Posted in dicembre 2011

Ecco le prime “città Open Source”

Come vi raccontavo nei miei precedenti post, i meccanismi Open Source non sono da considerarsi un’esclusiva del mondo dell’informatica. In un mondo che si sta sempre più convertendo alla “filosofia Open”, dalla televisione all’istruzione, dall’economia alla politica, alcune città iniziano a reclamare il primato di “prima città Open Source”, con l’ambizione di essere considerate il nuovo punto di riferimento delle “iniziative Open” a livello globale.

Per ora, le prime pretendenti alla palma di “prima città Open Source” sono Releigh, in North Carolina, Portland, in Oregon e Montreal in Quebec.

Portland

Secondo i sostenitori di Portland, la città pare essere il candidato ideale a diventare il punto di riferimento per il mondo Open, dal momento che nell’ultimo anno ha ospitato importanti conferenze ed incontri, come la Open Source Convention e la Open Source Bridge. Portland è stata inoltre una delle prime città al mondo a sviluppare un progetto di “Open Data”, ospita personaggi come Linus Torvalds e Steve Holden e si è dimostrata terreno fertile per la nascita di nuove start-up operanti nel settore delle tecnologie Open Source.

Montreal

Il presunto primato di Portland è però minacciato da Montreal, che vanta di essere la città con la maggior concentrazione di start-up del settore dei software Open Source. Nella città infatti sono state fondate negli ultimi anni cinque start-up che hanno riscosso ottimi successi:

  • StatusNet: una piattaforma Open Source di microblogging, che vuole rappresentare un’alternativa a Twitter;
  • Vanilla Forums: un software per creare e gestire forum su siti Web, utilizzato su centinaia di migliaia di siti nel mondo;
  • Pressbooks: una “social publishing platform”, utilizzabile per la pubblicazione di libri;
  • Stella: azienda che ha sviluppato un software per il monitoraggio delle prestazioni dei siti Web;
  • Subgraph: azienda che ha sviluppato un software per testare la sicurezza delle reti.

Nella città di Montreal hanno inoltre sede due importanti fondi di investimento, iNovia Capital e Real Ventures. Canonical, l’azienda leader nei servizi di consulenza relativi ad Ubuntu, sembra aver preso Montreal come punto di riferimento per il reclutamento di giovani talenti.

Releigh

In una recente intervista, l’ex sindaco di Montreal, Charles Meeker, ha affermato che il riconoscimento di “prima città Open Source” non passa solamente dall’attrazione di start-up e fondi di investimento, ma soprattutto da un cambiamento politico-culturale. Secondo Meeker, le qualità che possono trasformare una normale città in una città Open Source, sono:

  • La volontà di condividere informazioni;
  • La volontà di ricevere informazioni;
  • L’orientamento alla creatività e all’innovazione.

La città di Releigh ha inoltre intenzione di iniziare un progetto di sviluppo per un framework che possa attrarre start-up e talenti che vogliano operare nel settore Open Source, con la collaborazione della camera di commercio e di altre istituzioni locali. La volontà della città è inoltre quella di iniziare ad ospitare conventions e conferenze sul mondo Open Source, in modo da catalizzare l’attenzione di potenziali investitori e imprenditori nel progetto di Meeker.

Uno, nessuno, centomila.

Vi lascio con una provocazione. Secondo alcuni è inutile cercare di creare un “hub”, ovvero un punto di riferimento, perché le comunità Open hanno per loro natura una struttura decentrata e preferiscono concentrare i propri contributi in comunità virtuali. A questo proposito vi riporto un post che ho trovato sul sito Siliconflorist.com:

Money is important for OS development. Corporate contribution to OS is invaluable. Location *is* irrelevant for much OS contribution, but there could be more community-based OS contribution efforts that centered around meet-ups and on-site activities (because it’s fun).

Se desideraste ottenere maggiori informazioni, vi incollo il link dei tre articoli da cui ho tratto le informazioni per il mio post:

http://siliconflorist.com/2011/02/23/portland-oregon-de-facto-hub-open-source-montreal-quebec-raleigh-north-carolina/comment-page-1/

http://nextmontreal.com/can-montreal-become-an-open-source-startup-hub/

http://opensource.com/government/11/2/raleigh-nc-worlds-first-open-source-city%20

A presto,

Massimiliano

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L’Open Data sbarca in Parlamento

Il progresso si muove inevitabilmente nella direzione della trasparenza totale, una condizione fondamentale soprattutto per quanto riguarda la cosa pubblica e come questa viene gestita dalle amministrazioni di diverso livello. Nonostante gran parte del mondo politico, guidato da interessi tutt’altro che civici, cerchi disperatamente di muoversi nella direzione opposta, qualcosa inevitabilmente sta cambiando, curiosamente a favore dei contribuenti.

Da questa settimana infatti una piccola rivoluzione digitale ha cominciato a prendere piede, con l’introduzione degli Open Data da parte del Ministero della Pubblica Amministrazione. Di che cosa si tratta? Le varie amministrazioni, da quelle locali fino ai Ministeri, sono in possesso di una mole enorme di dati relativa ai servizi più disparati, dall’economia agli investimenti, ambiente, trasporti, infrastrutture e così via.

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Il Massachusetts Institute of Technology apre all’Open Learning

Riprendo una notizia apparsa su OssBlog.it riguardo l’attivazione, da parte del MIT (Massachusetts Institute of Technology), di una piattaforma di e-learning chiamata OER (Open Educational Resource), che vedrà come protagonisti i professori e i ricercatori del famoso Istituto di Boston. Nonostante la partecipazione a questi corsi non sia riconosciuta e non sia una reale sostituzione delle lezioni tenute in aula, la fruizione delle lezioni virtuali è libera e gratuita, e costituisce un grande passo in avanti nella diffusione della cultura e della conoscenza nel mondo. Altro elemento distintivo del programma è che le piattaforme che renderanno possibile la realizzazione di questi corsi on-line sono rilasciati sotto delle licenze Open. Il fatto è di primaria importanza, perché permette a tutti gli atenei che volessero replicare questo tipo di iniziativa di non dover investire ingenti risorse nella progettazione di una piattaforma propria.

L’avviarsi di questo importante progetto del MIT rappresenta l’ennesima prova di quanto il movimento “Open Source” (in tutte le sue declinazioni) stia crescendo e si stia tramutando in una vera e propria “filosofia”, che pare abbracciare attività e materie sempre nuove. L’esperimento del MIT rappresenta soltanto un inizio, che spero che venga preso in considerazione anche dagli atenei italiani, perché un’ampia diffusione della conoscenza è fondamentale per stimolare e creare un dibattito e un confronto presso tutti quegli studenti, ricercatori ed insegnanti che, nel mondo, abbiano la voglia di prenderne parte.

A presto,

Massimiliano

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Business & Open Source: il caso vTiger CRM

Quando si parla di Open Source, i commenti che spesso sento dai “non addetti ai lavori” sono cose del tipo “i software Open Source sono gratuiti, non ci si può guadagnare”, o “i software Open Source sono difficili da utilizzare e di qualità inferiore a quelli proprietari”, per non citarne di più ridicole…

Quello che volevo proporvi oggi è il caso di Crmvillage.biz, un’azienda italiana che fonda il suo crescente successo proprio grazie alla vendita di servizi legati ad un software Open Source, ovvero vTiger CRM.

vTiger e CRM, cosa sono?

Prima di parlarvi di quanto questo caso sia interessante, è meglio chiarire, in due parole, cos’è vTiger CRM.

Per gestire al meglio le relazioni con la propria clientela (il fine del CRM, ovvero il Customer Relationship Management), le aziende devono immagazzinare una grandissima mole di informazioni, che devono essere gestite grazie ad un database e ad un programma che permetta di inserire o modificare questi dati in maniera semplice e veloce. Ad esempio, se la mia azienda ha necessità di contattare una determinata tipologia di clienti ogni volta che c’è un’offerta riguardante un prodotto specifico, necessita di un software che permetta di organizzare in maniera intuitiva e veloce una campagna di e-mail marketing o di telemarketing volta ad avvisare quella tipologia di clienti dell’esistenza di quella particolare offerta. Questa è una delle mille funzioni a cui un buon software CRM deve assolvere.

In sostanza, vTiger (come altri software per il CRM) si occupa di gestire in maniera integrata le campagne di marketing, nonché tutti i processi di vendita e di post-vendita (assistenza). vTiger è un progetto nato da Sugar CRM, ed è per l’appunto un software che permette di eseguire efficacemente tutte queste operazioni. Il programma funziona grazie al trio Apache/MySQL/Php e può essere utilizzato comodamente tramite un browser (Internet Explorer, Mozilla Firefox, Google Chrome ecc.), grazie alla sua architettura client-server. Può essere facilmente installato sia su sistemi operativi Linux-based o su Windows.

Spero che ora sia più chiaro di cosa stiamo parlando, ma se desiderate maggiori informazioni, vi consiglio di visitare il sito ufficiale di vTiger CRM.

VTE: il progetto Open Source tutto italiano basato su vTiger

Un’azienda che ho avuto da poco il piacere di conoscere, Crmvillage.biz, ha sviluppato un proprio prodotto basato su vTiger, chiamato VTE. Si tratta sempre di un software per il CRM, ma con molte peculiarità, come una diversa interfaccia, o la presenza di alcuni moduli esclusivi (webmail, calendario google-like, newsletter, call center, ecc.), che amplia e migliora in maniera sostanziale alcuni aspetti della versione originale di vTiger. Alcuni moduli e componenti aggiuntivi, come il PDF creator, ad esempio, sono a loro volta frutto di altri progetti Open Source.

Crmvillage è una delle poche aziende italiane che hanno saputo cogliere al balzo la filosofia della “collaborative innovation” come modalità per gestire al meglio il processo di innovazione dei propri prodotti.

Il vantaggio competitivo dell’azienda è fondato proprio sulla capacità di fornire un prodotto eccellente e facilmente personalizzabile, senza alcun costo di licenza, riducendo così l’investimento iniziale per il cliente, concludendo con quest’ultimo solamente un accordo commerciale (un canone) che comprende i servizi accessori, ovvero l’implementazione del sistema nell’azienda cliente, la formazione del personale l’assistenza ecc.

Il fatto che vTiger e VTE siano Open Source è fonte di vantaggi ulteriori, perché i software a sorgente aperta hanno solitamente una struttura molto duttile e modulare e permettono una migliore integrazione con altri programmi, come ERP e le suite da ufficio. Nel caso di vTiger e VTE, ad esempio, il prodotto si integra alla perfezione anche con programmi a licenza proprietaria come Microsoft Office.

Competenze, non brevetti.

Personalmente, credo che i modelli di business fondati su meccanismi Open Source siano estremamente convenienti sia per le aziende che per i clienti. Da un lato, i clienti non devono sostenere i costi di una licenza e beneficiano di un prodotto che è il frutto di un continuo processo di miglioramento. Dall’altro, l’azienda non fonda il suo vantaggio competitivo esclusivamente su un brevetto (un metodo sempre meno efficace) e beneficia del contributo di molte altre professionalità, che possono contribuire all’innovazione e al miglioramento del prodotto.

Per questo motivo, credo che il vantaggio competitivo generabile dall’adozione dei modelli di business fondati su meccanismi Open Source si focalizzi maggiormente sulle competenze distintive sviluppate dalle persone. Un’altra importante caratteristica è che questi modelli di business favoriscono la generazione di relazioni interaziendali, incoraggiando le imprese alla creazione di sinergie e ad aprirsi all’esterno, favorendo di conseguenza la diffusione della conoscenza.

Dal mio punto di vista, i modelli di business basati su meccanismi Open Source sono votati – per loro natura – ad un innovazione costante e decentrata, fatto che può ritenersi una fonte inesauribile di conoscenza liberamente accessibile. Si tratta quindi di modelli che non contribuiscono solamente alla crescita di una singola azienda, ma che stimolano la sperimentazione, l’innovazione e l’iniziativa imprenditoriale, soprattutto per le piccole imprese o le start-up, che possono sfruttare un patrimonio di conoscenze precedentemente creato da altri. La nascita di nuove imprese contribuisce quindi ad accrescere questo framework e a renderlo sempre più vivace, creando un sistema a metà tra la competizione e la collaborazione.

A presto,

Massimiliano

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Diaspora: il social network Open Source

Qualche giorno fa ho scoperto per caso Diaspora, un social network Open Source. Il fatto che il codice sorgente del social network sia aperto, significa che tutti coloro che vogliono contribuire a migliorare Diaspora possono farlo in vari modi:

  • contribuendo al miglioramento del codice del social network;
  • aiutando il “Translation Group”;
  • fornendo supporto ad altri utenti o ad altri partecipanti;
  • installando un “Community Pod”. Diaspora infatti funziona grazie a una rete di server messi a disposizione dalla comunità, che permettono il funzionamento del social network.

Ecco, in poche parole cos’è Diaspora per il team fondatore del progetto:

Open source is about individuality, transparency, creativity, and destiny. It is about having an idea, and making it reality. Diaspora* was founded to fulfill a passion for fun, and for making the Internet a better place. Open source is what enables us to change the world, for ourselves, and let our friends across the web benefit from our exploration.

Open source communities are amazing things. At Diaspora*, we believe that people should be valued for what they do. It does not matter if you have contributed to a project before, or are an elite open source hacker. Contributing to Diaspora* means that you get to work on hard problems, with a focus on solutions that work for users. This is why if you contribute something meaningful to Diaspora*, we will give you core commit access. We are in this together, so giving excited people the chance to make huge changes always trumps keeping control sacred.

La caratteristica più rivoluzionaria di Diaspora è proprio questa struttura basata su “Community Pod” – una vera novità per i social network – che permette ai suoi utenti di mantenere la proprietà di tutti i propri dati. Ciò significa in sostanza una maggiore privacy, e soprattutto che tutti i dati non possono essere ceduti a terzi.

Le informazioni, come contenuti e aggiornamento degli status sono infatti salvate in un “seed”, un web server personale che può essere condiviso. Oltre a poter gestire un proprio seed, gli utenti possono avere in gestione l’hosting dei propri dati in modo simile a quanto avviene su WordPress. In sostanza Diaspora può essere installato in locale, ma anche utilizzato attraverso una terza parte.

Il social network, ancora nella sua versione Alpha, sta comunque riscuotendo un buon successo. E’ infatti già tra i progetti Open Source più seguiti, dal progetto originale sono già derivate 1000 “forks”, ed ha già più di 5000 followers.

Ringrazio il blog Naicamine per avermi fatto conoscere questo innovativo social network!

A presto,

Massimiliano

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Mulino Bianco lancia la prima comunità di creazione virtuale in Italia

Come ho avuto modo di spiegare nella sezione teorica dedicata alla co-creation del blog, esistono vari modelli di gestione dell’innovazione. Il caso che vi propongo oggi, ovvero quello del portale “nelmulinochevorrei“, è un’applicazione da manuale delle teorie di Prahalad e Ramaswamy, secondo cui:

Il modello della co-creazione del valore si basa sull’idea che l’azienda debba lavorare con i clienti e non per i clienti, co-creando valore con loro, utilizzando le loro competenze e intuizioni.

Tornando a “nelmulinochevorrei”, si tratta di una potentissima comunità di creazione virtuale, realizzata magistralmente da Ninjalab per Mulino Bianco, attraverso la quale le persone sono in grado di partecipare al processo di creazione e sviluppo non solo dei prodotti, ma anche del packaging, delle iniziative promozionali e delle politiche riguardanti l’impegno sociale e l’ambiente.

Le fasi individuate da Ninjalab per la creazione e lo sviluppo del progetto “nelmulinochevorrei” erano sostanzialmente quattro (potete leggere la case history completa qui):

• Recruiting: gli utenti contattati sono stati stimolati a postare le proprie idee in maniera strutturata e votare e far votare le idee proposte da altri utenti.

• Seeding del progetto: la comunicazione dell’iniziativa ha coinvolto blog/siti/forum appartenenti a 4 macro categorie: alimentazione, design, marketing e comunicazione, lifestyle.

• Social Network Activation: oltre all’attività su siti/blog/forum selezionati, sono stati attivati e gestiti alcuni dei principali Social Network: Facebook, FriendFeed, Twitter.

• Tutoring: supporto agli utenti sulla modalità di pubblicazione e votazione delle idee postate sulla piattaforma MCV.

Coloro che si iscrivono alla piattaforma (anche semplicemente con il proprio account Facebook), possono inserire le proprie idee sul sito Web, che saranno votate dagli altri partecipanti, ed eventualmente realizzate da Mulino Bianco. Navigando nel portale inoltre, è possibile notare con quale maestria e perizia viene stimolata la partecipazione degli iscritti, con argomenti e richieste sempre nuove. Ciò fa in modo che il portale sia sempre molto popolato di utenti e abbia sempre un’aria viva e vitale, che è condizione necessaria per favorire ed invogliare la partecipazione delle persone.

L’iniziativa di Mulino Bianco è un grandissimo successo: fino ad ora infatti sono state raccolte 2900 idee per nuovi prodotti, 1183 idee per l’attività promozionale, 522 idee per il packaging, 346 per le politiche sociali ed ambientali.

E’ proprio grazie ad iniziative simili che Imprese “illuminate” trovano modo di rinnovarsi continuamente e ampliare il valore della propria offerta per i clienti. Mi preme sempre ricordare che iniziative simili sono anche un fluidificante per tutti i processi di marketing aziendali, perché sono una fonte inesauribile di informazioni sui propri clienti, e come ogni buon responsabile marketing sa, sono proprio questo genere di informazioni che permettono l’elaborazione e l’efficace implementazione delle strategie di marketing.

A presto,

Massimiliano

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Internet sta creando una società Open Source?

Ieri, navigando sul blog “LearningWithTechs” ho trovato il link a un saggio molto interessante riguardo al rapporto tra internet e co-creation.

Secondo l’autore del saggio, Joichi Ito (direttore del M.I.T. Media Lab), Internet non è un semplice strumento tecnologico, ma una filosofia che sta guidando la società, l’educazione e l’innovazione verso modelli sempre più aperti e decentralizzati.

Vi posto alcuni dei passaggi più significativi:

The Internet isn’t really a technology. It’s a belief system, a philosophy about the effectiveness of decentralized, bottom-up innovation. And it’s a philosophy that has begun to change how we think about creativity itself.

The ethos of the Internet is that everyone should have the freedom to connect, to innovate, to program, without asking permission. No one can know the whole of the network, and by design it cannot be centrally controlled. This network was intended to be decentralized, its assets widely distributed. Today most innovation springs from small groups at its “edges.”

What has been a wildly successful model for consumer Internet start-ups in Silicon Valley turns out to be an extremely good model for learning in a wide variety of fields and disciplines. The students at M.I.T.’s Media Lab experiment, create and iterate; they produce demos and prototypes, and share and collaborate with the rest of the world through the Internet and a distributed network of connections and relationships.

I don’t think education is about centralized instruction anymore; rather, it is the process establishing oneself as a node in a broad network of distributed creativity.

Se desiderate leggere il saggio, potete trovarlo qui.

A presto,

Massimiliano

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In arrivo la “Cola Open Source”

A tutti i fanatici del mondo Open Source, segnalo una bizzarra iniziativa Giapponese, che ho trovato in rete grazie al blog di Mik3craft.

Stavolta però non vi introdurrò l’argomento…lascio a voi il piacere di scoprire di cosa si tratta. Potete farlo cliccando qui, sarete indirizzati al sito di “Open Cola”.

Personalmente ritengo che l’iniziativa sia una interessante “provocazione”. In genere, si pensa al concetto di “Open Source” solamente quando si fa riferimento al mondo dei software. Come però abbiamo già visto nel caso di Metro 2033 però, settori e ambiti sempre più diversi da quello dello sviluppo di applicazioni e sistemi operativi si stanno affacciando ai meccanismi di co-creation e collaborative innovation.

Chissà, se in futuro i nostri supermarket non saranno invasi di prodotti a “Sorgente Aperta”…

Intanto vi posto un breve ed interessante estratto dal sito internet di “Open Cola”:

This recipe is licensed under the GNU General Public license. It is “Open Source” Cola, or, if you prefer, “Free” Cola. That means you’re free to use this recipe to make your own cola, or to make derivative colas. If you distribute derivative colas, you’re expected to send email to the recipe’s author, Amanda Foubister (amanda@opencola.com) with your updates. In the future, we expect to have a CVS server up to handle additions, bug-reports, etc.

A presto,

Massimilano

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Nike Plus, come co-creation e social network creano valore

Volevo parlarvi di Nike Plus, il servizio di Nike rivolto ai “runner” amatoriali e no. Si tratta, in buona sostanza, di un vero e proprio “social network per corridori”, dove, collegandosi al sito, gli appassionati di corsa possono caricare (grazie ad appositi strumenti) tutti i dati relativi alle loro ultime corse. Non solo, ma possono anche condividere le loro esperienze, i loro tempi, i loro itinerari con i propri “amici”.

Il social network, perfettamente integrato con Facebook e Twitter, è stato creato per aggiungere valore alla classica offerta Nike. Con Nike Plus, l’azienda di Beaverton non offre ai consumatori solamente il classico paio di scarpe, ma una piattaforma collaborativa, che è in grado di aumentare il valore del prodotto, stimolando la creazione di un network relazionale tra i “runner” stessi, ma soprattutto relazioni di lungo periodo con Nike stessa. In questo social network per corridori infatti, co-creation e marketing relazionale paiono fondersi in una sinergia perfetta.

Conformemente alle più moderne teorie di marketing, la volontà di Nike è proprio quella di trasformare il rapporto con la propria clientela da un modello di tipo transazionale (aquisto puro e semplice di un paio di scarpe da corsa) ad uno di tipo relazionale (stimolare relazioni di lungo periodo per aumentare il valore della relazione con il cliente). Per raggiungere l’obiettivo, Nike si è focalizzata molto anche sulla creazione di legami tra i corridori stessi, stimolando la competizione e il confronto tra questi ultimi.

Si tratta, in poche parole, di un modello win-win. I “runner” ricevono una piattaforma gratuita, con servizi dedicati alla loro passione, mentre Nike riceve in cambio preziosissime informazioni sulla propria clientela, facilitando operazioni come:

  • progettazione di nuovi prodotti/servizi;
  • upselling;
  • trading up;
  • cross selling.

Se volete farvi un’idea di come funziona Nike Plus, vi posto il video di presentazione andato in onda al ” Grand Prix Cyber Cannes Lions 2007″

A presto,

Massimiliano

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La televisione del futuro: tra social, co-creation e crowdsourcing

Se tutto, intorno a noi, sta diventando sempre più social, anche la buona vecchia televisione non può esimersi dall’attraversare questo processo di “socializzazione”. Fino a pochi anni fa la televisione era il mezzo “non interattivo” per eccellenza, ma i rapidi cambiamenti nelle tecnologie e nelle abitudini dei telespettatori (anche loro consumatori 2.0) stanno favorendo format televisivi sempre più partecipativi e ricchi di user generated contents (UGC).

Il fenomeno della co-creation quindi non risparmia nemmeno la TV; basta un’occhiata distratta al teleschermo per capire che il cambiamento è in atto. In una recente intervista ad “affaritaliani.it”, Bruno Pellegrini, esperto di digital media e CEO di TheBlogTv, afferma che nel futuro, sempre più programmi chiederanno il coinvolgimento di fan e telespettatori, tramite modalità più o meno creative.

Secondo Pellegrini, per uscire dalla monotonia e rinnovarsi, la televisione sarà sempre più ricca di UGC, di programmi basati su co-creation e crowdsourcing. L’esempio migliore è proprio Top5, programma televisivo in onda su Rai5, in cui i partecipanti, videomaker in erba – e non solo – stilano la propria personalissima Top5 in merito ai temi più disparati. Il programma trae spunto dal romanzo “High Fidelity” di Nick Hornbyin cui, tramite una classifica, ogni personaggio esternava la sua visione della realtà.

Il sistema di funzionamento di Top5 è semplice, spiega Pellegrini: “una volta chiuso il contratto con il network viene aperta una call for video su Userfarm definendo cosa stiamo cercando e quanto viene retribuito. I videomaker caricano i loro video e il nostro staff autoriale seleziona ciò che ci è utile alla realizzazione dei programmi o, se necessario, chiede delle modifiche. In quel momento il videomaker riceve il compenso sul suo portafoglio elettronico. Quindi elaboriamo i video costruendo il programma per la tv e consegniamo la puntata al network”.

Se volete darvi un’idea di come funziona Top5, vi consiglio questo divertentissimo video della Iena Pif:

La partecipazione ai contenuti dei programmi non è però l’unica modalità per rendere la televisione “interattiva” e partecipativa. Grazie ai social network e ad un’attenta attività di marketing, rivolta al coinvolgimento dei telespettatori, anche i programmi meno interattivi o le serie televisive hanno l’opportunità di stringere un forte legame con le persone. Gli autori di una serie TV quindi, possono già, attraverso una attenta attività di “listening in” sul Web e i social network, trarre degli spunti importanti per i futuri sviluppi delle future stagioni.

Ma c’è molto di più: i social network (che stanno gradualmente sostituendo i siti aziendali) sono diventati così potenti da poter diventare essi stessi il soggetto principale di una trasmissione televisiva. In programmi come Xtra Factor, Terzo Tempo (in diretta con noi) di Sky Sport, per esempio, i “Tweet” dei telespettatori, i collegamenti tramite Skype ecc.. rappresentano il perno centrale della trasmissione, che si sviluppa intorno a questi commenti e contributi.

A onor del vero, credo che questo processo di “socializzazione” e co-creazione dei programmi TV sia iniziato molto prima dell’esistenza dei social network. Penso ai vecchi programmi sportivi di “serie b” sulle reti private, dove ben prima di Twitter e Facebook venivano dedicati degli spazi a contributi telefonici dei telespettatori (che spesso si rivelavano divertentissimi), o alle trasmissioni radiofoniche in cui si chiede ai radioascoltatori di “dire la loro” riguardo a un determinato argomento (si pensi al programma televisivo e radiofonico “Stalk Radio”).

Se la partecipazione ai programmi televisivi e radiofonici non è una cosa nuova, sono altresì convinto che il contributo dei social network e il diffondersi della cultura in merito agli UGC e alla co-creation stia determinante nel dare nuovi importanti stimoli agli autori delle trasmissioni, e stia creando, per i telespettatori, un modello che migliori la loro esperienza emotiva e che ampli il valore dei programmi.

Per saperne di più, consiglio la lettura dell’intervista completa a Bruno Pellegrini e un interessantissimo articolo pubblicato recentemente su ninjamarketing.it, che parla proprio di TV 2.0 e Social TV.

A presto,

Massimiliano

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