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Il caso Pebble Watch: come il crowd funding può portare al successo anche la tua start-up

Il Crowdsourcing è quell’approccio che prevede di utilizzare come risorse – per la risoluzione di un determinato problema – un grande gruppo di persone o una comunità, grazie ad una “Open Call”, che prevalentemente avviene tramite Internet. Il Crowdsourcing è stato “storicamente” utilizzato anche come una “leva di marketing aggiuntiva” (aggiungendo alle classiche 4P del prof. Kotler anche la P di partecipazione) nelle strategie di marketing aziendali più raffinate.

Da un pò di tempo a questa parte però, si parla sempre più di una delle ultime declinazioni del Crowdsourcing, ovvero il Crowd funding, specialmente in relazione al “caso Pebble Technology”, la start-up di Palo Alto che ha da poco “disintegrato” tutti i record riguardanti i fondi raccolti grazie a questo tipo di approccio.

Il Crowd funding, detto anche Crowd financing o Crowd sourced capital, è quell’approccio che permette ad un soggetto, un’impresa o un’organizzazione di finanziare il proprio progetto grazie ad un grande numero di piccole donazioni, solitamente ottenute grazie ad Internet.

Pebble Watch: la start-up dei record

Come detto prima, in tema di Crowd funding la star del momento è Pebble Technology, la start-up californiana che ha saputo raccogliere (nel momento in cui sto scrivendo) circa 6 milioni di dollari per trasformare in realtà il progetto “Pebble Watch”, uno smart-clock che può connettersi via Wi-fi ad uno smartphone (grande notizia, non importa se basato su iOS o Android), visualizzandone e-mail, tweet, aggiornamenti di stato su Facebook, ma anche eventi sul calendario e previsioni del tempo.
Gli inventori di “Pebble Watch” volevano creare un orologio che visualizzasse tutte le informazioni chiave del proprio smartphone senza estrarlo dalla tasca dei pantaloni. All’ottenimento dei primi prototipi funzionanti era chiaro che il prodotto avesse un grandissimo potenziale, ma, come sempre in questi casi, servivano dei fondi per far partire il progetto.

A mio avviso, credo che nessun venture capitalist avrebbe avuto problemi a finanziare un progetto così ambizioso ed intrigante, ma piuttosto credo che la scelta di ricorrere al Crowd funding (grazie alla piattaforma fornita da Kickstarter) sia stata una scelta consapevole, non un ripiego.

Sempre secondo la mia opinione, il Crowd funding rappresenta un metodo di finanziamento potenzialmente più potente rispetto ai classici metodi di seed financing.

Crowd funding: un modello win-win

Proviamo a pensarci: a parità di prodotto, un progetto finanziato grazie ad un business angel o ad un fondo di venture capital deve intraprendere una via faticosa, iniziata “sgomitando” per ottenere l’attenzione necessaria ad un finanziamento, contrattando per ottenere la cifra desiderata, e finita nella non piacevole situazione in cui il team sia giudicato dagli analisti del fondo, che possono decidere della vita o della morte della start-up in ogni momento.
Il modello classico di seed financing prevede che poi, superata la fase di prototipazione ed ingenierizzazione, si passi a quella della produzione. Per poter vendere i suddetti beni o servizi, la start-up avrà poi bisogno di altri fondi da investire in marketing, affrontando poi il rischio di un “flop”, nel caso il prodotto non sia apprezzato dal mercato.

Le piattaforme di Crowd funding puntano ad eliminare la macchinosità di questi processi, mettendo “tutto nelle mani del mercato”. Per spiegare a cosa mi riferisco, parlerò velocemente di Kickstarter.

Kickstarter, la più famosa piattaforma di Crowd funding del mondo, fornisce un servizio che permette di presentare il proprio progetto al popolo Web, permettendo ai visitatori del sito di partecipare alla raccolta dei fondi per la sua realizzazione.
I punti chiave di Kickstarter sono:

  • Tutto o nulla: il progetto deve avere un target di fondi da raccogliere in un determinato periodo di tempo (es: 4000 dollari in un mese per lanciare un nuovo album). Se in questo periodo di tempo il progetto non raggiungerà l’obiettivo, i finanziatori saranno rimborsati.
  • Ricompense per i finanziatori: coloro che lanciano il proprio progetto su Kickstarter devono fornire un sistema incentivante ai propri finanziatori. Solitamente si tratta dei beni oggetto del finanziamento (o di loro edizioni limitate), che una volta prodotti verranno consegnati al finanziatore. La convenienza, per il finanziatore, sta solitamente nel fatto che il prezzo finale del bene sul mercato sarà superiore al valore della donazione.
  • Un’idea, se buona, può fare il giro del mondo ed avere il successo che merita: Kickstarter è nata proprio con questa mission. L’impresa trattiene il 5% del valore dei fondi raccolti.

Il modello che viene a crearsi tramite queste piattaforme è efficacissimo: non solo Kickstarter funge da collettore per ottenere dei finanziamenti, ma coloro che finanziano il progetto sono consumatori o rivenditori del prodotto.
Prendiamo l’esempio di “Pebble Watch”: l’azienda permette di ottenere un orologio “basic” con un’offerta di 99 dollari (il prezzo di mercato, una volta partito il progetto sarà di 150 dollari), e via via crescendo, fino ad arrivare ad un “megapack” di 100 Pebble Watches ottenibili alla cifra di 1000 dollari.

Crowd funding: non solo finanza, ma anche marketing

Per tutti gli startupper e i marketers, questo modello rappresenta un sogno: non solo è in grado di offrire esattamente il finanziamento di cui la start-up ha bisogno, ma, fattore ben più importante, crea già un mercato finale ai prodotti.
Le applicazioni che questo modello può avere in una strategia di marketing virale sono inoltre notevoli: nel caso di “Pebble Watch”, il buzz creato dal successo del funding tramite Kickstarter ha accelerato ed intensificato il numero e l’ammontare dei finanziamenti, determinando istantaneamente una grandissima notorietà del prodotto a livello globale, ancora prima che esso sia messo in produzione e commercializzato.
Come segno tangibile basta fare qualche ricerca, che vi dimostrerà come tutte le più importanti riviste di business, tecnologia e marketing hanno ripreso, nei giorni scorsi, la notizia dei record della start-up di Palo Alto.

Il Crowd funding, una via per il rilancio dell’economia Occidentale?

Il grande successo di Pebble Technology arriva in concomitanza con l’approvazione, da parte del Senato U.S.A. del cosiddetto JOBS act (Jumpstart Our Business Startups), una legge promulgata con il fine di regolamentare il Crowd funding ed incoraggiare il finanziamento delle start-up e delle piccole imprese. Che questi nuovi approcci all’impresa possano rappresentare una soluzione alla crisi sempre più nera che si prospetta non solo nel nostro Paese, ma in tutto il mondo occidentale?
Quando leggo storie simili penso proprio all’Italia e a quanto il nostro paese sia pieno di creativi, desiderosi soltanto di avere a disposizione gli strumenti giusti per “monetizzare” o far crescere i propri progetti.

Se desiderate maggiori informazioni sul Crowd funding vi invito a visitare due importanti piattaforme di Crowd funding italiane:

  • Siamosoci: una piattaforma di equity-based Crowd funding per la promozione di investimenti in startup innovative.
  • Open Genius: piattaforma di Crowd funding focalizzata sulla raccolta di fondi per progetti di ricerca.

Se desiderate visitare la pagina Kickstarter di Pebble Technology, il link è: http://kck.st/HT8bXb
Se desiderate maggiori informazioni riguardo al JOBS act, vi consiglio di leggere il recente articolo pubblicato su Forbes a riguardo ela pagina dedicata alla legge su Wikipedia

A presto,

Massimiliano

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Living Docs: Mozilla inventa i documentari Open Source

Mozilla è nota da sempre per il famosissimo browser Open Source “Firefox”. Da alcuni mesi però la fondazione è impegnata nel lancio di un nuovo interessante progetto, chiamato “Living Docs“.

Living Docs è un progetto rivolto a tutti gli appassionati di documentaristica per il Web, tramite il quale è possibile creare dei veri e propri documentari Open Source. Il tutto avviene grazie alla nuova app (made in Mozilla) denominata “Popcorn”, un applicativo Open Source disegnato appositamente per fornire una piattaforma flessibile a tutti coloro che vorranno lavorare ai “Documentari Viventi”.

Per farla breve, Software Open Source per contenuti Open Source. Abbiamo già visto (nel post dedicato al perché del successo di Firefox) quanto la “Open Source Way”, unita ad una strategia di Marketing Virale e Tribale ottimamente pianificata ed implementata, abbiano determinato il grande successo del browser Firefox.

Living Docs seguirà probabilmente una strategia simile, nonostante sia (almeno per ora) rivolto ad una nicchia ben precisa: videomakers indipendenti, prevalentemente dotati di un background ispirato alla “cultura hacker”. Per promuovere e formare all’utilizzo di Popcorn e Living Docs, Mozilla sta programmando una serie di “Hack Days”, durante i quali i partecipanti potranno condividere idee, progetti, codice e partecipare a dei seminari dedicati a come utilizzare al meglio i tool messi a disposizione da Mozilla.

Tra i partner e i finanziatori del progetto si trovano alcuni nomi di spicco nel settore della cinematografia indipendente, ma non solo: The Tribeca Film Institute, The Center for Social Media at American University, ITVS (Independent Television Service) e BAVC (The Bay Area Video Coalition).

Living Docs pare avere tutte le carte in regola per essere un progetto vincente, soprattutto perché Mozilla ha sempre tenuto fede alla propria filosofia e cultura aziendale, fattore che oggigiorno è di importanza cruciale. Ora più che mai, come già ampiamente dimostrato, per determinare il successo di un prodotto non è più sufficiente un posizionamento adeguato, ma è sempre più necessario che esso sia dotato di un “sense providing”, ovvero che il prodotto, l’azienda o il brand sappiano ritagliarsi un “senso all’interno della società”. Il vantaggio di sfruttare piattaforme completamente Open, inoltre, rende più facile per Mozilla attivare “conversazioni” con gli utilizzatori finali, altra condizione che ha assunto una importanza crescente negli ultimi anni.

L’obiettivo di Living Docs è presto individuabile nella sezione in cui Mozilla spiega le finalità del progetto. In poche parole, Mozilla desidera porre l’accento sulla possibilità data agli “web users” di trasformarsi in “web makers”:

Mozilla believes that users of the web should also be makers of the web. We support documentarians and other storytellers through the Mozilla Popcorn project, creating a set of technologies for linking media to the web. We also run events, host gatherings, and create curricula that teaches “web making” skills and literacies.

The web offers a shared commons of images and sounds, conversations, and data about our politics, our histories, ourselves. It transforms audiences into active participants. It opens the door for documentaries to become living, changing, and constantly evolving works.

Se desiderate avere maggiori informazioni a riguardo vi consiglio di visitare il sito ufficiale di Living Docs, dove, grazie anche al blog ufficiale, potete seguirne gli ultimi sviluppi.

A presto,

Massimiliano

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Tribal, Viral, Guerrilla, Crowdsourcing e Open Source: il caso Mozilla Firefox.

L’esempio di come le tecniche di Tribal, Viral e Guerrilla marketing possano essere messe in atto in maniera incredibilmente efficace, congiuntamente con Crowsourcing e Open Innovation, viene – guardacaso – proprio da un software Open Source: il famoso browser Web Mozilla Firefox.

Firefox è un browser Web Open Source prodotto da Mozilla Foundation, disponibile per Windows, Linux, Mac OS, Solaris. Il software è stato realizzato da programmatori volontari in tutto il mondo, ed è oggi il secondo browser per utilizzo, dopo Internet Explorer.

Il progetto è da sempre portato avanti con risorse limitate, soprattutto se confrontate con quelle a disposizione di colossi come Microsoft, Apple e Google. Gli obiettivi che si poneva Mozilla per la creazione del suo browser erano di sviluppare un software semplice, sicuro, stabile, personalizzabile, compatto (la versione per Windows occupa solo 7-8 mb), veloce, con una piattaforma di sviluppo flessibile per creare interfacce utenti in maniera molto rapida.

Per raggiungere questi obiettivi, il codice sorgente di Firefox non era solo Open Source, ma la stessa struttura architetturale del prodotto poteva essere facilmente configurata e parametrizzata secondo le proprie esigenze. In pratica, mediante gli strumenti messi a disposizione, era possibile creare estensioni facilmente integrabili nel prodotto.

La storia del browser inizia durante il lancio della versione 1.0 di Firefox, quando Mozilla lancia una pagina Web denominata “spreadfirefox.com” (diffondi Firefox), creata con lo scopo di sensibilizzare i navigatori del Web ad utilizzare il nuovo browser in alternativa a Internet Expolorer. Nel dicembre 2004 viene lanciato il sito “Firefox Flicks”, tramite il quale gli utenti di Firefox potevano inviare il proprio video pubblicitario. Il progetto, durato cinque mesi, ottiene un grande successo, raccogliendo grazie ad un concorso centinaia di migliaia di video. Mozilla lancia successivamente sul Web alcuni brevi video virali che mostrano (in maniera esilarante) l’esperienza di utilizzo del browser. Anche questa iniziativa ottiene un enorme successo, con più di 500.000 download in meno di una settimana, a dimostrazione dell’efficacia delle tecniche virali a basso costo rispetto agli enormi budget a disposizione della concorrenza.

Un altro evento organizzato da Mozilla è la raccolta fondi finalizzata ad acquistare uno spazio pubblicitario su una pagina del New York Times, il giorno del lancio della versione 1.0 di Firefox. Alla raccolta fondi partecipano migliaia di persone, che donano in tutto più di 250.000 dollari; la stessa operazione ha un grande successo anche in Germania, ove Mozilla raccoglie più di 40.000 euro in meno di una settimana, con l’obiettivo di pubblicizzare il proprio browser sul Frankfurter Allgemeine.

Per il lancio di Firefox 2.0, Mozilla decide di avvalersi ancora una volta della creatività dei propri utenti/sviluppatori per dar vita ad un enorme crop circle raffigurante il logo di Firefox. Tale iniziativa, eseguita da dodici studenti, aveva l’obiettivo dimostrare il loro amore sconfinato per Firefox, in modo che fosse visibile anche dallo spazio. Naturalmente, la realizzazione del crop circle,  viene filmata e fotografata da un elicottero e caricata in rete, in modo da accrescere la “viralità” dell’iniziativa.

Oggi Firefox, che partiva da una quota di mercato dello 0% nel 2005, contro colossi del calibro di Internet Explorer, ha una quota di mercato (su computer desktop) del 20,9 % (Marzo 2012), è il secondo browser più utilizzato al mondo, ed è arrivato alla sua versione 11.0. Il suo maggior rivale è ancora Internet Explorer, anche se ultimamente si sono affacciati anche altri browser, come Google Chrome, Opera e Safari.

Spread Firefox coordina tuttora una serie di sforzi volontari per promuovere Firefox e focalizzare le energie della community su alcuni specifici obiettivi. I membri della comunità di Firefox, negli anni scorsi, sono inoltre intervenuti nella diffusione del browser, inserendo link e button dai propri siti e blog verso Mozilla.

“È stata l’azione del marketing virale a permettere a Mozilla Firefox di diffondersi capillarmente” (http://gruppowhynot.wordpress.com/2006/11/27/il-caso-firefox/).

A mio avviso però, la forza della strategia di Mozilla non sono state esclusivamente le campagne di comunicazione e promozione virali, ma lo stesso DNA virale del prodotto, derivante dalla sua natura Open Source, che ha trasformato la sua comunità di sviluppatori e sostenitori (migliaia in tutto il mondo) in veri e propri “evangelizzatori”.

Se desiderate maggiori informazioni riguardo al “Caso Mozilla Firefox”, vi consiglio di leggere il “Case Study” che potete trovare all’indirizzo http://ifipwg213.org/system/files/sandeep2.pdf .

A presto,

Massimiliano

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I cinque segreti (più uno) per utilizzare il crowdsorcing in una strategia di marketing

Come sappiamo, Crowdsourcing e Open Innovation stanno cambiando società, imprese e marketing.

Da laureato e appassionato di marketing, mi sono sempre chiesto se esistono delle linee guida, dei punti fondamentali che ogni marketing manager dovrebbe seguire quando vuole integrare Crowdsourcing e Open Innovation nella sua strategia.

Credo che, a tal proposito, il post recentemente apparso su “Mashable Business” (che potete leggere cliccando qui) sia molto interessante, perché presenta sinteticamente dei punti che è bene rispettare quando si vuole intraprendere una strategia di marketing che faccia uso di questi nuovi strumenti.

1. Presentare un brief chiaro e conciso al proprio target

I consumatori moderni (detti anche, come abbiamo visto, consumatori 2.0), sono iperstimolati e vivono una vita tendenzialmente frenetica, fattore che ne riduce la soglia d’attenzione. Per questo motivo, il brief presentato ai consumatori deve essere chiaro e conciso, evitando di dilungarsi eccessivamente, fatto che spesso può causare una cattiva comprensione da parte del pubblico.

2. Offrire dei buoni incentivi

I consumatori, spesso, chiedono un payoff per il proprio contributo all’azienda o al marchio che amano tanto da collaborare attivamente con esso. L’ultima cosa che chiedono è di essere sfruttati, per cui è giusto fornire dei buoni incentivi a chi sacrifica il proprio tempo perché crede in un prodotto, un’azienda, un marchio, un progetto o un’idea.

3. Non sovraccaricare di lavoro i consumatori

Come già detto, l’ultima cosa che vogliono i consumatori è lavorare troppo per una strategia di marketing che dovrebbe essere portata avanti dall’azienda, e non da loro stessi. La frase di Matt MacDonald (executive creative director di JWT New York) in merito è più che esplicita:

The last thing they want to do is to work out your marketing campaign for you.

4. Prepararsi a ricevere molti contributi (a volte troppi)

Se si desidera iniziare una strategia di marketing basata anche sul crowdsourcing e sulla Open Innovation, bisogna poi avere una struttura in grado di poter visionare e selezionare in maniera efficace ed efficiente le idee e i contributi raccolti dai consumatori. Se un tempo questo lavoro richiedeva tempo e personale dedicato, ora stanno iniziando a sorgere i primi softwares dedicati a questo compito (Crowdspring e PopTent), che hanno proprio il compito di facilitare questo lungo lavoro.

5. Crowdsourcing non significa “non professionale”

I contributi dei consumatori non sempre hanno la stessa qualità di quelli che potrebbe fornire un professionista. Nonostante tutto, esistono consumatori con skills molto avanzate, in grado di fornire contributi di altissimo livello.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che nonostante non si ricorra a “professionisti del settore”, spesso i consumatori dimostrano di apprezzare maggiormente un lavoro portato a termine da “un loro simile” piuttosto che da un professionista.

Ho voluto poi aggiungere un consiglio che mi sento di dare a tutti. Non era presente nel post citato sopra, ma ritengo che sia sempre bene tenerlo in considerazione:

6. Non farsi trascinare dalle “mode”

Così come guerrilla marketing e viral marketing hanno vissuto il loro periodo di massimo splendore pochi anni fa, ora è il momento del crowdsourcing.

Il mio consiglio è, come per ogni cosa, di non farsi “trascinare dalle mode”. Le aziende, per ottenere buoni risultati, non sono obbligate ad intraprendere strategie di marketing che prevedano necessariamente l’utilizzo di Crowdsourcing e Open Innovation.

Ricordiamoci sempre che queste tecniche sono un (potente) strumento, ma non sono l’unico che abbiamo a disposizione per essere innovativi. L’utilizzo di simili tecniche, se mal pianificato, può portare a dei veri e propri disastri, con il risultato di aver sostenuto costi e investimenti ingenti, ritrovandosi in una posizione peggiore di quella in cui ci si trovava prima. Bisogna sempre tenere presente, inoltre, che fornire potere ai consumatori significa anche essere più vulnerabili.

Come esempio da NON seguire, ripropongo la pluricitata (e disastrosa) strategia di marketing, basata su viral e crowdsourcing, intrapresa alcuni anni fa da un noto produttore di SUV americano:

Spero che questo post sia d’aiuto a molti che, come me, cercavano dei punti di riferimento utili per la pianificazione e l’implementazione di una strategia di marketing che sfrutti come risorse il Crowdsourcing o la Open Innovation.

A presto,

Massimiliano

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Mulino Bianco lancia la prima comunità di creazione virtuale in Italia

Come ho avuto modo di spiegare nella sezione teorica dedicata alla co-creation del blog, esistono vari modelli di gestione dell’innovazione. Il caso che vi propongo oggi, ovvero quello del portale “nelmulinochevorrei“, è un’applicazione da manuale delle teorie di Prahalad e Ramaswamy, secondo cui:

Il modello della co-creazione del valore si basa sull’idea che l’azienda debba lavorare con i clienti e non per i clienti, co-creando valore con loro, utilizzando le loro competenze e intuizioni.

Tornando a “nelmulinochevorrei”, si tratta di una potentissima comunità di creazione virtuale, realizzata magistralmente da Ninjalab per Mulino Bianco, attraverso la quale le persone sono in grado di partecipare al processo di creazione e sviluppo non solo dei prodotti, ma anche del packaging, delle iniziative promozionali e delle politiche riguardanti l’impegno sociale e l’ambiente.

Le fasi individuate da Ninjalab per la creazione e lo sviluppo del progetto “nelmulinochevorrei” erano sostanzialmente quattro (potete leggere la case history completa qui):

• Recruiting: gli utenti contattati sono stati stimolati a postare le proprie idee in maniera strutturata e votare e far votare le idee proposte da altri utenti.

• Seeding del progetto: la comunicazione dell’iniziativa ha coinvolto blog/siti/forum appartenenti a 4 macro categorie: alimentazione, design, marketing e comunicazione, lifestyle.

• Social Network Activation: oltre all’attività su siti/blog/forum selezionati, sono stati attivati e gestiti alcuni dei principali Social Network: Facebook, FriendFeed, Twitter.

• Tutoring: supporto agli utenti sulla modalità di pubblicazione e votazione delle idee postate sulla piattaforma MCV.

Coloro che si iscrivono alla piattaforma (anche semplicemente con il proprio account Facebook), possono inserire le proprie idee sul sito Web, che saranno votate dagli altri partecipanti, ed eventualmente realizzate da Mulino Bianco. Navigando nel portale inoltre, è possibile notare con quale maestria e perizia viene stimolata la partecipazione degli iscritti, con argomenti e richieste sempre nuove. Ciò fa in modo che il portale sia sempre molto popolato di utenti e abbia sempre un’aria viva e vitale, che è condizione necessaria per favorire ed invogliare la partecipazione delle persone.

L’iniziativa di Mulino Bianco è un grandissimo successo: fino ad ora infatti sono state raccolte 2900 idee per nuovi prodotti, 1183 idee per l’attività promozionale, 522 idee per il packaging, 346 per le politiche sociali ed ambientali.

E’ proprio grazie ad iniziative simili che Imprese “illuminate” trovano modo di rinnovarsi continuamente e ampliare il valore della propria offerta per i clienti. Mi preme sempre ricordare che iniziative simili sono anche un fluidificante per tutti i processi di marketing aziendali, perché sono una fonte inesauribile di informazioni sui propri clienti, e come ogni buon responsabile marketing sa, sono proprio questo genere di informazioni che permettono l’elaborazione e l’efficace implementazione delle strategie di marketing.

A presto,

Massimiliano

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La televisione del futuro: tra social, co-creation e crowdsourcing

Se tutto, intorno a noi, sta diventando sempre più social, anche la buona vecchia televisione non può esimersi dall’attraversare questo processo di “socializzazione”. Fino a pochi anni fa la televisione era il mezzo “non interattivo” per eccellenza, ma i rapidi cambiamenti nelle tecnologie e nelle abitudini dei telespettatori (anche loro consumatori 2.0) stanno favorendo format televisivi sempre più partecipativi e ricchi di user generated contents (UGC).

Il fenomeno della co-creation quindi non risparmia nemmeno la TV; basta un’occhiata distratta al teleschermo per capire che il cambiamento è in atto. In una recente intervista ad “affaritaliani.it”, Bruno Pellegrini, esperto di digital media e CEO di TheBlogTv, afferma che nel futuro, sempre più programmi chiederanno il coinvolgimento di fan e telespettatori, tramite modalità più o meno creative.

Secondo Pellegrini, per uscire dalla monotonia e rinnovarsi, la televisione sarà sempre più ricca di UGC, di programmi basati su co-creation e crowdsourcing. L’esempio migliore è proprio Top5, programma televisivo in onda su Rai5, in cui i partecipanti, videomaker in erba – e non solo – stilano la propria personalissima Top5 in merito ai temi più disparati. Il programma trae spunto dal romanzo “High Fidelity” di Nick Hornbyin cui, tramite una classifica, ogni personaggio esternava la sua visione della realtà.

Il sistema di funzionamento di Top5 è semplice, spiega Pellegrini: “una volta chiuso il contratto con il network viene aperta una call for video su Userfarm definendo cosa stiamo cercando e quanto viene retribuito. I videomaker caricano i loro video e il nostro staff autoriale seleziona ciò che ci è utile alla realizzazione dei programmi o, se necessario, chiede delle modifiche. In quel momento il videomaker riceve il compenso sul suo portafoglio elettronico. Quindi elaboriamo i video costruendo il programma per la tv e consegniamo la puntata al network”.

Se volete darvi un’idea di come funziona Top5, vi consiglio questo divertentissimo video della Iena Pif:

La partecipazione ai contenuti dei programmi non è però l’unica modalità per rendere la televisione “interattiva” e partecipativa. Grazie ai social network e ad un’attenta attività di marketing, rivolta al coinvolgimento dei telespettatori, anche i programmi meno interattivi o le serie televisive hanno l’opportunità di stringere un forte legame con le persone. Gli autori di una serie TV quindi, possono già, attraverso una attenta attività di “listening in” sul Web e i social network, trarre degli spunti importanti per i futuri sviluppi delle future stagioni.

Ma c’è molto di più: i social network (che stanno gradualmente sostituendo i siti aziendali) sono diventati così potenti da poter diventare essi stessi il soggetto principale di una trasmissione televisiva. In programmi come Xtra Factor, Terzo Tempo (in diretta con noi) di Sky Sport, per esempio, i “Tweet” dei telespettatori, i collegamenti tramite Skype ecc.. rappresentano il perno centrale della trasmissione, che si sviluppa intorno a questi commenti e contributi.

A onor del vero, credo che questo processo di “socializzazione” e co-creazione dei programmi TV sia iniziato molto prima dell’esistenza dei social network. Penso ai vecchi programmi sportivi di “serie b” sulle reti private, dove ben prima di Twitter e Facebook venivano dedicati degli spazi a contributi telefonici dei telespettatori (che spesso si rivelavano divertentissimi), o alle trasmissioni radiofoniche in cui si chiede ai radioascoltatori di “dire la loro” riguardo a un determinato argomento (si pensi al programma televisivo e radiofonico “Stalk Radio”).

Se la partecipazione ai programmi televisivi e radiofonici non è una cosa nuova, sono altresì convinto che il contributo dei social network e il diffondersi della cultura in merito agli UGC e alla co-creation stia determinante nel dare nuovi importanti stimoli agli autori delle trasmissioni, e stia creando, per i telespettatori, un modello che migliori la loro esperienza emotiva e che ampli il valore dei programmi.

Per saperne di più, consiglio la lettura dell’intervista completa a Bruno Pellegrini e un interessantissimo articolo pubblicato recentemente su ninjamarketing.it, che parla proprio di TV 2.0 e Social TV.

A presto,

Massimiliano

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Ubuntu: operation nightlight

Come spiegavo velocemente nel primo post, i progetti Open Source (così come quelli basati su collaborative innovation e co-creation in genere) si sposano spesso con un approccio non convenzionale al marketing e alla comunicazione.

Guardate cosa ha combinato il team di Ubuntu (un sistema operativo Open Source) durante la presentazione ufficiale del nuovo Nokia Lumia, lo smartphone Nokia che utilizza Windows Phone 7. Si tratta del classico caso di “ambush marketing” , ovvero il caso in cui un’azienda tende una vera e propria “imboscata” (a livello di comunicazione) ad un’impresa rivale.

Per alcuni, in rete, il video fa “tanto rumore per nulla”, ma a mio avviso la trovata del marketing team di Ubuntu è stata molto elegante ed efficace…a voi il giudizio!

A presto,

Massimiliano

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