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OFF: un laboratorio dove gli startupper possono collaborare, condividere e crescere

Oggi voglio parlarvi di un progetto che sto seguendo da tempo. Il suo nome è OFF  – Officine Formative, una scuola di impresa che si è posta come mission quella di fornire un supporto a tutti gli aspiranti imprenditori che sentano la necessità di un percorso formativo finalizzato a rendere possibile la realizzazione della loro business idea.

La peculiarità di OFF è quella di non essere nè un acceleratore nè un ente che vende formazione, ma un vero e proprio laboratorio, dove gli imprenditori, dopo un percorso di selezione e formazione, possono trovare l’ambiente adatto per sviluppare in maniera efficace la propria idea imprenditoriale.

Officine fomative è un progetto interessante perché si presta ad essere attrattivo soprattutto per le nuove start-up, che fanno dell’Innovazione Collaborativa e dell’Open Innovation il loro punto di forza. OFF infatti acquisisce team di potenziali imprenditori con campi di esperienza molto diversi, permettendo un confronto diretto e una condivisione della conoscenza tra i team di startupper. Il processo di mentoring di OFF è inoltre condotto da professionisti affermati o startupper di successo, fattore che rende possibile il trasferimento di idee applicabili su più progetti e/o in diverse declinazioni.

Un ambiente che, in termini tecnici, favorisce il knowledge spillover, unendo il know-how di una grande azienda – OFF è un progetto di Intesa Sanpaolo – il contributo di professionisti affermati e le idee di potenziali imprenditori.

Il percorso formativo di OFF è diviso in due parti:

  • Think it – un ciclo di e-learning che termina con 4 lezioni interattive su analisi dei concorrenti e del mercato, business strategy e marketing per dare forma all’idea e prendere coscienza delle necessità organizzative che essa comporta;
  • Make it – 8 seminari in aula e 8 settimane di intenso lavoro presso la sede di Officine per passare dalla teoria alla pratica con la preparazione di un business plan solido che tenga in considerazione non solo gli aspetti di lancio dell’azienda ma anche quelli legati alla sostenibilità nel medio-lungo periodo con focus sulla programmazione finanziaria e il risk management.

Tra i progetti che hanno preso il via grazie ad OFF volevo segnalarne uno particolarmente interessante e innovativo: Skillbros. La start-up, creata solo pochi mesi fa dalla passione di quattro giovani imprenditori, è il primo marketplace italiano della conoscenza. Tramite il sito di Skillbros è possibile registrarsi e proporre un’argomento per cui ci si vuole segnalare come “insegnanti”. Al raggiungimento di un numero sufficiente di interessi, la lezione si concretizza nell’incontro tra l’insegnante e coloro che si sono registrati per partecipare.

L’obiettivo di Skillbros non è però solo quello di offrire una piattaforma “non convenzionale” per la formazione, ma soprattutto un modo per creare reti di appassionati, ponendo dunque l’accento sulla condivisione delle passioni e l’occasione di conoscersi.

“La finalità di Skillbros è permettere alle persone di scoprire di avere appassionati proprio nei dintorni di casa, non puntiamo su lezioni classiche e convenzionali, ma su qualcosa di diverso e sulla magia e l’importanza dell’incontro”.

Se desiderate scoprire di più sui fondatori e sulla start-up – tutta italiana nonostante il nome – vi consiglio di guardare la loro intervista su Youtube:

Ho ritenuto importante dare visibilità a un’iniziativa simile non solamente perché il blog è dedicato anche ad innovatori e potenziali startupper, ma soprattutto per mettere in risalto un’ottima iniziativa di Intesa Sanpaolo a favore dell’occupazione e dell’imprenditoria. In momenti molto delicati, quale quello in cui il nostro Paese si trova ad affrontare, progetti come OFF sono ciò di cui i giovani imprenditori necessitano per trasformare in realtà le proprie idee di business, creando crescita, occupazione e sviluppo.

Consiglio inoltre di seguire il blog di OFF, dove potrete trovare tutti i giorni notizie interessanti su start-up, business stories, case studies e attualità.

A presto,

Massimiliano

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Il caso Pebble Watch: come il crowd funding può portare al successo anche la tua start-up

Il Crowdsourcing è quell’approccio che prevede di utilizzare come risorse – per la risoluzione di un determinato problema – un grande gruppo di persone o una comunità, grazie ad una “Open Call”, che prevalentemente avviene tramite Internet. Il Crowdsourcing è stato “storicamente” utilizzato anche come una “leva di marketing aggiuntiva” (aggiungendo alle classiche 4P del prof. Kotler anche la P di partecipazione) nelle strategie di marketing aziendali più raffinate.

Da un pò di tempo a questa parte però, si parla sempre più di una delle ultime declinazioni del Crowdsourcing, ovvero il Crowd funding, specialmente in relazione al “caso Pebble Technology”, la start-up di Palo Alto che ha da poco “disintegrato” tutti i record riguardanti i fondi raccolti grazie a questo tipo di approccio.

Il Crowd funding, detto anche Crowd financing o Crowd sourced capital, è quell’approccio che permette ad un soggetto, un’impresa o un’organizzazione di finanziare il proprio progetto grazie ad un grande numero di piccole donazioni, solitamente ottenute grazie ad Internet.

Pebble Watch: la start-up dei record

Come detto prima, in tema di Crowd funding la star del momento è Pebble Technology, la start-up californiana che ha saputo raccogliere (nel momento in cui sto scrivendo) circa 6 milioni di dollari per trasformare in realtà il progetto “Pebble Watch”, uno smart-clock che può connettersi via Wi-fi ad uno smartphone (grande notizia, non importa se basato su iOS o Android), visualizzandone e-mail, tweet, aggiornamenti di stato su Facebook, ma anche eventi sul calendario e previsioni del tempo.
Gli inventori di “Pebble Watch” volevano creare un orologio che visualizzasse tutte le informazioni chiave del proprio smartphone senza estrarlo dalla tasca dei pantaloni. All’ottenimento dei primi prototipi funzionanti era chiaro che il prodotto avesse un grandissimo potenziale, ma, come sempre in questi casi, servivano dei fondi per far partire il progetto.

A mio avviso, credo che nessun venture capitalist avrebbe avuto problemi a finanziare un progetto così ambizioso ed intrigante, ma piuttosto credo che la scelta di ricorrere al Crowd funding (grazie alla piattaforma fornita da Kickstarter) sia stata una scelta consapevole, non un ripiego.

Sempre secondo la mia opinione, il Crowd funding rappresenta un metodo di finanziamento potenzialmente più potente rispetto ai classici metodi di seed financing.

Crowd funding: un modello win-win

Proviamo a pensarci: a parità di prodotto, un progetto finanziato grazie ad un business angel o ad un fondo di venture capital deve intraprendere una via faticosa, iniziata “sgomitando” per ottenere l’attenzione necessaria ad un finanziamento, contrattando per ottenere la cifra desiderata, e finita nella non piacevole situazione in cui il team sia giudicato dagli analisti del fondo, che possono decidere della vita o della morte della start-up in ogni momento.
Il modello classico di seed financing prevede che poi, superata la fase di prototipazione ed ingenierizzazione, si passi a quella della produzione. Per poter vendere i suddetti beni o servizi, la start-up avrà poi bisogno di altri fondi da investire in marketing, affrontando poi il rischio di un “flop”, nel caso il prodotto non sia apprezzato dal mercato.

Le piattaforme di Crowd funding puntano ad eliminare la macchinosità di questi processi, mettendo “tutto nelle mani del mercato”. Per spiegare a cosa mi riferisco, parlerò velocemente di Kickstarter.

Kickstarter, la più famosa piattaforma di Crowd funding del mondo, fornisce un servizio che permette di presentare il proprio progetto al popolo Web, permettendo ai visitatori del sito di partecipare alla raccolta dei fondi per la sua realizzazione.
I punti chiave di Kickstarter sono:

  • Tutto o nulla: il progetto deve avere un target di fondi da raccogliere in un determinato periodo di tempo (es: 4000 dollari in un mese per lanciare un nuovo album). Se in questo periodo di tempo il progetto non raggiungerà l’obiettivo, i finanziatori saranno rimborsati.
  • Ricompense per i finanziatori: coloro che lanciano il proprio progetto su Kickstarter devono fornire un sistema incentivante ai propri finanziatori. Solitamente si tratta dei beni oggetto del finanziamento (o di loro edizioni limitate), che una volta prodotti verranno consegnati al finanziatore. La convenienza, per il finanziatore, sta solitamente nel fatto che il prezzo finale del bene sul mercato sarà superiore al valore della donazione.
  • Un’idea, se buona, può fare il giro del mondo ed avere il successo che merita: Kickstarter è nata proprio con questa mission. L’impresa trattiene il 5% del valore dei fondi raccolti.

Il modello che viene a crearsi tramite queste piattaforme è efficacissimo: non solo Kickstarter funge da collettore per ottenere dei finanziamenti, ma coloro che finanziano il progetto sono consumatori o rivenditori del prodotto.
Prendiamo l’esempio di “Pebble Watch”: l’azienda permette di ottenere un orologio “basic” con un’offerta di 99 dollari (il prezzo di mercato, una volta partito il progetto sarà di 150 dollari), e via via crescendo, fino ad arrivare ad un “megapack” di 100 Pebble Watches ottenibili alla cifra di 1000 dollari.

Crowd funding: non solo finanza, ma anche marketing

Per tutti gli startupper e i marketers, questo modello rappresenta un sogno: non solo è in grado di offrire esattamente il finanziamento di cui la start-up ha bisogno, ma, fattore ben più importante, crea già un mercato finale ai prodotti.
Le applicazioni che questo modello può avere in una strategia di marketing virale sono inoltre notevoli: nel caso di “Pebble Watch”, il buzz creato dal successo del funding tramite Kickstarter ha accelerato ed intensificato il numero e l’ammontare dei finanziamenti, determinando istantaneamente una grandissima notorietà del prodotto a livello globale, ancora prima che esso sia messo in produzione e commercializzato.
Come segno tangibile basta fare qualche ricerca, che vi dimostrerà come tutte le più importanti riviste di business, tecnologia e marketing hanno ripreso, nei giorni scorsi, la notizia dei record della start-up di Palo Alto.

Il Crowd funding, una via per il rilancio dell’economia Occidentale?

Il grande successo di Pebble Technology arriva in concomitanza con l’approvazione, da parte del Senato U.S.A. del cosiddetto JOBS act (Jumpstart Our Business Startups), una legge promulgata con il fine di regolamentare il Crowd funding ed incoraggiare il finanziamento delle start-up e delle piccole imprese. Che questi nuovi approcci all’impresa possano rappresentare una soluzione alla crisi sempre più nera che si prospetta non solo nel nostro Paese, ma in tutto il mondo occidentale?
Quando leggo storie simili penso proprio all’Italia e a quanto il nostro paese sia pieno di creativi, desiderosi soltanto di avere a disposizione gli strumenti giusti per “monetizzare” o far crescere i propri progetti.

Se desiderate maggiori informazioni sul Crowd funding vi invito a visitare due importanti piattaforme di Crowd funding italiane:

  • Siamosoci: una piattaforma di equity-based Crowd funding per la promozione di investimenti in startup innovative.
  • Open Genius: piattaforma di Crowd funding focalizzata sulla raccolta di fondi per progetti di ricerca.

Se desiderate visitare la pagina Kickstarter di Pebble Technology, il link è: http://kck.st/HT8bXb
Se desiderate maggiori informazioni riguardo al JOBS act, vi consiglio di leggere il recente articolo pubblicato su Forbes a riguardo ela pagina dedicata alla legge su Wikipedia

A presto,

Massimiliano

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Wikispeed, l’Open Source va veloce (non solo nel mondo dei software)

Quando si parla di start-up e di Open Source, si tende sempre a pensare ad aziende nate nel mondo del software o di Internet.

Il caso che vi presento oggi invece rappresente “un unicum“, che però potrebbe aprire la strada ad applicazioni dei meccanismi Open Source anche al di fuori dell’ambito dello sviluppo di software. Proprio qualche giorno fa, infatti, ho trovato un articolo che parlava di Wikispeed, una start-up che negli anni ha riscosso un ottimo successo nello sviluppo e nella produzione di automobili “fuel-efficient”.

Wikispeed nasce dall’idea di Joe Justice, un laureato in informatica che ha sempre lavorato nel mondo dei software, accorgendosi più tardi che l’idea dello sviluppo di prodotti tramite meccanismi Open Source non era poi così irrealizzabile. Anzi, l’adozione di questo approccio avrebbe forse rappresentato una soluzione al veloce sviluppo di una piccola impresa e dei suoi prodotti, snellendo e velocizzando molti dei meccanismi che tradizionalmente rallentano e causano inefficienze nei processi produttivi.

Oltre all’Openness che caratterizza l’organizzazione dell’azienda (chiunque, a vario titolo, può partecipare la progetto), è l’adozione di tecniche che rendono la progettazione e la produzione delle automobili agile, economica ed efficiente. I principi adottati, tutti tratti dal mondo dello sviluppo dei software, sono:

  • Eliminare gli sprechi, grazie all’utilizzo di approcci che traggono ispirazione dal “lean software design“.
  • Pairing e Swarming: espressioni difficilmente traducibili, indicano un’approccio al training innovativo. Pairing siginifica sostanzialmente lavoro “in coppia”, mentre lo Swarming è una tecnica che si pone l’obiettivo di sfruttare il fenomeno degli “Sciami Umani”. Questi due approcci fanno parte dell’approccio detto “Extreme Programming“.
  • Scrum development: tecnica che permette un’organizzazione del lavoro efficiente nonostante l’impiego di personale non professionista o non fisicamente presente sul luogo di lavoro.
  • Test driven development: approccio che prevede una serie di failing tests per ogni fase del processo di sviluppo.
  • Modularità: caratteristica fondamentale per ogni progetto Open. La modularità genera efficienza e riduce la complessità dei progetti. Ciò permette di facilitare l’entrata (ma anche cautelarsi da una eventuale uscita) di uno o più membri del team che collaborano al progetto.

Per capire veramente cos’è Wikispeed, consiglio di guardare questo video, in cui lo stesso Joe Justice spiega (ad un’audience più che coinvolta) la storia della start-up, la sua filosofia e il suo approccio innovativo.

Il progetto Wikispeed viene portato avanti con lavoratori sia professionisti che volontari, sponsorizzazioni, donazioni di denaro e materiale. L’obiettivo dichiarato da Wikispeed è infatti quello di rendere il mondo un posto migliore, consentendo la facile produzione di una macchina efficiente dal punto dei vista dei consumi, facile da produrre ed economica.

Come si può leggere dal sito ufficiale, il team di Wikispeed è piuttosto eterogeneo e non mancano le professionalità di altissimo livello:

The gentleman who founded the materials science lab and MIT is in the team. A lady who was a tech at Apple computer and worked on the first multimedia PC is in team. We have electrical and mechanical engineers who have done work for the U.S. Airfoce, Lockhead Martin, NASA, and others. The gentleman who oversaw and managed the largest military research facility in the wold is a member of team Wikispeed. And more than a hundred interested and energetic house wives, house husbands, kids, environmentalists, automotive enthusiasts, artists, musicians, web developers, composite technictions, accountants, lawyers, project managers, mechanics, fabricators, and more.

L’approccio innovativo di Wikispeed ha portato l’azienda e i suoi modelli di auto ad essere conosciuti in tutto il mondo, grazie anche alla partecipazione in un documentario apparso su Discovery Channel e alla presenza dell’azienda in alcuni dei più importanti saloni dell’auto. Il progetto di Wikispeed sta avanzando a piccoli passi, ma ogni passo della start-up ideata da Justice è la dimostrazione che l’Open Source non è un modello applicabile esclusivamente allo sviluppo di software, ma si può adattare tranquillamente alla ricerca e alla produzione di beni tangibili.

Il punto su cui il team di Wikispeed ha ancora molto da lavorare è forse il sistema incentivante. Wikispeed fonda il proprio sistema di incentivi alla partecipazione facendo leva quasi esclusivamente su benefici psicologici, quali: senso di partecipazione, fama e reputazione, filantropia.

Our Mission Statement is “Rapidly Solving Problems For Social Good.” We built ultra-efficient cars, and are looking for Product Owners and team members to help us continue to make a difference in the world around us in more areas. We have done work on Agile method to expedite the deployment of Polio Vaccinations to the areas that need them most, Bipedal walking robotics systems, low cost medical centers for developing communities, and others.

Sebbene credo che un sistema incentivante di questo genere possa essere molto efficace, se in futuro Wikispeed vorrà crescere dovrà creare un modello di business più sostenibile. Abbiamo già visto, in passato, modelli di business di grandissimo successo creati sulla base di prodotti Open Source: Linux, vTiger, OpenBravo ecc.. che hanno saputo creare un framework fatto da piccole imprese disseminate ovunque nel mondo, le quali operano in un ambiente a metà tra competizione e collaborazione.

Vista anche la nobiltà della mission di Wikispeed, sento il dovere di dare a questo appassionato team di visionari il mio più sincero “in bocca al lupo”!

A presto,

Massimiliano

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Ecco le prime “città Open Source”

Come vi raccontavo nei miei precedenti post, i meccanismi Open Source non sono da considerarsi un’esclusiva del mondo dell’informatica. In un mondo che si sta sempre più convertendo alla “filosofia Open”, dalla televisione all’istruzione, dall’economia alla politica, alcune città iniziano a reclamare il primato di “prima città Open Source”, con l’ambizione di essere considerate il nuovo punto di riferimento delle “iniziative Open” a livello globale.

Per ora, le prime pretendenti alla palma di “prima città Open Source” sono Releigh, in North Carolina, Portland, in Oregon e Montreal in Quebec.

Portland

Secondo i sostenitori di Portland, la città pare essere il candidato ideale a diventare il punto di riferimento per il mondo Open, dal momento che nell’ultimo anno ha ospitato importanti conferenze ed incontri, come la Open Source Convention e la Open Source Bridge. Portland è stata inoltre una delle prime città al mondo a sviluppare un progetto di “Open Data”, ospita personaggi come Linus Torvalds e Steve Holden e si è dimostrata terreno fertile per la nascita di nuove start-up operanti nel settore delle tecnologie Open Source.

Montreal

Il presunto primato di Portland è però minacciato da Montreal, che vanta di essere la città con la maggior concentrazione di start-up del settore dei software Open Source. Nella città infatti sono state fondate negli ultimi anni cinque start-up che hanno riscosso ottimi successi:

  • StatusNet: una piattaforma Open Source di microblogging, che vuole rappresentare un’alternativa a Twitter;
  • Vanilla Forums: un software per creare e gestire forum su siti Web, utilizzato su centinaia di migliaia di siti nel mondo;
  • Pressbooks: una “social publishing platform”, utilizzabile per la pubblicazione di libri;
  • Stella: azienda che ha sviluppato un software per il monitoraggio delle prestazioni dei siti Web;
  • Subgraph: azienda che ha sviluppato un software per testare la sicurezza delle reti.

Nella città di Montreal hanno inoltre sede due importanti fondi di investimento, iNovia Capital e Real Ventures. Canonical, l’azienda leader nei servizi di consulenza relativi ad Ubuntu, sembra aver preso Montreal come punto di riferimento per il reclutamento di giovani talenti.

Releigh

In una recente intervista, l’ex sindaco di Montreal, Charles Meeker, ha affermato che il riconoscimento di “prima città Open Source” non passa solamente dall’attrazione di start-up e fondi di investimento, ma soprattutto da un cambiamento politico-culturale. Secondo Meeker, le qualità che possono trasformare una normale città in una città Open Source, sono:

  • La volontà di condividere informazioni;
  • La volontà di ricevere informazioni;
  • L’orientamento alla creatività e all’innovazione.

La città di Releigh ha inoltre intenzione di iniziare un progetto di sviluppo per un framework che possa attrarre start-up e talenti che vogliano operare nel settore Open Source, con la collaborazione della camera di commercio e di altre istituzioni locali. La volontà della città è inoltre quella di iniziare ad ospitare conventions e conferenze sul mondo Open Source, in modo da catalizzare l’attenzione di potenziali investitori e imprenditori nel progetto di Meeker.

Uno, nessuno, centomila.

Vi lascio con una provocazione. Secondo alcuni è inutile cercare di creare un “hub”, ovvero un punto di riferimento, perché le comunità Open hanno per loro natura una struttura decentrata e preferiscono concentrare i propri contributi in comunità virtuali. A questo proposito vi riporto un post che ho trovato sul sito Siliconflorist.com:

Money is important for OS development. Corporate contribution to OS is invaluable. Location *is* irrelevant for much OS contribution, but there could be more community-based OS contribution efforts that centered around meet-ups and on-site activities (because it’s fun).

Se desideraste ottenere maggiori informazioni, vi incollo il link dei tre articoli da cui ho tratto le informazioni per il mio post:

http://siliconflorist.com/2011/02/23/portland-oregon-de-facto-hub-open-source-montreal-quebec-raleigh-north-carolina/comment-page-1/

http://nextmontreal.com/can-montreal-become-an-open-source-startup-hub/

http://opensource.com/government/11/2/raleigh-nc-worlds-first-open-source-city%20

A presto,

Massimiliano

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Talent Garden: è l’inizio di una “Brescia Valley”?

Nella mia città natale, Brescia, è stato da poco inaugurato Talent Garden, un nuovo spazio dedicato al “co-working“, creato su misura per rappresentare l’ambiente ideale per le future star-up bresciane. Il progetto, creato da Gianfausto Ferrari, Enrico Ballerini e Davide Dattoli, promette bene: l’obiettivo di Talent Garden (TAG) è infatti quello di creare un ambiente fertile per lo sviluppo di imprese legate al Web e alle nuove tecnologie. Lo spazio sarà messo a disposizione di 56 talenti, che avranno l’opportunità di sviluppare i propri progetti in sinergia, condividendo le proprie conoscenze e capacità, in un clima che fonderà collaborazione e competizione.

Il “giardino” di 700 metri quadri, aperto 24 ore al giorno e sette giorni su sette, è stato progettato in modo da incoraggiare al massimo la collaborazione tra i talenti. Nella sede di “Talent Garden” l’ambiente è informale, ed oltre alle aree dedicate al lavoro non mancano zone relax, postazioni con Xbox e calcio balilla. Tutto pare essere progettato con attenzione, con l’obiettivo di favorire la creazione di un network di relazioni tra i neo-imprenditori.

Il progetto intrapreso dal team di “Talent Garden” non è semplice. La mia speranza è che la “febbre da start-up” che sta contagiando la provincia di Brescia in questi mesi non sia solo un fenomeno passeggero, anzi, credo che per le istituzioni sia un’opportunità irripetibile di sviluppare un modello che in altri Paesi ha già dimostrato la sua efficacia (pensiamo allo stato di Israele, definito da molti ormai una “start-up nation”).

Solo il tempo ci dirà se l’iniziativa di Dattoli, Ballerini e Ferrari sarà in grado di costruire un ambiente fertile in cui potrà prosperare una “Brescia Valley”. I presupposti sembrano esserci tutti: creatività, spirito imprenditoriale e orientamento all’innovazione sono alcuni dei marchi di fabbrica di Brescia e provincia.

A presto,

Massimiliano

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Con “Thounds” la co-creation entra nel mondo della musica

Si tratta di un progetto tutto italiano, nato dall’idea di tre giovani startupper: Francesco Fraioli, Davide Bartolucci e Gian Maria Girardi. Il progetto è nato dalla voglia di dare la possibilità a tutti gli appassionati di musica, professionisti o aspiranti tali, di registrare e condividere facilmente le proprie idee musicali.

Registrarsi al social network è semplicissimo (si può anche accedere tramite facebook connect), e si è subito pronti a registrare tracce audio in maniera molto intuitiva, perché per partecipare non è necessario possedere una strumentazione professionale. Si possono infatti registrare le proprie ispirazioni musicali anche semplicemente grazie al microfono integrato nel proprio notebook.

L’obiettivo di “Thounds” è quello di fornire una piattaforma di registrazione, condivisione e collaborazione a coloro che vogliono registrare le loro tracce musicali sul social network. La caratteristica che fa di “Thunds” un progetto stupefacente è la possibilità, data a tutti coloro che vogliono partecipare ad un progetto musicale, di aggiungere il proprio contributo alle tracce audio degli altri utenti. “Thunds”, inoltre, si integra perfettamente con Facebook, Myspace e dispositivi portatili, caratteristica che contribuisce ad aumentare “la viralità” del progetto.

Come potrete constatare anche dal video di presentazione, il motore del progetto sono proprio i gli utenti, chiamati a collaborare tra loro, “traendo ispirazione dalle ispirazioni altrui”. Non vi sono quindi limiti ad un progetto musicale, registrato magari solo per scherzo, per caso o per noia, perché tutti gli iscritti possono migliorarlo o modificarlo.

Se volete farvi un’idea migliore di questo nuovo, fantastico “music collaboration social network” vi consiglio di guardare il video di presentazione ufficiale e di visitare il sito Web ufficiale. Devo dire che, pur non essendo direttamente interessato al social network, ho trovato l’idea semplicemente geniale.

Spero che abbiate condiviso il mio entusiasmo per questo progetto, che – a mio avviso – è l’ennesima prova della creatività “Made in Italy”.

A presto,

Massimiliano

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