa di diverso e sulla magia e l’importanza dell’incontro”.

Se desiderate scoprire di più sui fondatori e sulla start-up – tutta italiana nonostante il nome – vi consiglio di guardare la loro intervista su Youtube:

Ho ritenuto importante dare visibilità a un’iniziativa simile non solamente perché il blog è dedicato anche ad innovatori e potenziali startupper, ma soprattutto per mettere in risalto un’ottima iniziativa di Intesa Sanpaolo a favore dell’occupazione e dell’imprenditoria. In momenti molto delicati, quale quello in cui il nostro Paese si trova ad affrontare, progetti come OFF sono ciò di cui i giovani imprenditori necessitano per trasformare in realtà le proprie idee di business, creando crescita, occupazione e sviluppo.

Consiglio inoltre di seguire il blog di OFF, dove potrete trovare tutti i giorni notizie interessanti su start-up, business stories, case studies e attualità.

A presto,

Massimiliano

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Hai un’idea geniale? Con Quirky, la piattaforma di “social development” può diventare realtà (e farti guadagnare)

Quante volte, mentre stiamo mangiando, prima di andare a letto, mentre guidiamo, siamo stati folgorati da un’idea geniale? Un’idea che, siamo sicuri, risolverebbe i problemi di molte persone o ne migliorerebbe la qualità della vita? Perché non esiste una piattaforma che permetta a tutti di trasformare in realtà la propria idea e guadagnarci?

Questo deve aver pensato Ben Kaufman, quando si accingeva a creare Quirky.com. Quirky è una start-up fondata solo pochi mesi fa, e rappresenta la prima piattaforma di “Social Product Development” del mondo.
Secondo i propri creatori, Quirky rappresenta il modo più semplice per trasformare in realtà le proprie “idee geniali” e farle conoscere al mercato. Questo avviene grazie al supporto di una comunità di co-creatori che collaborano attraverso il sito Web Quirky.com e partecipano alla “curation” (o perfezionamento) e valutazione dell’idea. Ogni persona appartenente alla comunità che partecipi al perfezionamento di un determinato progetto viene definita “influencer” e il suo livello di impegno in quel progetto viene misurato attraverso un sistema di metriche. Perfezionata l’idea, il prodotto passa attraverso tutte le classiche fasi di sviluppo: ricerca, design, branding, igenierizzazione, produzione e, infine, commercializzazione.

Il sistema su cui si basa Quirky è, in buona sostanza, riassumibile in questo schema:

Una volta che il prodotto è pronto per il mercato, Quirky lo mette in commercio con il nome dell’inventore, trattenendo il 70% dei ricavi dalle vendite. Il resto viene destinato alla comunità di co-creatori e all’inventore, che trattiene circa il 10% dei ricavi del prodotto.
Il prodotto viene distribuito sia grazie ad una rete di partner (tra cui figurano anche Amazon.com, Target, Toys ‘R’ Us) sia attraverso la vendita diretta sul sito Quirky.com.
La caratteristica più interessante è però il meccanismo definito dalla start-up “social sales”, attraverso il quale ogni inventore è incentivato a promuovere in prima persona la vendita del “suo” prodotto, in diversi modi:

  • Condividendo la pagina in cui viene commercializzato il proprio prodotto sui maggiori social network
  • Creare dei banner per il proprio blog o sito Web
  • Creando mini-siti
  • Creando video virali
  • Collaborando con altre comunità di inventori per promuoverne la vendita in maniera congiunta

Tutto è permesso, perché l’interesse di vendere il prodotto è comune: maggiori saranno le vendite infatti, maggiori saranno i guadagni di Quirky, dei co-creatori e dell’inventore. Per guadagnare dalla vendita del prodotto ricordiamo infatti che non si deve essere per forza degli “inventori”, ma è sufficiente far parte della comunità di co-creatori che ha partecipato allo sviluppo del prodotto stesso.

Grazie a questo meccanismo, che io definirei “viral-incentivante”, tutti i soggetti coinvolti sono interessati a promuovere e a collaborare per aumentare le vendite del prodotto.

L’obiettivo di Quirky è quindi quello di creare, per ogni prodotto, un effetto buzz veloce e intenso, volto a fornire a questo ampia visibilità presso i maggiori social network.
Un sistema geniale, che, secondo Kaufman, porterà la start-up a raggiungere 20 milioni di dollari di ricavi nel 2012. Un meccanismo fondato su tre punti:

  • Il sistema “viral-incentivante”, basato su un’efficace sistema di metriche per misurare la partecipazione dei co-creatori, unito ad un meccanismo di incentivazione economica.
  • La collaborazione dei co-creatori ai vari progetti, che funge da efficace test “pre-commercializzazione”, dando in maniera preventiva un’idea dei punti di forza e debolezza del prodotto, decidendone “vita” o “morte”.
  • Lo sviluppo di una comunità di creativi e makers, che condividono la stessa passione, e che, messi insieme, possono moltiplicare all’infinito le possibilità offerte dalla piattaforma. Quirky è infatti progettata con il fine di essere flessibile ed aperta all’esterno.

A mio avviso Quirky rappresenta, in maniera concreta, la ridefinizione della teoria della “organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor, dove il concetto di efficienza dello sfruttamento delle risorse interne viene addirittura ribaltato, ponendo, come nuovo punto focale, la massimizzazione dello sfruttamento delle risorse esterne all’impresa.

Come tendenza degli ultimi anni, si può notare quanto l’evoluzione tecnologica e delle discipline economico-aziendali siano responsabili del sorgere di start-up sempre più “Open” o “Social”.

La voglia di partecipazione del consumatore 2.0 ha quindi definitivamente sancito la morte delle grandi imprese che decidevano per lui, aprendo la strada a nuovi modelli di impresa, più adatti alla mutevolezza delle sue esigenze e maggiormente aperti al suo ascolto e coinvolgimento.
Grazie a pionieri quali i sistemi Open Source e le comunità di creazione, una nuova rivoluzione industriale pare profilarsi, in cui, finalmente, il protagonista è il consumatore.

Se avete una grande idea o tanta voglia di partecipare, vi consiglio di fare un giro su Quirky.com, sono curioso di sapere cosa ne pensate! Se invece volete capirne di più e avete poco tempo, ecco Quirky spiegato in 50 secondi:

A presto,

Massimiliano

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Il Crowdsourcing funziona? Consigli per l’uso

Navigando nel Web mi sono imbattuto in questo interessante articolo, trovato sul sito “ikaro.net“, in cui Daniele Di Gregorio, esperto di Crowdsourcing, ci spiega la sua esperienza riguardo all’utilizzo di questa tecnica per una start-up.

Ho trovato l’articolo molto utile ed interessante, soprattutto perché porta il valore aggiunto di un’esperienza diretta e fornisce alcuni importanti consigli e suggerimenti.

Il link dove trovare l’articolo è:  http://www.ikaro.net/articoli/cnt/crowdsourcing-consigli.html

A presto,

Massimiliano

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Il caso Pebble Watch: come il crowd funding può portare al successo anche la tua start-up

Il Crowdsourcing è quell’approccio che prevede di utilizzare come risorse – per la risoluzione di un determinato problema – un grande gruppo di persone o una comunità, grazie ad una “Open Call”, che prevalentemente avviene tramite Internet. Il Crowdsourcing è stato “storicamente” utilizzato anche come una “leva di marketing aggiuntiva” (aggiungendo alle classiche 4P del prof. Kotler anche la P di partecipazione) nelle strategie di marketing aziendali più raffinate.

Da un pò di tempo a questa parte però, si parla sempre più di una delle ultime declinazioni del Crowdsourcing, ovvero il Crowd funding, specialmente in relazione al “caso Pebble Technology”, la start-up di Palo Alto che ha da poco “disintegrato” tutti i record riguardanti i fondi raccolti grazie a questo tipo di approccio.

Il Crowd funding, detto anche Crowd financing o Crowd sourced capital, è quell’approccio che permette ad un soggetto, un’impresa o un’organizzazione di finanziare il proprio progetto grazie ad un grande numero di piccole donazioni, solitamente ottenute grazie ad Internet.

Pebble Watch: la start-up dei record

Come detto prima, in tema di Crowd funding la star del momento è Pebble Technology, la start-up californiana che ha saputo raccogliere (nel momento in cui sto scrivendo) circa 6 milioni di dollari per trasformare in realtà il progetto “Pebble Watch”, uno smart-clock che può connettersi via Wi-fi ad uno smartphone (grande notizia, non importa se basato su iOS o Android), visualizzandone e-mail, tweet, aggiornamenti di stato su Facebook, ma anche eventi sul calendario e previsioni del tempo.
Gli inventori di “Pebble Watch” volevano creare un orologio che visualizzasse tutte le informazioni chiave del proprio smartphone senza estrarlo dalla tasca dei pantaloni. All’ottenimento dei primi prototipi funzionanti era chiaro che il prodotto avesse un grandissimo potenziale, ma, come sempre in questi casi, servivano dei fondi per far partire il progetto.

A mio avviso, credo che nessun venture capitalist avrebbe avuto problemi a finanziare un progetto così ambizioso ed intrigante, ma piuttosto credo che la scelta di ricorrere al Crowd funding (grazie alla piattaforma fornita da Kickstarter) sia stata una scelta consapevole, non un ripiego.

Sempre secondo la mia opinione, il Crowd funding rappresenta un metodo di finanziamento potenzialmente più potente rispetto ai classici metodi di seed financing.

Crowd funding: un modello win-win

Proviamo a pensarci: a parità di prodotto, un progetto finanziato grazie ad un business angel o ad un fondo di venture capital deve intraprendere una via faticosa, iniziata “sgomitando” per ottenere l’attenzione necessaria ad un finanziamento, contrattando per ottenere la cifra desiderata, e finita nella non piacevole situazione in cui il team sia giudicato dagli analisti del fondo, che possono decidere della vita o della morte della start-up in ogni momento.
Il modello classico di seed financing prevede che poi, superata la fase di prototipazione ed ingenierizzazione, si passi a quella della produzione. Per poter vendere i suddetti beni o servizi, la start-up avrà poi bisogno di altri fondi da investire in marketing, affrontando poi il rischio di un “flop”, nel caso il prodotto non sia apprezzato dal mercato.

Le piattaforme di Crowd funding puntano ad eliminare la macchinosità di questi processi, mettendo “tutto nelle mani del mercato”. Per spiegare a cosa mi riferisco, parlerò velocemente di Kickstarter.

Kickstarter, la più famosa piattaforma di Crowd funding del mondo, fornisce un servizio che permette di presentare il proprio progetto al popolo Web, permettendo ai visitatori del sito di partecipare alla raccolta dei fondi per la sua realizzazione.
I punti chiave di Kickstarter sono:

  • Tutto o nulla: il progetto deve avere un target di fondi da raccogliere in un determinato periodo di tempo (es: 4000 dollari in un mese per lanciare un nuovo album). Se in questo periodo di tempo il progetto non raggiungerà l’obiettivo, i finanziatori saranno rimborsati.
  • Ricompense per i finanziatori: coloro che lanciano il proprio progetto su Kickstarter devono fornire un sistema incentivante ai propri finanziatori. Solitamente si tratta dei beni oggetto del finanziamento (o di loro edizioni limitate), che una volta prodotti verranno consegnati al finanziatore. La convenienza, per il finanziatore, sta solitamente nel fatto che il prezzo finale del bene sul mercato sarà superiore al valore della donazione.
  • Un’idea, se buona, può fare il giro del mondo ed avere il successo che merita: Kickstarter è nata proprio con questa mission. L’impresa trattiene il 5% del valore dei fondi raccolti.

Il modello che viene a crearsi tramite queste piattaforme è efficacissimo: non solo Kickstarter funge da collettore per ottenere dei finanziamenti, ma coloro che finanziano il progetto sono consumatori o rivenditori del prodotto.
Prendiamo l’esempio di “Pebble Watch”: l’azienda permette di ottenere un orologio “basic” con un’offerta di 99 dollari (il prezzo di mercato, una volta partito il progetto sarà di 150 dollari), e via via crescendo, fino ad arrivare ad un “megapack” di 100 Pebble Watches ottenibili alla cifra di 1000 dollari.

Crowd funding: non solo finanza, ma anche marketing

Per tutti gli startupper e i marketers, questo modello rappresenta un sogno: non solo è in grado di offrire esattamente il finanziamento di cui la start-up ha bisogno, ma, fattore ben più importante, crea già un mercato finale ai prodotti.
Le applicazioni che questo modello può avere in una strategia di marketing virale sono inoltre notevoli: nel caso di “Pebble Watch”, il buzz creato dal successo del funding tramite Kickstarter ha accelerato ed intensificato il numero e l’ammontare dei finanziamenti, determinando istantaneamente una grandissima notorietà del prodotto a livello globale, ancora prima che esso sia messo in produzione e commercializzato.
Come segno tangibile basta fare qualche ricerca, che vi dimostrerà come tutte le più importanti riviste di business, tecnologia e marketing hanno ripreso, nei giorni scorsi, la notizia dei record della start-up di Palo Alto.

Il Crowd funding, una via per il rilancio dell’economia Occidentale?

Il grande successo di Pebble Technology arriva in concomitanza con l’approvazione, da parte del Senato U.S.A. del cosiddetto JOBS act (Jumpstart Our Business Startups), una legge promulgata con il fine di regolamentare il Crowd funding ed incoraggiare il finanziamento delle start-up e delle piccole imprese. Che questi nuovi approcci all’impresa possano rappresentare una soluzione alla crisi sempre più nera che si prospetta non solo nel nostro Paese, ma in tutto il mondo occidentale?
Quando leggo storie simili penso proprio all’Italia e a quanto il nostro paese sia pieno di creativi, desiderosi soltanto di avere a disposizione gli strumenti giusti per “monetizzare” o far crescere i propri progetti.

Se desiderate maggiori informazioni sul Crowd funding vi invito a visitare due importanti piattaforme di Crowd funding italiane:

  • Siamosoci: una piattaforma di equity-based Crowd funding per la promozione di investimenti in startup innovative.
  • Open Genius: piattaforma di Crowd funding focalizzata sulla raccolta di fondi per progetti di ricerca.

Se desiderate visitare la pagina Kickstarter di Pebble Technology, il link è: http://kck.st/HT8bXb
Se desiderate maggiori informazioni riguardo al JOBS act, vi consiglio di leggere il recente articolo pubblicato su Forbes a riguardo ela pagina dedicata alla legge su Wikipedia

A presto,

Massimiliano

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Wikispeed, l’Open Source va veloce (non solo nel mondo dei software)

Quando si parla di start-up e di Open Source, si tende sempre a pensare ad aziende nate nel mondo del software o di Internet.

Il caso che vi presento oggi invece rappresente “un unicum“, che però potrebbe aprire la strada ad applicazioni dei meccanismi Open Source anche al di fuori dell’ambito dello sviluppo di software. Proprio qualche giorno fa, infatti, ho trovato un articolo che parlava di Wikispeed, una start-up che negli anni ha riscosso un ottimo successo nello sviluppo e nella produzione di automobili “fuel-efficient”.

Wikispeed nasce dall’idea di Joe Justice, un laureato in informatica che ha sempre lavorato nel mondo dei software, accorgendosi più tardi che l’idea dello sviluppo di prodotti tramite meccanismi Open Source non era poi così irrealizzabile. Anzi, l’adozione di questo approccio avrebbe forse rappresentato una soluzione al veloce sviluppo di una piccola impresa e dei suoi prodotti, snellendo e velocizzando molti dei meccanismi che tradizionalmente rallentano e causano inefficienze nei processi produttivi.

Oltre all’Openness che caratterizza l’organizzazione dell’azienda (chiunque, a vario titolo, può partecipare la progetto), è l’adozione di tecniche che rendono la progettazione e la produzione delle automobili agile, economica ed efficiente. I principi adottati, tutti tratti dal mondo dello sviluppo dei software, sono:

  • Eliminare gli sprechi, grazie all’utilizzo di approcci che traggono ispirazione dal “lean software design“.
  • Pairing e Swarming: espressioni difficilmente traducibili, indicano un’approccio al training innovativo. Pairing siginifica sostanzialmente lavoro “in coppia”, mentre lo Swarming è una tecnica che si pone l’obiettivo di sfruttare il fenomeno degli “Sciami Umani”. Questi due approcci fanno parte dell’approccio detto “Extreme Programming“.
  • Scrum development: tecnica che permette un’organizzazione del lavoro efficiente nonostante l’impiego di personale non professionista o non fisicamente presente sul luogo di lavoro.
  • Test driven development: approccio che prevede una serie di failing tests per ogni fase del processo di sviluppo.
  • Modularità: caratteristica fondamentale per ogni progetto Open. La modularità genera efficienza e riduce la complessità dei progetti. Ciò permette di facilitare l’entrata (ma anche cautelarsi da una eventuale uscita) di uno o più membri del team che collaborano al progetto.

Per capire veramente cos’è Wikispeed, consiglio di guardare questo video, in cui lo stesso Joe Justice spiega (ad un’audience più che coinvolta) la storia della start-up, la sua filosofia e il suo approccio innovativo.

Il progetto Wikispeed viene portato avanti con lavoratori sia professionisti che volontari, sponsorizzazioni, donazioni di denaro e materiale. L’obiettivo dichiarato da Wikispeed è infatti quello di rendere il mondo un posto migliore, consentendo la facile produzione di una macchina efficiente dal punto dei vista dei consumi, facile da produrre ed economica.

Come si può leggere dal sito ufficiale, il team di Wikispeed è piuttosto eterogeneo e non mancano le professionalità di altissimo livello:

The gentleman who founded the materials science lab and MIT is in the team. A lady who was a tech at Apple computer and worked on the first multimedia PC is in team. We have electrical and mechanical engineers who have done work for the U.S. Airfoce, Lockhead Martin, NASA, and others. The gentleman who oversaw and managed the largest military research facility in the wold is a member of team Wikispeed. And more than a hundred interested and energetic house wives, house husbands, kids, environmentalists, automotive enthusiasts, artists, musicians, web developers, composite technictions, accountants, lawyers, project managers, mechanics, fabricators, and more.

L’approccio innovativo di Wikispeed ha portato l’azienda e i suoi modelli di auto ad essere conosciuti in tutto il mondo, grazie anche alla partecipazione in un documentario apparso su Discovery Channel e alla presenza dell’azienda in alcuni dei più importanti saloni dell’auto. Il progetto di Wikispeed sta avanzando a piccoli passi, ma ogni passo della start-up ideata da Justice è la dimostrazione che l’Open Source non è un modello applicabile esclusivamente allo sviluppo di software, ma si può adattare tranquillamente alla ricerca e alla produzione di beni tangibili.

Il punto su cui il team di Wikispeed ha ancora molto da lavorare è forse il sistema incentivante. Wikispeed fonda il proprio sistema di incentivi alla partecipazione facendo leva quasi esclusivamente su benefici psicologici, quali: senso di partecipazione, fama e reputazione, filantropia.

Our Mission Statement is “Rapidly Solving Problems For Social Good.” We built ultra-efficient cars, and are looking for Product Owners and team members to help us continue to make a difference in the world around us in more areas. We have done work on Agile method to expedite the deployment of Polio Vaccinations to the areas that need them most, Bipedal walking robotics systems, low cost medical centers for developing communities, and others.

Sebbene credo che un sistema incentivante di questo genere possa essere molto efficace, se in futuro Wikispeed vorrà crescere dovrà creare un modello di business più sostenibile. Abbiamo già visto, in passato, modelli di business di grandissimo successo creati sulla base di prodotti Open Source: Linux, vTiger, OpenBravo ecc.. che hanno saputo creare un framework fatto da piccole imprese disseminate ovunque nel mondo, le quali operano in un ambiente a metà tra competizione e collaborazione.

Vista anche la nobiltà della mission di Wikispeed, sento il dovere di dare a questo appassionato team di visionari il mio più sincero “in bocca al lupo”!

A presto,

Massimiliano

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Ecco le prime “città Open Source”

Come vi raccontavo nei miei precedenti post, i meccanismi Open Source non sono da considerarsi un’esclusiva del mondo dell’informatica. In un mondo che si sta sempre più convertendo alla “filosofia Open”, dalla televisione all’istruzione, dall’economia alla politica, alcune città iniziano a reclamare il primato di “prima città Open Source”, con l’ambizione di essere considerate il nuovo punto di riferimento delle “iniziative Open” a livello globale.

Per ora, le prime pretendenti alla palma di “prima città Open Source” sono Releigh, in North Carolina, Portland, in Oregon e Montreal in Quebec.

Portland

Secondo i sostenitori di Portland, la città pare essere il candidato ideale a diventare il punto di riferimento per il mondo Open, dal momento che nell’ultimo anno ha ospitato importanti conferenze ed incontri, come la Open Source Convention e la Open Source Bridge. Portland è stata inoltre una delle prime città al mondo a sviluppare un progetto di “Open Data”, ospita personaggi come Linus Torvalds e Steve Holden e si è dimostrata terreno fertile per la nascita di nuove start-up operanti nel settore delle tecnologie Open Source.

Montreal

Il presunto primato di Portland è però minacciato da Montreal, che vanta di essere la città con la maggior concentrazione di start-up del settore dei software Open Source. Nella città infatti sono state fondate negli ultimi anni cinque start-up che hanno riscosso ottimi successi:

  • StatusNet: una piattaforma Open Source di microblogging, che vuole rappresentare un’alternativa a Twitter;
  • Vanilla Forums: un software per creare e gestire forum su siti Web, utilizzato su centinaia di migliaia di siti nel mondo;
  • Pressbooks: una “social publishing platform”, utilizzabile per la pubblicazione di libri;
  • Stella: azienda che ha sviluppato un software per il monitoraggio delle prestazioni dei siti Web;
  • Subgraph: azienda che ha sviluppato un software per testare la sicurezza delle reti.

Nella città di Montreal hanno inoltre sede due importanti fondi di investimento, iNovia Capital e Real Ventures. Canonical, l’azienda leader nei servizi di consulenza relativi ad Ubuntu, sembra aver preso Montreal come punto di riferimento per il reclutamento di giovani talenti.

Releigh

In una recente intervista, l’ex sindaco di Montreal, Charles Meeker, ha affermato che il riconoscimento di “prima città Open Source” non passa solamente dall’attrazione di start-up e fondi di investimento, ma soprattutto da un cambiamento politico-culturale. Secondo Meeker, le qualità che possono trasformare una normale città in una città Open Source, sono:

  • La volontà di condividere informazioni;
  • La volontà di ricevere informazioni;
  • L’orientamento alla creatività e all’innovazione.

La città di Releigh ha inoltre intenzione di iniziare un progetto di sviluppo per un framework che possa attrarre start-up e talenti che vogliano operare nel settore Open Source, con la collaborazione della camera di commercio e di altre istituzioni locali. La volontà della città è inoltre quella di iniziare ad ospitare conventions e conferenze sul mondo Open Source, in modo da catalizzare l’attenzione di potenziali investitori e imprenditori nel progetto di Meeker.

Uno, nessuno, centomila.

Vi lascio con una provocazione. Secondo alcuni è inutile cercare di creare un “hub”, ovvero un punto di riferimento, perché le comunità Open hanno per loro natura una struttura decentrata e preferiscono concentrare i propri contributi in comunità virtuali. A questo proposito vi riporto un post che ho trovato sul sito Siliconflorist.com:

Money is important for OS development. Corporate contribution to OS is invaluable. Location *is* irrelevant for much OS contribution, but there could be more community-based OS contribution efforts that centered around meet-ups and on-site activities (because it’s fun).

Se desideraste ottenere maggiori informazioni, vi incollo il link dei tre articoli da cui ho tratto le informazioni per il mio post:

http://siliconflorist.com/2011/02/23/portland-oregon-de-facto-hub-open-source-montreal-quebec-raleigh-north-carolina/comment-page-1/

http://nextmontreal.com/can-montreal-become-an-open-source-startup-hub/

http://opensource.com/government/11/2/raleigh-nc-worlds-first-open-source-city%20

A presto,

Massimiliano

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Talent Garden: è l’inizio di una “Brescia Valley”?

Nella mia città natale, Brescia, è stato da poco inaugurato Talent Garden, un nuovo spazio dedicato al “co-working“, creato su misura per rappresentare l’ambiente ideale per le future star-up bresciane. Il progetto, creato da Gianfausto Ferrari, Enrico Ballerini e Davide Dattoli, promette bene: l’obiettivo di Talent Garden (TAG) è infatti quello di creare un ambiente fertile per lo sviluppo di imprese legate al Web e alle nuove tecnologie. Lo spazio sarà messo a disposizione di 56 talenti, che avranno l’opportunità di sviluppare i propri progetti in sinergia, condividendo le proprie conoscenze e capacità, in un clima che fonderà collaborazione e competizione.

Il “giardino” di 700 metri quadri, aperto 24 ore al giorno e sette giorni su sette, è stato progettato in modo da incoraggiare al massimo la collaborazione tra i talenti. Nella sede di “Talent Garden” l’ambiente è informale, ed oltre alle aree dedicate al lavoro non mancano zone relax, postazioni con Xbox e calcio balilla. Tutto pare essere progettato con attenzione, con l’obiettivo di favorire la creazione di un network di relazioni tra i neo-imprenditori.

Il progetto intrapreso dal team di “Talent Garden” non è semplice. La mia speranza è che la “febbre da start-up” che sta contagiando la provincia di Brescia in questi mesi non sia solo un fenomeno passeggero, anzi, credo che per le istituzioni sia un’opportunità irripetibile di sviluppare un modello che in altri Paesi ha già dimostrato la sua efficacia (pensiamo allo stato di Israele, definito da molti ormai una “start-up nation”).

Solo il tempo ci dirà se l’iniziativa di Dattoli, Ballerini e Ferrari sarà in grado di costruire un ambiente fertile in cui potrà prosperare una “Brescia Valley”. I presupposti sembrano esserci tutti: creatività, spirito imprenditoriale e orientamento all’innovazione sono alcuni dei marchi di fabbrica di Brescia e provincia.

A presto,

Massimiliano

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