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SHARE CARE: crowdsourcing per promuovere la donazione del sangue

Sono recentemente venuto al corrente di una nobile iniziativa organizzata da “Pubblicità Progresso” e “Centro Nazionale Sangue” per promuovere la donazione del sangue. I due enti, in occasione della Giornata Mondiale del Donatore di Sangue, hanno istituito un concorso dedicato a tutti i creativi che vogliano trasmettere – con i mezzi che più preferiscono – l’importanza della donazione del sangue.

Il concorso è parte di una interessante strategia di marketing non convenzionale volta a colpire la fascia dei giovani dai 18 ai 25 anni, cercando di sensibilizzarli sul tema della donazione del sangue. La strategia prevede di coinvolgere i giovani grazie ad un progetto eccitante, basato su viral marketing e social media.

Di seguito vi propongo la locandina del concorso:

SHARE CARE

Pubblicità Progresso e Centro Nazionale Sangue uniti per promuovere la donazione

Al via un concorso di unconventional marketing web 2.0 dedicato ai giovani (18 – 28 anni)

Il 14 giugno in tutto il pianeta sarà promossa la Giornata mondiale del Donatore di sangue con il motto lanciato dall’OMS: “Every blood donor is a hero”. Un appuntamento importante che intende aumentare la consapevolezza della necessità di sangue a disposizione del sistema sanitario nazionale. Una trasfusione di sangue può salvare la vita, ma ancora oggi non si ha una piena consapevolezza di questo gesto così semplice e così importante, “convenzionalmente” vitale per rendere sostenibile le cure di tutta la comunità.

Pubblicità Progresso e Centro Nazionale Sangue promuovono un concorso dedicato ai giovani web 2.0 di età compresa tra i 18 e i 28 anni – autentici creativi- pronti a realizzare un video che proponga in modo “non convenzionale”, questo messaggio. Non più di 5 minuti di durata spaziando tra corti, comics, tube-games, rap, brano musicale, azioni di guerriglia marketing o ambient marketing. Libero pensiero ma con un obiettivo preciso, la parola chiave: SHARE CARE. CONDIVIDERE LA CURA (per sé stessi come per gli altri).

Gli elaborati verranno giudicati da una giuria di esperti in discipline di comunicazione e divulgazione medica e realizzerà una shortlist. I contributi selezionati verranno caricati su You Tube nella settimana 23 maggio – 9 giugno e potranno essere votati dal pubblico attraverso il “mi piace”.

I tre video che riceveranno più “I like” dalla giuria social, saranno i vincitori, ma la Giuria di Qualità stabilirà il vincitore assoluto e la graduatoria finale con i premi da assegnare.

Per partecipare clicca su http://www.centronazionalesangue.it/newsbox/share-care-condividere-la-cura

A presto,

Massimiliano

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Open Source + Crowdsourcing = Project Sputnik

Ha da poco preso il via “Project Sputnik”, un progetto pilota basato sull’ultrabook Dell XPS13, lanciato per esplorare la possibilità di creare un laptop con tutte le caratteristiche tecniche, la flessibilità e i pacchetti software necessari al segmento degli sviluppatori.

Project Sputnik è portato avanti da Dell tramite la sua piattaforma di crowdsourcing – IdeaStorm – ed in sinergia con Canonical (lo sponsor di Ubuntu). Nello specifico, Canonical e Dell stanno collaborando per ottenere un perfetto supporto dell’harware da parte di Ubuntu, il sistema operativo prescelto per il progetto.

L’idea è quella di dare la parola agli sviluppatori per comprendere al meglio quali sono le loro necessità e i loro desideri, con il fine di creare una macchina che, a detta dei responsabili del progetto: “avrà tutto quello che uno sviluppatore vuole e nulla di quello che non vuole”.

L’idea di “Project Sputnik” arriva da Barton George, appassionato di Open Source e direttore marketing di Dell. Dopo aver presentato il proprio progetto a Mark Shuttelworth (Chairman di Canonical), i due hanno subito intuito che le potenzialità, per questo tipo di prodotto andavano ben oltre le intenzioni iniziali. L’obiettivo è quello di creare una piattaforma per lo sviluppo che sia flessibile e che stia al passo con tutte le mutevoli esigenze del mondo dei developer. Da qui la necessità di raccogliere tutte le idee grazie alle “Storm Sessions” su IdeaStorm.

Se desiderate andare più in profondità, vi consiglio di guardare l’intervista a George, che spiega brevemente la filosofia di “Project Sputnik”.

L’iniziativa si inserisce in un insieme di progetti intrapresi da Dell negli ultimi anni, volti ad aprire l’azienda alle idee degli utenti (potenziali ed effettivi) e a gestire meglio le relazioni con questi ultimi. Proprio nel campo del CRM Dell ha recentemente posato una pietra miliare, con lo sviluppo del Social Media Command Center, una sezione dell’azienda dedicata esclusivamente al monitoraggio delle discussioni, dei riferimenti e delle opinioni riguardo all’azienda e al brand.

Nonostante “Project Sputnik” sia soltanto un progetto pilota, ben si inserisce in questa logica di “monitaraggio e coinvolgimento” degli utenti. Sottolineo inoltre che IdeaStorm, la piattaforma di crowdsourcing tramite la quale Dell raccoglie le idee dal popolo del Web, ha ottenuto un discreto successo da quando è stata lanciata nel 2007. Fino ad ora l’azienda ha raccolto più di 17 mila idee e ne ha realizzate circa 500.

Una completa inversione di tendenza da parte di Dell, che in un passato non troppo lontano era tristemente nota proprio per la cattiva gestione delle relazioni con i propri clienti.

Se desiderate ulteriori informazioni, vi consiglio di tenere monitorato il blog di Barton George, dove potrete seguire gli sviluppi del progetto.

A presto,

Massimiliano

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Il Crowdsourcing funziona? Consigli per l’uso

Navigando nel Web mi sono imbattuto in questo interessante articolo, trovato sul sito “ikaro.net“, in cui Daniele Di Gregorio, esperto di Crowdsourcing, ci spiega la sua esperienza riguardo all’utilizzo di questa tecnica per una start-up.

Ho trovato l’articolo molto utile ed interessante, soprattutto perché porta il valore aggiunto di un’esperienza diretta e fornisce alcuni importanti consigli e suggerimenti.

Il link dove trovare l’articolo è:  http://www.ikaro.net/articoli/cnt/crowdsourcing-consigli.html

A presto,

Massimiliano

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Curated ed Expert Crowdsourcing: ecco il “Crowdsourcing di nicchia”

Quando parliamo di Crowdsourcing solitamente pensiamo subito al “Crowd”, ovvero alla massa, alla folla. Secondo alcuni studiosi però, si stanno affermando delle tipologie di Crowdsourcing che mi piace definire “di nicchia”: si tratta dei cosiddetti “Curated Crowdsourcing” ed “Expert Crowdsourcing“. Il sorgere di queste due nuove tipologie deriva dal fatto che, negli ultimi anni, il Crowdsourcing ha goduto popolarità ed investimenti crescenti da parte delle imprese (+45% per il 2012). Solo per il 2012 inoltre, si stima che le aziende che utilizzeranno il Crowdsourcing saranno il 37% in più rispetto all’anno precedente. Così, il Crowdsourcing non sta crescendo solo quantitativamente, ma anche e soprattutto qualitativamente.

Il Curated Crowdsourcing

Il Curated Crowdsourcing nasce dall’esigenza di porre un controllo al Crowd, ovvero a “quella massa di individui con abilità e background molto diversi tra loro” per garantire la qualità dei progetti legati al contributo di questa tipologia di masse. Secondo alcuni studiosi e professionisti infatti, la serietà e la qualità di un progetto che si serve del Crowdsourcing è direttamente proporzionale alla qualità dei contributi delle persone che partecipano. Questa qualità deriva a sua volta da esperienza, abilità ed affidabilità dei partecipanti.

Sul sito www.spoolsource.com si possono leggere  le pubblicazioni dei primi studi riguardanti l’argomento, pubblicati nel 2010. Gli scrittori affermano:

Over the past year, a fair amount has been written and tweeted about the need for “curated” crowdsourcing, a fancy way of saying that there needs to be management, methods and standards to guarantee the quality of crowd-powered outsourcing. An ambiguous crowd of various skill-levels can produce ambiguous results in much the same way that allowing everyone into a public pool virtually guarantees more splashing than swimming.

Employing an unfiltered crowd can be a bit of a crapshoot, yielding as much garbage as gold. We have found while managing projects on JobSpooler that curating a crowd involves both art and science. For example, good curation should include the ability to filter for credibility and competency. The most essential metric is reliability a rating depicting the history of a worker to complete their task successfully. That said, a simple calculation of tasks attempted versus tasks completed doesn’t tell the whole story. If the rating system isn’t nuanced, it favors automatons that stick to doing simple tasks. A better algorithm balances the success rate with duration and difficulty.

Trovate l’articolo completo all’indirizzo: http://www.spoolsource.com/content/curated-crowdsourcing-business-wrangling-unruly-mob

In poche parole, i sostenitori del Curated Crowdsourcing affermano che sia necessario:

  • Filtrare la partecipazione dei membri alla community
  • Un complesso sistema di rating, per selezionare e premiare i più creativi e produttivi
  • Trovare la “Crema del Crowd”, ovvero essere in grado di individuare i partecipanti più talentuosi
  • Valorizzare l’importanza del facilitatore o del “community manager”.

L’Expert Crowdsourcing

In questo ambiente, è stata individuata un’ulteriore nicchia del Crowdsourcing, detta “Expert Crowdsourcing”, o “Expert Sourcing”. Parliamo di Expert Crowdsourcing quando la comunità di creazione (o community of practice, in lingua inglese) è costituita esclusivamente da esperti di diverse aree.

Un esempio di Expert Crowdsourcing sono le comunità di EnglishMajor.com, una community che si basa essenzialmente sul contributo di migliaia di scrittori freelancer, e GeniusRocket, un’agenzia creativa la cui comunità è composta da centinaia di professionisti diversi,  molti dei quali posseggono a loro volta una agenzia propria.

L’epoca del Crowdsourcing è appena iniziata, ma quello che pochi anni fa era semplicemente un approccio sperimentale sta già evolvendo molto velocemente. Imprenditori, manager, startupper e visionari sono avvisati!

L’articolo è stato tratto dal blog “Witology”. Potete trovare l’originale a questo indirizzo: http://blog.witology.com/en/?p=1462

A presto,

Massimiliano

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Tribal, Viral, Guerrilla, Crowdsourcing e Open Source: il caso Mozilla Firefox.

L’esempio di come le tecniche di Tribal, Viral e Guerrilla marketing possano essere messe in atto in maniera incredibilmente efficace, congiuntamente con Crowsourcing e Open Innovation, viene – guardacaso – proprio da un software Open Source: il famoso browser Web Mozilla Firefox.

Firefox è un browser Web Open Source prodotto da Mozilla Foundation, disponibile per Windows, Linux, Mac OS, Solaris. Il software è stato realizzato da programmatori volontari in tutto il mondo, ed è oggi il secondo browser per utilizzo, dopo Internet Explorer.

Il progetto è da sempre portato avanti con risorse limitate, soprattutto se confrontate con quelle a disposizione di colossi come Microsoft, Apple e Google. Gli obiettivi che si poneva Mozilla per la creazione del suo browser erano di sviluppare un software semplice, sicuro, stabile, personalizzabile, compatto (la versione per Windows occupa solo 7-8 mb), veloce, con una piattaforma di sviluppo flessibile per creare interfacce utenti in maniera molto rapida.

Per raggiungere questi obiettivi, il codice sorgente di Firefox non era solo Open Source, ma la stessa struttura architetturale del prodotto poteva essere facilmente configurata e parametrizzata secondo le proprie esigenze. In pratica, mediante gli strumenti messi a disposizione, era possibile creare estensioni facilmente integrabili nel prodotto.

La storia del browser inizia durante il lancio della versione 1.0 di Firefox, quando Mozilla lancia una pagina Web denominata “spreadfirefox.com” (diffondi Firefox), creata con lo scopo di sensibilizzare i navigatori del Web ad utilizzare il nuovo browser in alternativa a Internet Expolorer. Nel dicembre 2004 viene lanciato il sito “Firefox Flicks”, tramite il quale gli utenti di Firefox potevano inviare il proprio video pubblicitario. Il progetto, durato cinque mesi, ottiene un grande successo, raccogliendo grazie ad un concorso centinaia di migliaia di video. Mozilla lancia successivamente sul Web alcuni brevi video virali che mostrano (in maniera esilarante) l’esperienza di utilizzo del browser. Anche questa iniziativa ottiene un enorme successo, con più di 500.000 download in meno di una settimana, a dimostrazione dell’efficacia delle tecniche virali a basso costo rispetto agli enormi budget a disposizione della concorrenza.

Un altro evento organizzato da Mozilla è la raccolta fondi finalizzata ad acquistare uno spazio pubblicitario su una pagina del New York Times, il giorno del lancio della versione 1.0 di Firefox. Alla raccolta fondi partecipano migliaia di persone, che donano in tutto più di 250.000 dollari; la stessa operazione ha un grande successo anche in Germania, ove Mozilla raccoglie più di 40.000 euro in meno di una settimana, con l’obiettivo di pubblicizzare il proprio browser sul Frankfurter Allgemeine.

Per il lancio di Firefox 2.0, Mozilla decide di avvalersi ancora una volta della creatività dei propri utenti/sviluppatori per dar vita ad un enorme crop circle raffigurante il logo di Firefox. Tale iniziativa, eseguita da dodici studenti, aveva l’obiettivo dimostrare il loro amore sconfinato per Firefox, in modo che fosse visibile anche dallo spazio. Naturalmente, la realizzazione del crop circle,  viene filmata e fotografata da un elicottero e caricata in rete, in modo da accrescere la “viralità” dell’iniziativa.

Oggi Firefox, che partiva da una quota di mercato dello 0% nel 2005, contro colossi del calibro di Internet Explorer, ha una quota di mercato (su computer desktop) del 20,9 % (Marzo 2012), è il secondo browser più utilizzato al mondo, ed è arrivato alla sua versione 11.0. Il suo maggior rivale è ancora Internet Explorer, anche se ultimamente si sono affacciati anche altri browser, come Google Chrome, Opera e Safari.

Spread Firefox coordina tuttora una serie di sforzi volontari per promuovere Firefox e focalizzare le energie della community su alcuni specifici obiettivi. I membri della comunità di Firefox, negli anni scorsi, sono inoltre intervenuti nella diffusione del browser, inserendo link e button dai propri siti e blog verso Mozilla.

“È stata l’azione del marketing virale a permettere a Mozilla Firefox di diffondersi capillarmente” (http://gruppowhynot.wordpress.com/2006/11/27/il-caso-firefox/).

A mio avviso però, la forza della strategia di Mozilla non sono state esclusivamente le campagne di comunicazione e promozione virali, ma lo stesso DNA virale del prodotto, derivante dalla sua natura Open Source, che ha trasformato la sua comunità di sviluppatori e sostenitori (migliaia in tutto il mondo) in veri e propri “evangelizzatori”.

Se desiderate maggiori informazioni riguardo al “Caso Mozilla Firefox”, vi consiglio di leggere il “Case Study” che potete trovare all’indirizzo http://ifipwg213.org/system/files/sandeep2.pdf .

A presto,

Massimiliano

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Politica, crowdsourcing e marketing relazionale: in Australia è possibile

Come vi scrivevo in uno dei miei post precedenti, sto trascorrendo qualche mese nella città di Sydney, in Australia. Come chiunque sia stato in questa magnifica città, anche io ho potuto notare con piacere (e ammirazione) la grande efficienza e capillarità dei trasporti pubblici.

Proprio oggi, mentre mi trovavo sul bus che mi porta a casa ogni giorno, ho notato la campagna pubblicitaria che il governo del NSW (Nuovo Galles del Sud) sta portando avanti a supporto del nuovo piano per i trasporti per i prossimi 20 anni. Questo progetto ha assunto il nome di “NSW Long Term Transport Master Plan“, e nasce con un approccio ben diverso da quello di qualsiasi altro piano intrapreso in passato per finalità simili.

Le migliori parole per definire questo progetto sono quelle utilizzate dallo stesso governo del NSW:

The NSW Government is undertaking an inclusive approach to transport planning that will involve unprecedented collaboration with those whose livelihood depends on the quality of the transport network – customers.

Notiamo fin da subito (come si può leggere anche dalla documentazione ufficiale del progetto), come i cittadini, le imprese e le istituzioni locali non vengano più considerati come semplici “pedine”, ma finalmente come veri e propri “clienti” e “stakeholders”, fruitori di un servizio: il trasporto.

Si può quindi parlare di un approccio alla gestione della res publica che finalmente fa delle più moderne strategie di marketing relazionale uno strumento fondamentale per la gestione delle relazioni con i “clienti” e gli “stakeholder”- ovvero cittadini e organizzazioni – che in cambio delle tasse e del prezzo dei biglietti, sono stati finalmente considerati come “aventi diritto” ad un servizio che presti attenzione alle loro opinioni e i loro suggerimenti.

A questo proposito, il governo del NSW ha creato un sito Web (http://www.nsw.gov.au/haveyoursay) che ha principalmente due obiettivi:

  • Informare e tenere aggiornati i cittadini riguardo al piano di sviluppo dei trasporti
  • Fungere da collettore per la raccolta dei suggerimenti, in maniera analoga a qualsiasi altra piattaforma per il crowdsourcing

Imprese, cittadini, e tutti coloro che risiedono in NSW ed intendono dire la loro, possono farlo in diversi modi:

  • Compilando un form attraverso il sito del progetto (potete dargli un’occhiata qui)
  • Mandando direttamente una mail al ministero dei trasporti pubblici
  • Scrivere una lettera, con campi predefiniti, al ministero dei trasporti pubblici del NSW
  • Partecipando ai forum regionali, una sorta di “meeting” in cui possono partecipare imprese, cittadini ed organizzazioni di vario genere per discutere delle tematiche riguardanti il progetto

Le idee verranno poi vagliate dal personale del ministero, e dopo il 27 Aprile 2012 il governo comincerà ad elaborare il piano di sviluppo ventennale, secondo i suggerimenti ottenuti dai vari canali. “NSW Long Term Transport Master Plan” è un progetto ambizioso, e che, a mio avviso, ridefinisce il concetto di democrazia, concedendo finalmente un maggiore potere ai cittadini e alle organizzazioni che operano all’interno della società.

Crowdsourcing, marketing relazionale e “Open Source Way” stanno finalmente cambiando anche modo di fare politica?

I hope so….

A presto,

Massimiliano

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I cinque segreti (più uno) per utilizzare il crowdsorcing in una strategia di marketing

Come sappiamo, Crowdsourcing e Open Innovation stanno cambiando società, imprese e marketing.

Da laureato e appassionato di marketing, mi sono sempre chiesto se esistono delle linee guida, dei punti fondamentali che ogni marketing manager dovrebbe seguire quando vuole integrare Crowdsourcing e Open Innovation nella sua strategia.

Credo che, a tal proposito, il post recentemente apparso su “Mashable Business” (che potete leggere cliccando qui) sia molto interessante, perché presenta sinteticamente dei punti che è bene rispettare quando si vuole intraprendere una strategia di marketing che faccia uso di questi nuovi strumenti.

1. Presentare un brief chiaro e conciso al proprio target

I consumatori moderni (detti anche, come abbiamo visto, consumatori 2.0), sono iperstimolati e vivono una vita tendenzialmente frenetica, fattore che ne riduce la soglia d’attenzione. Per questo motivo, il brief presentato ai consumatori deve essere chiaro e conciso, evitando di dilungarsi eccessivamente, fatto che spesso può causare una cattiva comprensione da parte del pubblico.

2. Offrire dei buoni incentivi

I consumatori, spesso, chiedono un payoff per il proprio contributo all’azienda o al marchio che amano tanto da collaborare attivamente con esso. L’ultima cosa che chiedono è di essere sfruttati, per cui è giusto fornire dei buoni incentivi a chi sacrifica il proprio tempo perché crede in un prodotto, un’azienda, un marchio, un progetto o un’idea.

3. Non sovraccaricare di lavoro i consumatori

Come già detto, l’ultima cosa che vogliono i consumatori è lavorare troppo per una strategia di marketing che dovrebbe essere portata avanti dall’azienda, e non da loro stessi. La frase di Matt MacDonald (executive creative director di JWT New York) in merito è più che esplicita:

The last thing they want to do is to work out your marketing campaign for you.

4. Prepararsi a ricevere molti contributi (a volte troppi)

Se si desidera iniziare una strategia di marketing basata anche sul crowdsourcing e sulla Open Innovation, bisogna poi avere una struttura in grado di poter visionare e selezionare in maniera efficace ed efficiente le idee e i contributi raccolti dai consumatori. Se un tempo questo lavoro richiedeva tempo e personale dedicato, ora stanno iniziando a sorgere i primi softwares dedicati a questo compito (Crowdspring e PopTent), che hanno proprio il compito di facilitare questo lungo lavoro.

5. Crowdsourcing non significa “non professionale”

I contributi dei consumatori non sempre hanno la stessa qualità di quelli che potrebbe fornire un professionista. Nonostante tutto, esistono consumatori con skills molto avanzate, in grado di fornire contributi di altissimo livello.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che nonostante non si ricorra a “professionisti del settore”, spesso i consumatori dimostrano di apprezzare maggiormente un lavoro portato a termine da “un loro simile” piuttosto che da un professionista.

Ho voluto poi aggiungere un consiglio che mi sento di dare a tutti. Non era presente nel post citato sopra, ma ritengo che sia sempre bene tenerlo in considerazione:

6. Non farsi trascinare dalle “mode”

Così come guerrilla marketing e viral marketing hanno vissuto il loro periodo di massimo splendore pochi anni fa, ora è il momento del crowdsourcing.

Il mio consiglio è, come per ogni cosa, di non farsi “trascinare dalle mode”. Le aziende, per ottenere buoni risultati, non sono obbligate ad intraprendere strategie di marketing che prevedano necessariamente l’utilizzo di Crowdsourcing e Open Innovation.

Ricordiamoci sempre che queste tecniche sono un (potente) strumento, ma non sono l’unico che abbiamo a disposizione per essere innovativi. L’utilizzo di simili tecniche, se mal pianificato, può portare a dei veri e propri disastri, con il risultato di aver sostenuto costi e investimenti ingenti, ritrovandosi in una posizione peggiore di quella in cui ci si trovava prima. Bisogna sempre tenere presente, inoltre, che fornire potere ai consumatori significa anche essere più vulnerabili.

Come esempio da NON seguire, ripropongo la pluricitata (e disastrosa) strategia di marketing, basata su viral e crowdsourcing, intrapresa alcuni anni fa da un noto produttore di SUV americano:

Spero che questo post sia d’aiuto a molti che, come me, cercavano dei punti di riferimento utili per la pianificazione e l’implementazione di una strategia di marketing che sfrutti come risorse il Crowdsourcing o la Open Innovation.

A presto,

Massimiliano

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Innocentive: Open Innovation e Crowdsourcing per le innovazioni del Terzo Millennio

Ieri mi è stata segnalata una piattaforma per l’innovazione incredibilmente interessante e, devo dire, sorprendentemente poco nota nel nostro Paese.

Si tratta di Innocentive, un sito Web attraverso il quale imprese di ogni tipo pubblicano dei “challenge”, ovvero delle sfide riguardanti innovazioni di prodotto/processo di cui hanno bisogno, ma per le quali non riescono (o non hanno convenienza) a trovare una soluzione tramite la loro funzione R&S.

In sostanza, Innocentive potrebbe essere definito come un “intermediario dell’innovazione”, che mette in contatto potenziali innovatori con aziende che hanno bisogno di particolari soluzioni. Come payoff, gli innovatori (o “solver”, come vengono definiti) possono guadagnare premi in denaro anche considerevoli (da decine o centinaia di migliaia di dollari fino ad un milione di dollari).

Grazie a questa piattaforma, le aziende partecipanti sono in grado di:

  • Risparmiare tempo
  • Risparmiare denaro (il “solver” viene ricompensato alla risoluzione del problema, senza bisogno di sostenere tutti quegli investimenti in R&S che sarebbero altrimenti necessari)
  • Trovare soluzioni a problemi che non riescono ad affrontare internamente
  • Avere accesso ad una partecipazione diffusa riguardo ai “challenge” posti in essere.
  • Risolvere possibili problemi di comunicazione interna

I “solver”, d’altro canto, possono:

  • Lavorare quando, quanto e come preferiscono
  • Scegliere i “challenge” che più preferiscono
  • Sviluppare la loro creatività
  • Guadagnare fama e reputazione
  • Essere notati dalle imprese che pubblicano i “challenge”
  • Ottenere premi in denaro al momento della soluzione del “challenge”.

Innocentive, a mio avviso, rappresenta una delle migliori espressioni della potenza delle tecniche di Open Innovation e del Crowsourcing. Più in generale, grazie ai meccanismi di Open Innovation e Crowdsourcing, ora resi facilmente implementabili grazie ad una digitalizzazione che sta crescendo a ritmi incessanti ovunque nel mondo, le aziende stanno decentrando sempre più attività all’esterno, coinvolgendo un numero sempre più alto di soggetti, in attività sempre più complesse e “delicate”.

Internet e la “Open Source Way” stanno velocemente cambiando la società in cui viviamo. Con essa, sta cambiando anche il modo di fare impresa. Questo cambiamento è visibile soprattutto nelle start-up e nelle imprese di recente costituzione, ma anche nei “vecchi giganti” che si stanno aprendo a queste filosofie, comprendendo che rappresentano un’occasione per aumentare il proprio valore e condividerlo con gli stakeholders (e la società in genere).

Se andiamo a cercare i partner di Innocentive spiccano infatti Roche, Accenture, NASA: un segno che questo cambiamento viene ormai percepito anche da grandi player, che un tempo facevano della segretezza delle proprie strategie e dei brevetti uno dei punti cardine del proprio vantaggio competitivo.

A presto,

Massimiliano

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Caffè, crowdsourcing & social: ecco “My Starbucks Idea”

Da buon italiano devo dire che sono sempre stato un detrattore delle catene distributrici caffè “made in U.S.A.” Pochi giorni fa però, ho accidentalmente scoperto un interessante progetto iniziato poco tempo fa da Starbucks, che, devo dire, mi ha riempito di curiosità ed interesse.

Il nome del pogetto è “My Starbucks Idea“, e non è altro che un sito Internet dove i fan di Starbucks possono proporre e vedere attuate le proprie idee e i propri consigli nelle loro caffetterie preferite. Abbiamo già visto come questo tipo di iniziative possano accrescere il valore sia per l’azienda che per i consumatori nei post riguardanti la community ”Nel Mulino che vorrei” e nel post riguardante “Nike Plus“.

In sostanza, progetti come “My Starbucks Idea” non sono rivolti semplicemente alla ricerca di idee innovative da parte della clientela, ma in particolare ad instaurare un dialogo ed un rapporto con il consumatore. Da un lato, l’azienda colleziona informazioni preziosissime sui suoi clienti, dall’altro, essi ricevono come payoff: la soddisfazione di essere ascoltati; veder messe in pratica le proprie idee; condividere la propria passione per il medesimo argomento (fenomeno che se sfruttato bene è in grado di creare vere e proprie “consumer tribes“).

Ciò, oltre che creare legami tra azienda e consumatori, crea legami anche tra i consumatori stessi, allargando “l’esperienza Starbucks” anche al di fuori della caffetteria vera e propria.

Alcuni studiosi, tra i quali Kevin Roberts, scrittore del famoso testo “Lovemarks, the future beyond brands” sostengono che il successo dei top brands dipenderà proprio dalla loro capacità di saper instaurare una comunicazione bi-direzionale con i propri consumatori. Il progetto intrapreso da Starbucks, come quelli iniziati dalle aziende che ho citato prima, sono la riprova di quanto crowdourcing, Open Innovation e social Media siano strumenti potentissimi, in grado di giocare un ruolo fondamentale proprio nella costruzione di questo dialogo azienda-consumatore e consumatore-consumatore.

In questo “fiorire” di strategie basate su crowdsourcing e social media, è mio dovere citare anche pareri contrastanti. Come giustamente segnalato sul blog “Ramialsindi“, questo tipo di progetti possono nascondere rischi non indifferenti per le imprese che intendono intrprenderli. Non da ultimo, una disclosure così marcata riguardo alle ricette dei prodotti, secondo il blogger, potrebbe essere fonte di danni per l’azienda (favorendo la concorrenza), o addirittura potrebbe far sorgere contenziosi legali.

Cito testualmente dall’articolo apparso sul blog:

Business networking sites such as MyStarbucksIdea.com may seem risk-free, this can in certain situation make up a breach of confidential information, as the company is advertise their drinks recipes or customers may suggested some innovative ideas, competitors may uses these ideas or information against the company and this will lead to a loss of profits and confidentiality. Therefore, Starbucks directors need to introduce a comprehensive Social Media Policy to provide guidance to their workers and customers.

(potete trovare l’articolo intero qui)

Certamente, queste ansietà sono comprensibili: devono ricordarci quanto strumenti così potenti possano essere allo stesso tempo anche molto pericolosi. Facendo un bilancio però, credo che i benefici direttamente correlati a progetti simili compensino pienamente i rischi legati ad essi. Per un’impresa moderna, il rischio di isolarsi e di non stare al passo coi tempi è, a mio avviso, ben maggiore rispetto ai rischi che si corrono intraprendendo iniziative di questo genere.

A presto,

Massimiliano

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Open Innovation is good for Business

Vi riporto un articolo trovato sul sito opensource.com. Purtroppo non ho avuto il tempo di fare un breve riassunto in italiano, per cui mi scuso con chi non parla inglese.

Open innovation is an area only beginning to enter mainstream enterprises, despite years of success in open source communities. It allows people both inside and outside the company to get involved and collaborate on new products and processes that result in beneficial change.

Dr. Andrew McAfee, who coined the term “Enterprise 2.0,” recently highlighted “open innovation” as an area ripe for mainstream business adoption. Organizations that want to find fresh approaches to their business processes, product or service offerings are encouraged to look outside traditional sources of expertise and be receptive to new contributors.

A research paper released last month by the McAfee-led AIIM Task Force on Social Business and Process Innovation, showed high levels of satisfaction for early adopters, but still found significant levels of reluctance to engage with external stakeholders such as customers, partners or prospects.

Through its case studies and survey results, the McAfee research reveals open innovation is working for its practitioners who report consistently satisfactory outcomes. Forty-eight percent of respondents engaging in open innovation reported major changes to internal processes, while 34 percent reported positive changes to external offerings.

Potete trovare il resto dell’articolo all’indirizzo http://opensource.com/business/12/2/open-innovation-good-business

A presto,

Massimiliano

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